Una storia piccola piccola, ad altezza di Re

Una storia piccola piccola, ad altezza di Re

Una storia piccola piccola, ad altezza di Re

di Sabrina Abatelillo

Siamo fatti di storie e quelle tramandateci dai nonni sono quelle che hanno impresso nella nostra anima un segno distintivo quando volgiamo il nostro sguardo al passato e uno al futuro delle nostre generazioni.

Raffaele Abatelillo a 36 anni

Ricordo con tenerezza quei momenti in cui, a casa dei nonni, nonno Rafeli non aspettava altro che io lo incitassi a raccontarmi  una storia. Erano storie, quelle che lui narrava, di guerra e di vita quotidiana, intrise di paura e coraggio, di affetti e tradimenti, ed io mi accoccolavo ai suoi piedi e le sue parole sapevano trasportarmi in un mondo che, pur non essendo di certo il mio, la sua voce rendeva reale…

Il nonno Raffaele Abatelillo, classe 1900, mi raccontava che aveva solo 17 anni quando salì al fronte per combattere nella grande guerra. Dopo essersi congedato di lì a poco, decise di stabilirsi a Torino. Qui trovò lavoro, di notte come custode e di giorno come visore macchinari per una grande fabbrica manifatturiera di merletti e ricami denominata “Unione Fabbriche Tulli e Pizzi ed Affini”.

Riuscì a crearsi una posizione stabile, quindi scese a Taviano, nel suo paese natio, per chiedere la mano alla fidanzata Tommasa Spano, classe 1902,  che lo attendeva ormai da tempo.

Tommasa Spano a 32 anni

Si trasferì con la novella sposa nella grande città e gli fu assegnato un alloggio nel condominio della ditta in cui lavorava. Riprese il suo lavoro e nonna Sina, così la chiamavamo noi nipoti, sarta specializzata in abiti da sposa e da uomo, si arrangiò ad eseguire piccoli lavori di cucito tra le donne del vicinato.

Nonno Rafeli era anche un ottimo cacciatore e la domenica era solito avviarsi verso i boschi, nei pressi della città. Durante una battuta di caccia destino volle che alcuni gendarmi in perlustrazione,  intimandogli l’alt, lo ammanettassero.

Ignaro e sorpreso, chiese la motivazione per cui avessero deciso di arrestarlo e condurlo in caserma: era accusato di furto di selvaggina e violazione di proprietà privata del parco di Casa Savoia.

Non ebbe nemmeno il tempo di focalizzare l’accaduto che, dal fitto bosco, comparve in groppa al cavallo proprio Re Vittorio Emanuele III.

Il Re scese da cavallo, si avvicinò a quello sconsiderato cacciatore, che nel frattempo aveva assunto in viso una colorazione che andava dal bianco paura al paonazzo per la vergogna, e posò il suo sguardo sulla cintola. Con enorme sollievo del nonno, il re sorrise compiaciuto: non aveva mai visto un bottino di caccia così sostanzioso. Ordinò ai soldati di toglierli le manette e al cacciatore chiese di presentarsi in caserma la domenica successiva.

Secondogenito dei coniugi Abatelillo e Spano, Vincenzo.
Torino, 24 Luglio 1942

E nonno Rafeli, come da richiesta del Re, all’alba della domenica dopo si presentò dinanzi ai gendarmi che gli chiesero le generalità e lo condussero nella stalla adiacente, dove lo attendeva il re con un altro cavallo espressamente sellato per lui.

Fu così che ebbe inizio l’amicizia tra un Re e un custode di notte.

In una delle loro battute di caccia, il Re seppe che nonna Sina era una sarta in attesa di trovare un impiego migliore, al posto del poco remunerativo lavoro di rammendatrice che ella svolgeva in casa. Incitò il nonno a far presentare la nonna dinanzi la Regina Elena, dalla quale avrebbe di sicuro trovato un appoggio lavorativo. La nonna fu accolta nel castello reale di Racconigi e diventò una delle sarte di Casa Savoia.

Inoltre, come segno di riconoscenza nei confronti del nuovo amico, donò al nonno una sciabola d’acciaio temprata a mano.

I fratelli Abatelillo, Maria Cristina e Vincenzo, con le cuginette
Adriana e Giuliana Momesso. Scuola materna Ceretto di
Carignano, Torino, 7 Febbraio 1943.

Il tempo trascorse inesorabile e la guerra che incombeva in tutta l’Europa non risparmiò nessuno e il nonno venne richiamato al fronte. Il 20 novembre 1942, la fabbrica Tulli&Pizzi e il caseggiato dove vivevano vennero danneggiati dai bombardamenti. Nonna Sina, allora, con il nonno lontano da casa, si vide costretta a trovare rifugio con i due figli piccoli, tra cui mio padre, da alcuni parenti, prima a Moncalieri e Racconigi e poi a Bardonecchia. In seguito ai noti avvicendamenti politici, tra la primavera e l’estate del’43 , i coniugi reali si allontanarono dal castello e nonna Sina fu congedata dalle sue mansioni.

La Regina Elena, donna di buon cuore, prima di lasciare  in tutta fretta la villa, non dimenticò di ricompensare ogni singolo dipendente. A nonna Sina, infatti, regalò un bellissimo scialle, una preziosa parure composta da una collana e un paio di orecchini con cameo, vari tipi di vestiario e una sveglia salvadanaio con combinazione per i bambini.

Alla fine della seconda guerra mondiale, nonno Rafeli fu congedato con medaglia d’oro al valore, ma scosso sia dalle vicende che l’avevano visto partecipe in prima linea, di indescrivibili brutture, che dal faticoso clima del dopoguerra, nel 1946 fece ritorno al paese con a seguito la sua famigliola.

Vi chiederete, ora, che fine abbiano fatto tutti questi doni di Casa Savoia. Ebbene, lo scialle, indossato  poche volte dalla nonna, venne riposto nel baule, tenuto come una reliquia, rarissime volte mi fu concesso di vederlo. Della parure di gioielli ricordo solo gli orecchini, che nonna Sina indossò fino alla fine dei suoi giorni. La sveglia salvadanaio venne aperta e al suo interno furono trovati dei buoni fruttiferi del Regno

Medaglia al valore ricevuta da Raffaele Abatelillo in occasione
del 50° Anniversario dalla fine della Prima Guerra Mondiale

D’Italia e qualche lira, che la Regina Elena, all’insaputa della nonna, aveva inserito al suo interno. La sciabola che nonno Rafeli ebbe in dono da Vittorio Emanuele III fu, ingenuamente, scambiata con una spada di ordinanza del maresciallo in servizio negli anni 50 a Taviano, dalla quale, poco dopo, il nonno pensò bene di ricavarne dei lunghi coltelli da pane che tutt’ora sono riposti in fondo a qualche cassetto.

Chiunque abbia avuto la fortuna di ascoltare storie di vita dai nonni, di certo saprà quanto quel bagaglio di ricordi sia stato importante per la crescita personale del nonno e della sua famiglia. Una famiglia che aveva impresso nella memoria un passato di sofferenza e sacrificio, ma anche di tradizioni e modi di dire, di odori ed emozioni. Tutto unito da tanto calore umano.

Questo racconto, narrato a più voci, oggi finalmente, a distanza di anni, ha preso forma grazie alla vivacità di chi ha reso possibile far rivivere un passato che altrimenti sarebbe andato perduto.

“Ho sempre pensato che il modo migliore per insegnare ai ragazzi sia raccontare una storia” (R.J. Palacio)

Redazione

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