Sul caso Armine

di Chiara Calcagnile

Se la bellezza fosse valutata in base a un canone oggettivo, quanti di noi potrebbero ritenersi belli?

La bellezza è però un concetto fluido, che varia (e varierà ancora) nel corso del tempo; così se i greci parlavano di sezione aurea (applicabile anche all’anatomia umana) per definire figure perfette, con il trascorrere del tempo i canoni di bellezza si sono modificati, pensiamo alle donne dipinte da Modigliani, per lui bellezza e grazia femminili si configurano in naso e collo allungato.

Proprio da un’opera di Modigliani sembra provenire Armine Harutyunyan, la modella di Gucci di cui tutti parlano, al centro delle polemiche per il suo aspetto fisico. Sono in molti a non ritenerla conforme allo standard di “top model”; ma chi decide qual è lo standard?

Se la bellezza è in divenire lo è anche la moda, che si adatta e anticipa i canoni estetici ricercando diversità, unicità ed eleganza.

Tutto questo rientra nella filosofia di Gucci, che propone un concetto di bellezza inclusivo, in particolare bellezza dell’imperfezione, dell’eccentrico, del difetto.

L’uomo, in quanto essere pensante, è naturalmente libero di ritenere che Armine sia più o meno bella, però mi chiedo se sia necessario il body shaming, se sia necessario apostrofarla, sul web, con aggettivi che è meglio non ripetere.

Il concetto portato avanti da Alessandro Michele (direttore creativo di Gucci), che si potrebbe riassumere nello slogan “normalize normal bodies”, è tanto giusto quanto condivisibile.

C’è, però, un grande “ma”: è da ritenere davvero così rivoluzionaria la scelta della famosa casa di moda? Armine è una modella, in quanto tale è chiamata ad indossare abiti e lo fa perfettamente, perché il suo è come si suol dire un “fisico da modella”.

Gucci, per essere una maison davvero inclusiva, dovrebbe iniziare a proporre modelli di donne più aderenti alla realtà e non solo taglie 38.

Ci troviamo dinanzi a un’eccellente mossa di marketing: “bene o male purché se ne parli”; però cara (maison) Gucci la strada verso l’inclusività è ancora lunga.

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Redazione

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