Storie d’altri tempi. Una dama tavianese dell’800

Di Laura Lupo

Nel 1800 visse in Taviano una gentildonna, Mariantonia Caputo, la cui storia s’ intreccia con quella di illustri personaggi e di vetuste dimore. Mariantonia era una bellissima dama di aristocratica famiglia; il nonno materno era il chirurgo Liborio Negro di Muro Leccese, noto oculista annoverato tra i Salentini illustri; il padre, Nicola Caputo, era un ricco proprietario terriero originario di Poggiardo. Nel 1815 don Nicola aveva acquistato la masseria Montisola e per curare da vicino i propri interessi si era trasferito a Taviano. Qui aveva fatto costruire sull’ampia strada che portava al Convento una confortevole dimora, con un giardino retrostante che si affacciava su via Immacolata, e vi si era stabilito con la giovanissima moglie, donna Aurora Negro. In quella casa, nel 1819, nacque Mariantonia, che crescendo si distinse per grazia e per bellezza.
Giunta in età da marito, fu corteggiata da molti spasimanti, in particolare da due gentiluomini che volevano sposarla. I due pretendenti erano Alessandro Scategni e Giovambattista Moschettini.
Alessandro discendeva da un’antica famiglia, giunta a Taviano intorno al 1600 proveniente da Francavilla Fontana; suo nonno era il barone Onofrio Scategni. Grazie ad un matrimonio celebrato nel 1730, gli Scategni si erano imparentati con la facoltosa famiglia Favale e gli sposi si erano sistemati nel bel palazzo su via Toledo, edificato dai Favale nel 1700.
Proprio in quegli anni gli Scategni avevano fatto costruire accanto alla Cappeddhuzza un’imponente dimora, che sorgeva sull’intera area occupata oggi dalla Banca Popolare e dalla residenza Teseo, che ne faceva parte. Era una costruzione ad un solo piano, con numerosi locali e un vasto giardino che si estendeva fino a via Toledo. In quel palazzo abitava Alessandro Scategni, nato nel 1805; il brillante avvocato, stando proprio di fronte a casa Caputo, aveva visto Mariantonia diventare sempre più bella e gentile e se n’era innamorato.
L’altro spasimante, il ricco proprietario terriero Giovambattista Moschettini, nato nel 1809, discendeva da antica e aristocratica famiglia originaria di Martano, che vantava un illustre albero genealogico. I Moschettini erano a Taviano dal 1586, quando Girolamo Moschettini, aveva sposato una ricchissima signorina Schivano di Taviano; stabilitosi in questo paese, aveva fatto costruire in piazza San Martino una spaziosa abitazione ad un solo piano, nucleo originario della residenza Moschettini.
Nel ‘600 e nel ‘700 l’autorevole famiglia Moschettini si era distinta nel paese per generosità, prodigandosi in favore della comunità con opere pie e caritatevoli: la costruzione della chiesetta di Santa Marina, (anticamente intitolata a Santa Maria di Costantinopoli) e di una cappella intitolata a Sant’ Angelo; l’istituzione di un legato a favore dei poveri e degli infermi del paese; la donazione di alcune proprietà alla Congrega di Carità per la distribuzione di elemosine e medicine e la dotazione di fanciulle povere. Discendente da così benemerita stirpe era Giovambattista, che abitava nel palazzo della piazza e ambiva a sposare la bella Mariantonia. I due pretendenti, Scategni e Moschettini, entrambi gentiluomini di molto rispetto, nel 1839 rivolsero la loro proposta di matrimonio, secondo l’uso del tempo, al padre dell’amabile signorina.
La mano di Mariantonia fu concessa a don Alessandro Scategni. All’epoca si mormorò che nella scelta avesse avuto un peso decisivo lo “stemma del barone”; i romantici, invece, ritennero complici le due casse dirimpettaie. Don Nicola Caputo, che fu sindaco di Taviano nel 1851, assegnò alla figlia una cospicua dote in beni mobili e immobili. Mariantonia e Alessandro convolarono a nozze nel 1842: lo sposo aveva 37 anni, la sposa ne aveva 23. A lei bastò attraversare la strada per entrare nel grande palazzo Scategni, che divenne la residenza della nuova famiglia.
In 14 anni di matrimonio la coppia ebbe otto figli, due dei quali morti prematuramente.
I due coniugi furono signori ospitali e generosi; donna Mariantonia si interessava ai bisogni delle famiglie dei contadini che lavoravano nei suoi poderi; elargiva aiuti alle persone che vivevano in povertà; inviava offerte in denaro a vari Enti assistenziali della provincia. Don Alessandro, definito dall’ Arditi “valente giurisperito, uomo di modi colti e gentili, buon cittadino ed ottimo padre di famiglia”, era benvoluto dalla gente; la sua casa era aperta a tutti e durante le fiere paesane, soprattutto se il tempo era inclemente, dava ricovero e ristoro ai mercanti che provenivano da vari paesi, trasportando su carretti trainati da asini o muli le loro mercanzie.
Don Alessandro fu sindaco di Taviano, detto “il sindaco vecchio” per distinguerlo da suo figlio Giuseppe, in seguito anche lui primo cittadino; ma vecchio anagraficamente non divenne mai perché morì nel 1856, quando aveva appena 51 anni. Sua moglie era incinta, e fu talmente affranta dal dolore che il figlio che portava in grembo morì appena nato.
Mariantonia restò, così, vedova con 6 figli a soli 37 anni. Trascorsi i 3 anni di lutto stretto per la vedovanza, come stabiliva la regola del tempo, il suo confessore si fece portavoce della rinnovata proposta di matrimonio di Giovambattista Moschettini. Il gentiluomo, dopo il rifiuto subìto 17 anni prima, non aveva scelto altra donna ed era ancora celibe.
Questa volta Mariantonia accettò la sua richiesta, a condizione, però, di poter tenere con sé i propri figli. Giovambattista non se lo fece ripetere: li avrebbe amati come amava lei. Per questo secondo matrimonio si rese necessaria la dispensa della Santa Sede, richiesta e ottenuta “per affinità spirituali”; le nozze furono celebrate nel 1860 dall’arciprete don Vito Previtero, rinomato oratore, professore di lettere nel Seminario di Nardò, molto amato dai Tavianesi perché “ai pregi della mente accoppiava quelli del cuore”. (Arditi); la sposa aveva 41 anni, lo sposo 51.
Anche questa volta, a Mariantonia e ai suoi figli bastò attraversare i due giardini confinanti, per trasferirsi da palazzo Scategni a palazzo Moschettini. Quest’ultimo era stato ampliato nel 1844, anno passato alla storia paesana come la “mal annata” per le colture andate a male; Giovambattista aveva fatto costruire il piano superiore dell’antica dimora, impiegando così la molta manodopera disponibile e dando lavoro ai tanti disoccupati. Sul maestoso portale del palazzo era stato scolpito il blasone del casato. Nella signorile residenza Moschettini la nuova famiglia fu ben presto allietata dalla nascita di un bambino, al quale fu dato il nome del padre: Giambattista junior, detto Titta.
I fratelli Scategni amarono teneramente il fratellino Moschettini e fra di loro ci fu sempre affetto. Vi è un episodio emblematico del forte legame che li univa.
Nel 1866 un’epidemia di colera falcidiò in Taviano molte vite, compresa quella dell’arciprete Previtero. (L’evento, com’è noto, è passato alla storia perché il morbo cessò grazie all’intervento miracoloso della Madonna Addolorata). Le vittime più numerose erano i bambini, in gran parte malnutriti e malcurati.
Un brutto giorno anche il piccolo Titta si ammalò gravemente; il padre chiamò a consulto i migliori medici per strappare alla morte quell’unico figlio tanto desiderato ed amato; ma nonostante tutto, una notte il bambino si ritrovò in fin di vita e per un estremo tentativo di salvezza si pensò di ricorrere all’ intervento di un altro specialista.
Il fratello Pasquale Scategni, senza indugio, nonostante imperversasse una terribile bufera, partì con il calesse alla volta di Gallipoli, prelevò il medico e lo condusse a Taviano, al capezzale del piccolo morente. Durante il tragitto Pasqualino corse come il vento, forzando a tal punto la giumenta che il povero animale al ritorno, giunto nell’atrio di palazzo Moschettini, morì di schianto. Ma Titta si salvò.
Mariantonia, madre amorosa dei suoi 7 figli, oltre ad essere bella e buona, era anche una donna di carattere, intelligente e volitiva. Negli anni difficili dell’“Unita” d’ Italia, che nel Sud segnarono la fine del Regno di Napoli e il passaggio dal governo dei Borboni al governo dei Savoia, il processo unitario fu fortemente osteggiato dai filoborbonici. Anche il Salento si rese protagonista di sommosse e rivolte; in molti paesi si accesero lotte tra liberali e reazionari, si verificarono fatti di sangue e molte persone finirono in galera.
Com’ è noto, ciò avvenne anche in Taviano.
Alcuni poveri uomini, allo sbando e senza protezione, sia perché appartenenti al disciolto esercito borbonico o renitenti alla lunga leva sabauda, sia perché sospettati o accusati di atti sovversivi, per non finire in carcere si davano alla macchia e divenivano pertanto dei fuorilegge. Mariantonia, che in cuor suo restava fedele suddita dei Borboni, colpita dalla triste situazione di costoro e dal penoso travaglio delle loro famiglie, volle fare coraggiosamente la sua parte. Appena calava il buio della sera, si avventurava con il calesse nei viottoli sperduti tra i campi per portare aiuto e distribuire cibo ai ricercati che si rifugiavano nei cavedi e negli anfratti naturali. La donna si esponeva, così, a gravi pericoli sia perché poteva essere accusata di proteggere i fuorilegge e di cospirare contro il nuovo governo, sia perché in clandestinità vivevano anche alcuni banditi che si erano dati al brigantaggio e aspra era la lotta tra i militi della Guardia nazionale e le bande dei briganti.
Questo suo modo di essere concretamente vicina ai suoi paesani accrebbe l’affetto della gente verso la nobile signora, che per la sua indole compassionevole e i suoi modi gentili era tenuta in alta considerazione da tutti.
Quando nel 1867 fu soppresso il Convento, i sacri arredi e gli oggetti preziosi in esso contenuti vennero affidati proprio alla gentildonna e a suo marito Giovambattista, che li custodirono nella loro casa fino a quando furono consegnati al Comune e donati in parte alla chiesa dell’Addolorata.
I coniugi Moschettini accoglievano i notabili tavianesi e dei paesi vicini con un’ospitalità impareggiabile; i ricevimenti, che si tenevano nelle loro sale per ricorrenze speciali o in onore di ospiti illustri si svolgevano in una cornice di arredi pregiati, oggetti d’arte, fiori e merletti, ed erano sontuosi e raffinati per profusione di dolciumi e bevande, per l’eleganza delle dame e dei gentiluomini, per l’armonia della musica e del bel canto.
Intanto il tempo scorreva veloce….
I figli del primo marito, gli Scategni, divenuti adulti, presero ciascuno la propria strada. Le due figlie si sposarono, Cristina con il notaio Girolamo Portaccio, Nicoletta con il proprietario terriero Gregorio Portaccio. I quattro figli maschi: Giuseppe, Lorenzo, Vincenzo e Pasquale seppero farsi onore nelle loro professioni e nella società del tempo, ma soprattutto si dimostrarono uomini di buon cuore, fedeli all’insegnamento della madre.
Il primogenito, il barone Giuseppe che aveva ereditato il titolo nobiliare e metà del palazzo Scategni, fu valente avvocato e sindaco di Taviano. Intorno al 1880, in occasione della visita di Umberto I di Savoia a Lecce, scelto tra tutti i sindaci della provincia, fu incaricato di tenere il discorso di benvenuto al Re. Riconoscendone gli alti meriti, Sua Maestà lo decorò della croce di Cavaliere della Corona d’Italia e della Commenda dei SS. Maurizio e Lazzaro e lo nominò più volte Regio Delegato in vari Comuni. (con buona pace delle tendenze filoborboniche della Famiglia).
Il secondogenito, Lorenzo Scategni, stimatissimo pretore, uomo di un’umiltà esemplare, ereditò l’altra metà del palazzo paterno. Egli donò generosamente alcune sue proprietà alla Congregazione di Carità e istituì una borsa di studio per il più meritevole degli Scategni e per gli studenti poveri del paese.
Il terzo figlio, Vincenzo Scategni, fu medico condotto amato dalla gente per la sua bravura e soprattutto per la sua bontà. Egli curava i suoi assistiti soccorrendoli anche nei loro bisogni materiali, al punto da costruire a sue spese diverse abitazioni per le famiglie povere del paese. Abitò con la sua famiglia su via Toledo, in una bella dimora, costruita nel 1880, con lo stemma baronale scolpito sul portone principale.
Il quarto figlio, Pasquale, che ereditò la casa natia della madre, si occupò delle vaste proprietà di famiglia (diverse centinaia di ettari di terra, alcuni frantoi ipogei, un forno a vapore e un mulino), dando lavoro a moltissima gente. Egli ebbe 10 figli, una femmina e nove maschi, ai quali fu dato come primo nome Francesco, in onore di Francesco II di Borbone, ultimo re di Napoli.
Donna Mariantonia continuò ad abitare a palazzo Moschettini e qui concluse i suoi giorni nel 1877, a 58 anni, lasciando Titta, l’ultimo dei suoi figli, orfano a 16 anni.
La sua morte addolorò tutti coloro che l’avevano conosciuta e fece piangere “anche le pietre”. L’addio alla dama gentile fu degno di una principessa: il feretro, portato a spalla, passò dal palazzo alla chiesa in una piazza gremita di gente; adagiato poi in un grande “gondola” vetrata, seguito da una lunga colonna di carrozze e da una folla di popolo, varcò il cancello principale del cimitero, riservato ai signori, dal quale non potevano passare le salme dei poveri che lei aveva sempre soccorso. (Anni dopo, un suo nipote, Guido Scategni, si prodigò per far cessare la deplorevole discriminazione). A suo ricordo, il nome Mariantonia fu dato ad una nipote.
Il marito le sopravvisse e morì 14 anni dopo, a 82 anni, nel 1891.
Si chiuse così l’Ottocento, portando via con sé tante storie, da riscoprire tra pagine ingiallite e racconti tramandati a memoria.
Nel ‘900 il palazzo Moschettini fu residenza del figlio di Mariantonia e della sua famiglia e continuò ad ospitare tutti i notabili del tempo.
Nella grande sala si celebrarono i matrimoni delle figlie di don Titta e la carrozza di gala dei Moschettini le condusse verso il loro destino, fuori di Taviano.
Don Titta, più volte e per molti anni sindaco, morì ottantenne nel 1939.
Con suo figlio Giuseppe, don Pippi, che ereditò il palazzo e lo abitò con la sua famiglia, verso la metà del ‘900 si concluse la storia tavianese della Famiglia Moschettini, durata onorevolmente per più di 350 anni.
L’epilogo di questa storia, emblema di un’epoca e di una società “altolocata”, segnava l’inesorabile declino di quel piccolo mondo antico.
Nel corso del tempo le antiche dimore in cui vissero i Personaggi ricordati, passarono ad altri proprietari (Chetta, Mauro, Di Mattina); il palazzo Scategni è stato per metà demolito, ma parte del settecentesco palazzo di via Toledo, riacquistato dal nipote Cassio, è ancor oggi residenza della Famiglia Scategni.
Fra i discendenti di Mariantonia, Tutti degni di nota, citiamo del ramo Scategni il nipote Guido, fondatore e primo presidente della Società Operaia e il nipote Alcide Portaccio, istruttore di campo del principe Umberto di Savoia; del ramo Moschettini il pronipote Paolo De Castro, già ministro delle Politiche Agricole del Governo Italiano, deputato al Parlamento Europeo.
Qui si ferma la storia e comincia la cronaca…
I tempi moderni hanno spazzato via personaggi, usanze, blasoni, titoli, ricordi…
Ma le pietre, eloquenti testimoni del passato, sopravvivono ai destini e alle traversie degli uomini e continuano a sfidare il tempo, le mode, le dimenticanze umane.
NOTE: Un grato ricordo va alla signora Ermelinda Portaccio e un sentito ringraziamento al signor Pasquale Scategni, pronipoti di donna Antonia Caputo, per le loro preziose testimonianze orali.

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