Tempo, amore, treni e stazioni: a tu per tu con Iacopo Melio

Tempo, amore, treni e stazioni: a tu per tu con Iacopo Melio

Tempo, amore, treni e stazioni: a tu per tu con Iacopo Melio

Fino a poco tempo fa, Iacopo Melio era un semplice cittadino toscano, uno studente universitario con l’unico “privilegio”, oltre a quello di vivere in un bucolico borgo medioevale a un’ora da Firenze, di godere dell’esenzione dal ticket sanitario per una sindrome genetica talmente rara da renderne difficile persino la classificazione nella letteratura scientifica. Oggi, a 26 anni, è un punto di riferimento nazionale per i diritti umani e civili. 
 
Iacopo conquista i riflettori e i suoi 650.000 followers lanciando l’hashtag #vorreiprendereiltreno sul suo blog personale, dove nel 2014 pubblica l’articolo “Sono single per forza, non piglio l’autobus!”, un espediente geniale per smuovere le coscienze sul tema delle barriere architettoniche. Geniale perché spesso le campagne di sensibilizzazione usano toni melanconici e fattacci tristi per calamitare ogni attenzione. Iacopo, invece, lo fa con simpatia, ironia e tanta dolcezza. Lui non ne fa una questione di dignità personale, non rivendica alcun diritto. Lui chiede strumenti e servizi adeguati perché si è stancato di essere single e vuole incontrare la ragazza dei suoi sogni su un treno. 

Iscritto a Scienze Politiche alla Scuola “Cesare Alfieri” di Firenze, riconosciuto “Comunicatore Toscano dell’Anno” dal CoReCom nel 2018, lavora come freelancer nel mondo della comunicazione digitale e del social media marketing. Si occupa di ideazione e consulenza riguardo progetti socio-politici. Concretizza la sua vocazione umanitaria fondando una Onlus, diventando una vera e propria locomotiva nella battaglia per le disuguaglianze. A differenza dei treni, però, lui non corre su binari fissi, ma fa salti altissimi. Nel 2014 pubblica per Mondadori il libro “Faccio salti altissimi”, in cui a proposito della morte, scrive:“Non riesco a sopportare l’idea che passiamo settant’anni a costruire legami e affetti;  ottenere, studiando a fatica, un lavoro e una posizione sociale, per poi perdere tutto con il click di un interruttore“.  

Ogni volta che ti capita di pensarci, che antidoto ti dai a questa rabbia? Cos’è che ti fa incazzare di più del tempo? 
“Al momento, purtroppo, non ho trovato un antidoto a questa rabbia. Ci sto lavorando, ma una parte di me sa bene che non arriverà mai la soluzione né la ‘messa in pace’. Mi fanno arrabbiare il nulla, il silenzio, il buio: tutto ciò che riguarda una qualche forma di rottura e di addio mi fa stare male, da una relazione che finisce a un’amicizia che prende una direzione diversa dalla nostra. Fosse per me manterrei contatti con tutti, anche con chi mi scrive un semplice messaggio affettuoso sui social, perché trovo uno spreco perdersi di vista.” 

Nel tuo primo articolo “Sono single per forza, non piglio l’autobus!” descrivi così le stazioni: “Ma quanto saranno belle le stazioni? Soprattutto all’alba e di notte, quando non c’è nessuno. Veder arrivare treni semideserti, soffermare gli occhi su chi scende o chi sale. Immaginare dove sono stati, dove andranno, da cosa scappano o cosa cercano, chi stanno aspettando nella loro vita…  E proprio in quel momento arriva Lei, a chiederti un accendino, un’indicazione, qualsiasi cosa che c’entri niente o tutto.”  Ti è mai capitato un incontro del genere in stazione? 
“No, mai. Il fatto di aver frequentato pochissimo le stazioni in vita mia ha ovviamente ridotto in modo drastico la probabilità di un incontro simile. Anche per questo, giocandoci un po’ sopra, ho scelto di dare un certo taglio a quell’articolo: privare qualcuno dell’amore significa privarlo di un concetto universalmente condiviso, perciò era un buon modo per stimolare l’empatia nei lettori.” 
 

A proposito di amore, qualcuno pensa che ogni storia abbia una naturale attitudine a consumarsi. Sei d’accordo? 
“Personalmente non credo nei ‘per sempre’ e nei ‘mai’. Tutto ciò che è assoluto mi spaventa, così come mi fido poco della mia scarsa capacità ad essere costantemente interessato a qualcosa. Ho bisogno di rinnovare e rinnovarmi, di stimoli continui, di emozioni nuove ogni giorno. Questo non significa che io sia un traditore seriale, anzi, provo profondo rispetto per chi sceglie di costruire un certo equilibrio (e spero di farlo presto anche io) ma sono comunque portato a vivere il presente e a godermi la storia sul momento, senza fare affidamento al futuro che per tutti è fin troppo incerto, figuriamoci per me.” 

Delle mani scrivi che “parlano un linguaggio universale, sostengono le emozioni e le accompagnano, sono guida e direzione, sicurezza per schermarti dalla paura e salvezza in caso di pericolo, di caduta.“ Essendo rimaste fuori dalla disabilità, sono una parte del corpo che hai particolarmente sviluppato, arrivando a quella “motricità fine” che ti ha permesso, tra l’altro, di usare la tastiera del PC per il tuo lavoro e le tue battaglie sociali.Vista l’importanza che hanno per te, e dato che sei un tipo alla mano, ti elenco una serie di espressioni che hanno a che fare con le mani. 

“Dare una mano”. Qual è la persona che finora ti ha dato una mano più grande?  A chi pensi di averla data tu? 
“Come racconto nel libro, credo che la mano più grande me l’abbiano data i miei genitori, permettendomi di diventare libero abbastanza da poter scegliere di essere chi avrei voluto. Per quanto mi riguarda, spero di poter dare una piccolissima mano a chi ogni giorno mi legge o mi racconta la sua storia, provando insieme ad attivare dei piccoli cambiamenti culturali in questa società.” 

“Ci metterei la mano sul fuoco”. Su cosa metteresti la mano sul fuoco? 
“Sulle mie idee progressiste, libere, umane, antifasciste.” 

“Toccare con mano”.  E’ un’espressione che usi spesso nel tuo libro. Che rapporto hai con la fisicità? 
“Per me la fisicità è basilare. Sono una persona ‘tattile’: ho bisogno di toccare e tocchicchiare tutto, anche il mio interlocutore se è il caso, a prescindere da chi esso sia. Toccarsi è un modo per entrare in connessione: da una carezza sulla mano ad una pacca sulla spalla, da un avambraccio sfiorato a un polso trattenuto. Attraverso il contatto si scopre l’altro, ma anche noi stessi.” 

“Lavarsene le mani”. Indifferenza: è la parola che Liliana Segre ha fatto incidere sulla parete del binario 21 di Milano Centrale (a proposito di stazioni), da cui partivano i convogli di deportati verso Auschwitz. Come ci dobbiamo comportare oggi di fronte all’indifferenza?  
“Indifferenza, pietà e compassione sono gli atteggiamenti peggiori che si possano adottare di fronte alla disabilità. Dobbiamo combatterle tutte quante, raccontando storie lontane da noi affinché sempre meno persone si voltino dall’altra parte nel momento del bisogno.” 

“Venire alle mani”.   A che punto siamo della campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne? E’ condotta con toni e modi efficaci? 
“C’è ancora tanto da fare. Viviamo in una società tendenzialmente maschio-centrica e sessista, con luoghi comuni e pregiudizi ben radicati nel nostro modo di pensare e di esprimerci.”

Cosa sta succedendo alla Sinistra in Italia? Sta commettendo degli errori di comunicazione secondo te? 
“Una certa Sinistra ha smesso di essere tale dall’ascesa di Matteo Renzi in poi. Ci siamo dimenticati delle classi più deboli e povere, delle loro questioni. Non è solo un errore di comunicazione, ma anche una questione di identità ormai persa, oggi troppo frammentata. Mi piacerebbe che si tornasse a prendere posizioni nette e coese senza scendere a compromessi sulle battaglie sociali più importanti, perché di mezze misure propagandistiche non ne abbiamo bisogno.” 

Cosa si dovrebbe fare per minare il terreno del sovranismo italiano? 
“Parlare alla gente e per la gente. Il populismo becero non serve a nulla, c’è bisogno di ascoltare, di proporre alternative valide e soluzioni alla paura fomentata dalla Destra. E poi c’è bisogno di raccontare ciò che dall’altra parte è sbagliato: parlare alla pancia della gente non può essere considerato un merito.” 

Che rapporto hai con la tu’ mamma?  
“Siamo cane e gatto, forse perché molto simili, ma a modo nostro ci vogliamo bene. Resta la figura più importante della mia vita.” 

Secondo te, si dà più da genitori o da figli?  
“Credo che ci sia un tempo per dare e un tempo per ricevere. Sarebbe auspicabile un domani restituire ciò che di buono si è ricevuto.” 

L’essere “dedito al bene comune” e “testimone dei valori repubblicani” ti sono costati la nomina di Cavaliere dell’Ordine al Merito da parte del Presidente della Repubblica. In pochissimo tempo sui social diventò virale il tuo selfie con Mattarella. Cosa si prova ad avvicinarsi al Presidente?  
“Per la prima volta in un incontro pubblico ho percepito la potenza e il valore della carica Istituzionale. Nonostante la prassi cerimoniale, ci sono stati segni di un’umanità davvero rassicurante: penso al suo sorriso quando ci siamo presentati! I segnali che il Presidente sta dando, non solo nei suoi discorsi ma anche nelle sue scelte politiche, sono una vera boccata d’aria in un clima di insofferenza e di chiusura. C’è bisogno di Resistere e Mattarella ce lo ricorda ogni giorno.” 

Il tuo paese, Cerreto Guidi. Cosa ti ha dato e cosa ti dà ogni giorno? 
“Mi dona la bellezza del paesaggio e del territorio tipico, con le ricchezze naturali e il suo valore artistico-culturale impagabile. Mi dona anche molto affetto, quel calore che nelle grandi città non puoi trovare. Quando nasci in un paesino impari ad apprezzare la semplicità e le piccole cose, che nelle metropoli si perdono tra frenesia, caos e smog.” 
 

Il tuo rituale preferito. 
“Non ho un rituale, non sono superstizioso. Però ci sono momenti e spazi che ogni tanto mi prendo, che sia il tè del mattino (o della sera prima di dormire) leggendo le notizie del giorno, o che siano i quindici minuti di rilassamento e meditazione appena sveglio.”  

Di cosa hai più paura? 
“Di un sacco di cose. Tra tutte il tempo, la solitudine e la morte.” 
 

Tornando alle stazioni, qual è il treno più bello su cui sei salito? 
“Aver scritto quel benedetto articolo mi ha fatto conoscere al ‘grande pubblico’. Da allora il mio lavoro ha iniziato ad essere apprezzato e il treno ha preso a viaggiare a velocità tripla, e spero continuerà a farlo ancora per tanto tempo visto che non si è mai ‘arrivati’, anzi… Ho ancora tanto da imparare e da viaggiare.” 

A proposito di #vorreiprendereiltreno, qual è il treno che vorresti prendere? 
“Quello dell’indipendenza. Una casa tutta mia, un posto nel mondo da costruire e abitare.”

Giulio Pasca

Giulio Pasca

Classe 1992, una laurea in Medicina e una passione viscerale per il noir

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