Xilella o Brusca? La malattia che colpì gli ulivi a fine Ottocento

Xilella o Brusca? La malattia che colpì gli ulivi a fine Ottocento

Xilella o Brusca? La malattia che colpì gli ulivi a fine Ottocento

di Vito Bergamo

Premetto che la mia conoscenza del comparto agricolo è molto limitata, ma seguendo tutti i telegiornali sono informato sufficientemente sulla malattia che ha colpito gli ulivi salentini, la Xilella. Tra l’altro xilella è un nome che deriva dal greco xylon (legno), parola a noi di Calimera familiare in quanto per dire in griko legno usiamo fra tante altre parole “xilo”.

Ho cercato di seguire, per la verità, tutto l’evolversi della situazione che da quasi cinque anni tiene banco. Ci sono alcune cose, atteggiamenti, comportamenti che mi hanno lasciato molto perplesso; qualcosa lo dirò dopo, per ora vediamo come il caso mi abbia portato a scrivere un articolo su questo argomento.

Ma ne stavo seduto al Museo della Civiltà contadina e cultura grika, Museo di cui mi occupo, e, facendo una ricerca sui Paesi limitrofi di Calimera, mi è capitato tra le mani un libro dal titolo “Vernole e le sue frazioni” scritto dal Prof. Luciano Graziuso.

La lettura andava avanti spedita fino a che, ad un certo punto, mi sono bloccato e sono ritornato indietro di dieci righi: avevo letto qualcosa che stuzzicava la mia curiosità, si raccontava di una malattia che aveva colpito gli ulivi alla fine dell’800 nelle nostre zone. Mi sono ricordato anche che alcuni miei amici contadini, molto avanti con gli anni, mi avevano raccontato di questa fantomatica malattia che aveva colpito nel passato gli ulivi; malattia che loro chiamavano brusca e che faceva seccare la parte dell’albero colpita da essa. Loro dicevano che tutto dipendeva dalle radici. Ma per farcene un’idea un po’ tutti e capire se sia la stessa malattia, leggiamo testualmente ciò che aveva riportato il Graziuso:

“…tra la fine dell‘800 e l’inizio del ‘900 è documentato nelle carte del Comune di Vernole una grave malattia degli ulivi, detta “brusca”: le piante colpite presentavano foglie disseccate, come se fossero bruciate (donde il nome vernacolo di brusca da bruscato, cioè bruciato). Le foglie così disseccate persistono sui rami per breve tempo e poi cadono successivamente, lasciando il ramo quasi nudo.

Secondo l’Autore della Relazione, i fenomeni di seccume, costituenti la brusca, erano determinati dal marciume delle radici; c’era ben poco da fare e, sempre dalla Relazione, si apprende che anche verso la metà dell’800 si era lamentata una simile calamità, che comprometteva la sopravvivenza stessa degli alberi, oltre a ridurre a zero la raccolta delle olive e quindi il prodotto dell’olio…”da Vernole e Frazioni” Lorenzo Capone editore – Cavallino – Dic. 1979

Tralasciamo tutte le vicissitudini negative che colpirono i contadini in quegli anni, rammentando solo un particolare: il Galateo ben quattro secoli prima citò lo stesso problema.

Veniamo adesso ai nostri giorni e parliamo di ciò che ho sostenuto all’inizio che mi lasciava perplesso, fermo restando che non sappiamo per certo se la brusca di fine ‘800 è la xilella di oggi. Quello che sappiamo però e che i contadini di allora risolsero il problema tagliando e bruciando la parte marcia, arando e concimando abbondantemente i terreni.

Ora, fidando sulla buona fede dei contadini di oggi, chiedo perché non si è provveduto subito alla buona pratica dell’aratura e la concimazione dei terreni? Perché si sono opposti strenuamente a bruciare gli alberi malati? Non va da sé che l’albero malato infetta quello sano? E voglio lanciare una provocazione un po’ maligna: forse a qualcuno non interessavano più gli ulivi?

Ecco secondo il mio modesto punto di vista credo che quello che si sarebbe potuto fare subito (e questo è stato detto da contadini veri) non si è fatto e purtroppo ancora oggi ci ritroviamo a rigirare i pollici e a pensare ad una soluzione possibile.

Redazione

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