“E volevo sognare…”, il nuovo libro di Alessia S. Lorenzi

di Renato De Capua

E volevo sognare” (2017) è l’ultimo romanzo di Alessia S. Lorenzi, autrice salentina. Una narrazione appassionata fatta con la voce autentica di un bambino, una storia di trionfo della speranza, di quella vera ed essenziale, che ognuno di noi dovrebbe scoprire in se stesso e riscoprire ogni giorno, ogni volta che le avversità della vita distolgono i passi dal loro naturale proseguire, ogni volta che determinati condizionamenti dell’esistenza ci scoraggiano:

“Se ti dicono che solo uno su mille ce la fa, tu sentiti quell’uno e comportati di conseguenza. E se anche ti dicessero che hai solo una probabilità su un milione, tu considerati quella probabilità. La tenacia vince sempre…”

Alessia S. Lorenzi, autrice del libro

In questo passaggio, l’autrice vuole mettere in luce l’unicità della individualità di ognuno di noi, e si badi che l’accostamento dei due lemmi sostantivati dagli aggettivi “unico” e individuale”, non deve essere inteso come ripetitivo o ridondante: ognuno di noi può essere infatti unico nella propria individualità, può affermare con voce viva il proprio “esserci nel mondo” direbbe il filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976) .

Un altro passo del libro in cui si parla della speranza è il seguente:

“È come una bella pianta la speranza» mi diceva «devi coltivarla, curarla e da essa germoglieranno i sogni. Devi curare con amore anche i sogni e da essi fiorirà la realtà”.

Essa viene vista come una “bella pianta”. Ma soffermiamoci un attimo a riflettere e denudiamo per un istante questa similitudine della speranza dell’aggettivo “bella”, perché, come si avrà modo di capire dalla lettura del romanzo, la speranza è bella non di per sé, ma per effetto dell’azione del singolo che è in grado di saperla coltivare, di saper essere artefice del proprio destino.

Ma veniamo ora all’intreccio della storia, tenendo sempre come punto di riferimento il tema della speranza che risulterà altamente importante e risolutivo per una buona interazione con la storia.

Il protagonista, Nakia, è un bambino originario dello Zimbabwe, stato caratterizzato da forti contrasti economico-sociali, precarie condizioni igienico-sanitarie, luogo in cui “la vita scorre inesorabile” (si legge nel testo).

Il piccolo Nakia che del romanzo è anche la voce narrante racconta:

“Ero un ragazzino che aveva visto morire tanti bambini. E pensavo fosse una cosa normale, per niente straordinaria che un bambino morisse. Purtroppo nel mio Paese si moriva, e si muore tuttora, per una serie di malattie dovute alla scarsa igiene, oppure a deperimenti dovuti all’insufficienza di cibo, o per la contaminazione dell’acqua, o per la mancanza di medicine indispensabili per curare le più comuni malattie. Allora non sapevo tutte queste cose, non sapevo che la scarsa quantità d’acqua o la mancanza di acqua potabile, insieme alle condizioni igieniche inadeguate e alle alte temperature, facilitassero la diffusione delle malattie.

Ero convinto, dunque, che stessi per morire, che il mio turno fosse arrivato. D’altronde, ero anche stato fortunato: alcuni bambini del villaggio erano morti piccolissimi. (…)

Ho saputo solo qualche giorno dopo che ero affetto da febbre tifoide. Inutile dire come trascorsi i giorni successivi.”

la copertina del libro

Da questo risultano chiari alcuni elementi: Nakia vive un’infanzia innaturale rispetto a quella che dovrebbe essere consona a un bambino della sua età e questo lo porta ad avere un senso introspettivo e psicologico piuttosto sviluppati e inconsueti.

Purtroppo Nakia e insieme a lui tanti bambini, è figlio di una civiltà e di una cultura alle quali non è concesso nemmeno di sognare, come dice la nonna rivolgendosi al piccolo protagonista nel corso della storia, con parole intrise di amarezza che a noi risultano dure, lontane, fuori dalla diversità della nostra concezione del reale.

Ma è proprio in queste lande desolate del sogno che arriva la Speranza, con la S maiuscola, personificata nella figura di una suora missionaria, Suor Angelita, co-protagonista del romanzo e figura ricca di forza emotiva.

È lei ad insegnare a Nakia cosa possa voler dire sognare, è lei ad illuminare il suo pensiero, a spingerlo oltre quella assurda linea di demarcazione del finito, ed è ancora lei ad infondere a Nakia la percezione del sogno, ovvero quella facoltà che consente di proiettare noi stessi oltre quello che siamo, oltre quello che vediamo, facendoci pervenire a nuove concretezze.

Il titolo del romanzo “E volevo sognare…”, si inserisce proprio in questo tema, è un grido di speranza, un inno alla riscoperta di se stessi, è un voler affermare dinanzi ad alcune brutture della vita: “nonostante tutto questo, io voglio sognare, posso farlo, devo farlo”, perché qualcosa di migliore è possibile oltre, usando un’immagine montaliana, quella “muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.

Il libro offre quindi numerosi spunti di riflessione politematici, dalle istanze puramente esistenziali a quelle pragmatiche della crisi di un Paese troppo ai margini del mondo.

Storia reale e invenzione romanzata si intrecciano in un testo di agevole lettura che può offrire numerose occasioni di riflessione, per grandi e piccini, perché “E volevo sognare…” non è soltanto un libro da leggere, ma anche un libro da vivere.

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