Sigismondo Castromediano: l’eredità del Duca Bianco

di Vittorio Zacchino

zacchinoPiù volte ho reso omaggio a Sigismondo Castromediano, al patriota, al politico, all’uomo di cultura che ama la piccola patria.

Oggi, mi sia consentito di rendere omaggio all’Uomo di alto profilo   etico che fu.

Un suo antenato, Gio. Luigi Castromediano, comandava la piazzaforte di Galatone nel 1624, al tempo della feudalità di Galeazzo Pinelli II. Dove fece anche testamento.

Rispetto alla degenerazione, coeva e successiva, delle clientele affamate da soddisfare e coccolare per procacciarsi i voti, rispetto alla odierna caccia familistica per accaparrarsi sistemazioni, appalti, privative, consulenze e quant’altro, nelle istituzioni e nelle Università, Sigismondo Castromediano incarna il modello di chi prese posizione in anticipo contro gli inciuci, all’ordine del giorno già a quel tempo di conquista e piemontesizzazione del Sud. La sua lealtà a Cavour, alla Monarchia sabauda e al partito degli unitari, non ammetteva deroghe della coscienza, per cui, eletto deputato nel collegio di Campi Salentina, nel 1861, il mite ma fermo Castromediano, giura che non avrebbe mai subordinato gli interessi generali della nazione a quelli particolari della sua terra. Ovviamente questo atteggiamento refrattario alle clientele per nobile che fosse, gli costò la non rielezione al secondo mandato parlamentare. Come qualche altro, pochi invero, Libertini che rifiutò la presidenza del Banco di Napoli, soprattutto Epaminonda Valentino, che erede di più patrimoni, perse tutto per la causa italiana, e morì in galera povero e indebitato tra le braccia di Castromediano e di Salvatore Stampacchia. Anche Liborio Romano, che fu, sia pure con mezzi poco leciti, padre dell’Unità, alla pari con la triade Cavour-Garibaldi-Vittorio Emanuele II.

sigismondo_castromediano_3Politicamente, defunto, tuttavia, Castromediano, si innalzò nel campo della cultura e nella valorizzazione dei monumenti di Terra d’Otranto, lasciati nel più tetro squallore, e da consigliere provinciale creò una Commissione per la Conservazione e la tutela dei nostri beni culturali, il Museo che ne porta il nome, e la Biblioteca Provinciale, che è stata fino a poco fa orgoglio della Provincia. Favorì la pubblicazione delle opere di Antonio De Ferrrariis Galateo tradotte da Salvatore Grande, e l’intera Collana di Scrittori Salentini, mentre nel Museo raccolse iscrizioni messapiche, pietre, vasi, tele, statue, e così via; promosse  campagne di scavi a Rudie, impegnando la passione del  De Simone, del Maggiulli, del De Giorgi, ed anche di un suo compagno di pena, il cav. Salvatore Pontari, un fervente mazziniano e leader della Giovine Italia, il quale- come scrisse il duca nelle parti ripudiate delle sue memorie, edite da Aldo Vallone, erose buona parte  del proprio patrimonio per amore dell’Archeologia, raccogliendo “un pregiato gabinetto di antichità che oggi fa parte del Museo Provinciale di Terra d’Otranto.

In una lettera del 21 novembre 1857, da Montesarchio, scriveva: “piacemi l’occupazione in cose patrie che ti piaceranno, e che purtroppo restano obliate, grazie alla servilità che la più gran parte di noi che siamo di qua abbiamo consacrato a quei di là dagli altissimi monti.”

Castromediano naturalmente adottò altre numerose iniziative aprì periodici, regolarmente chiusi dalla polizia, compilò biografie di personalità per un Dizionario dei Salentini Illustri.

Ha scritto P. Palumbo che “rispetto a Lui molti rimasero pigmei”, nonostante l’altero Prefetto Winspeare, duca di Salve, lo definisse di “poca mente”. Molto cuore, voglioso di fare il bene, poca attitudine agli affari, molta buona fede, è però vittima degli intriganti del suo partito che lo tengono per bandiera. Lealissimo in politica, onesto e povero, ma debole di carattere e dirò quasi femmineo”. E nel 1869 aggiunse che “questa perla di gentiluomo non è stato punto considerato dai suoi amici e compagni che sono stati al potere. E mentre sono stati mandati al Senato miserabili nullità e peggio, Castromediano è morto nella oscurità”.

Dal mio punta di visto sono giudizi equivalenti ad un’altra offesa, un’altra calunnia, verso un galantuomo che aveva lasciato l’eredità della pagina più alta sul contributo di Terra d’Otranto al Risorgimento Italiano, con Carceri e galere politiche, rivelando all’Europa la ferocia dei Borboni e meritandosi il rispetto reverenziale di dotti stranieri come Janet Ross, e Paul Bourget.  Per me il duca bianco, alfiere del Risorgimento nazionale, eroe purissimo che aveva penato in silenzio, sena piegare la schiena al potere protervo, senza accettare compromessi e inciuci, ma restando fedele alla monarchia e a Cavour, e soprattutto fedele a sé stesso, incarna un modello irripetibile di gentiluomo, che non scende a compromessi con chicchessia. Per tal motivo a Lui, completamente innocente, che ha la colpa di appartenere alla più gloriosa famiglia del Salento, l’autorità commina la massima pena, per spezzare la sua forza, infangare il suo onore, dare un esempio a chi osa ribellarsi.

Un detenuto educato alla libertà, che si commuove narrando l’episodio dell’uccellino ucciso per impedirgli di rallegrare col suo canto, le sofferenze di tanti carcerati innocenti, è un nemico da abbattere perché rappresenta una battaglia perduta. E questa sua nobilissima eredita nuoce al governo tiranno, assai più del suo impoverimento ad opera di profittatori e di predoni.

Una nobiltà non vuota, non calcolata, non gattopardesca, nemica dell’ipocrisia, che richiama famose epistole di Galateo su questo tema del De nobilitate, una a Maria lusitana, l’altra al vescovo di Lecce Marco Antonio Tolomei.

Al Mazzarella, contumace, che aveva preso su di sé la responsabilità delle decisioni del Circolo Patriottico nel 1848 scriveva: la baldanza degli empi è tale che di riso riveste il tuo altruismo.

Insomma, come scrive Michele Saponaro, forse uno di quei ragazzi che andavano in gruppo a trovarlo nel suo castello di Caballino, pochi mesi avanti la morte, il Duca Bianco era il mago, il santo, l’uomo che tanti anni aveva vissuto nelle tenebre e mai era morto, che veniva dal tempo dei tempi, in una realtà fatta di residui borbonici, era per ciascuno di loro la poesia e più tardi, nella trasfigurazione commossa della memoria, un’immagine “fosforescente”.

Certo, quel vecchio signore, cieco, vestito di nero, stoico, candido, davanti al quale il popolo di Lecce si scappellava ogni volta che la sua figura compariva in strada sorretto dal suo segretario, con la sua espressione nobile e al tempo stesso amara, sostenuta e malinconica, rappresentava una sconfitta quotidiana per l’istituzione. Perché non poteva fare onore all’Italia e al governo italiano, sapere che un tanto uomo passa gli ultimi giorni della sua vita nella miseria, dopo aver speso tutto il suo avere per la causa della sua patria e del suo re.

 

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