“Sebastiano” tratto da “Gallinelle e nodi. Sabbia e poesie.”

di Ada Garofalo

foto-adaLoro non si rendono conto del perché vengono sgridati, e puniti. Non lo sanno quasi mai perché. Ancora non ci camminano bene nel mondo dei grandi, e barcollano, cercando di capirli, di accontentarli, in attesa di un sorriso.

I bambini.

Innocenti, e soli. Piccoli donchisciotte con gli occhi sgranati.

Per loro è tutto vero. È vero anche che lo meritano, di essere puniti. Trasparenti e innocenti come cristalli di sale.

E ogni volta che piangono si sciolgono un po’.

Le cose che accadono intorno entrano nel loro mondo luminoso, ma fragile come vetro sottile sottile, e con una sola parola puoi rigargli l’anima, per sempre.

Credono che la storia che vivono sia l’unica storia possibile, e un po’ hanno ragione. Ma non sanno ancora di esserne gli unici protagonisti.

Tuttavia sono come dei libri bianchi dove i grandi scrivono le cose, spesso alterandone i significati.

 

C’erano i giardini, prima, oltre le case. E muri di confine, di cuzzetti ruvidi, consumati e anneriti, sui quali i bambini grattavano i limoni per togliere la buccia amara e mangiarne la parte bianca.

E in fondo ai giardini, vicino al muro di confine con un altro giardino, il vecchio cesso in muratura, coperto. Chi ce l’aveva, coperto. All’interno a volte un càntaro sfondato e cementato sulla grezza gettata che costituiva il pavimento. Molto spesso invece solo una buca. Ma tutto andava comunque, in caduta libera, direttamente nella foggia sottostante che, fuori dalle mura del piccolo cesso, si apriva al cielo, completamente a vista, e piena di mosconi grossi, di un nero-verde scuro madreperlato. Spesso i bambini si rincorrevano e giocavano proprio là intorno, tra l’indifferenza dei grandi.

Nel cesso qualche chiodo infilato nel muro. Nessun altro appiglio e nessun altro appoggio.

Di sera era buio, non c’era luce elettrica là dentro, e non c’era neanche la carta igienica.

C’era “la pezza”.

Già.

La pezza.

Per tutti.

Appesa a ‘nnu ciantrùne.

Si somigliavano un po’ tutti, allora, i giardini oltre le case.

E anche i genitori. Per esempio la regola era che prima sgridavano e poi spiegavano il perché, se mai lo spiegavano. In genere gridavano e punivano, e basta. Gridavano e punivano sempre. E le parole non le pesavano. E spiegazioni non ne davano mai.

Per la verità non sapevano di doverne dare.

Anche loro nel loro mondo, nella loro testa, con il proprio cammino e la propria storia.

Anche loro innocenti, e senza colpe.

 

Sebastiano aveva sei anni e mezzo, si sentiva già grande, ma era un corpicino magro magro con due grandi occhi neri.

Era la fine di giugno ed era stato promosso, la maestra già glielo aveva detto, accarezzandolo sui capelli appena rasati a zero per l’estate. Era stato il più bravo della classe. Lui poi subito glielo aveva detto al papà, con gli occhi neri neri sgranati e brillanti d’orgoglio. Il papà gli aveva detto bravo ma non l’aveva neanche guardato ed era uscito in piazza a trovare gli amici, come ogni sera dopo il lavoro.

Il giardino di casa sua, diviso in due da un vialetto che portava in fondo, verso il cesso, era un probabile pezzetto di terra rossa che riusciva tuttavia a nutrire piantine spontanee e profumate di pomodori, menta, basilico, e anche alberelli teneri, stentati e generosi, magnifici nel loro sopravvivere in quella terra assetata di pioggia. Ma erano abituati. L’acqua del pozzo era preziosa, e non era per loro. Però nel giardino c’era sempre odore di acqua saponata che la mamma gettava nella terra dopo aver lavato i panni o i piatti.

C’erano il limone e il mandarino, e anche un albero di ‘mbrùni grossi e succosi che Sebastiano raccoglieva di nascosto per regalare ai suoi amici, più poveri di lui. Tra il pozzo dell’acqua e il pozzo nero, completamente aperti e molto vicini tra loro, c’era un albero di fichi, ‘nna culummàra, e, sparse per tutto il giardino, begonie nei grossi vasi di terracotta annerita, tante begonie dai bellissimi fiori rosa.

Sebastiano giocava tutto il giorno da solo, appena fuori dalla porta della cucina, sull’àscicu ombreggiato da una prèula che regalava grossi grappoli d’uva zuccherata. Si divertiva a togliere con la mano a coppa le mosche e i moscerini morti che galleggiavano sull’acqua nella limma bianca smaltata, sorretta da un treppiedi di ferro, dove ci si lavava mani e faccia. Invece d’estate, per lavarlo tutto, a lui la mamma lo ‘mpizzàva nella pila di pietra, dove faceva anche il bucato e lavava i piatti, e lo stricàva tanto che diventava tutto rosso.

In quei giorni Sebastiano si sentiva leggero, la mamma gli aveva tolto finalmente la canottiera di lana, che per la verità pizzicava già meno della maglia con le maniche lunghe, quella proprio invernale. Ora aveva anche i pantaloncini corti e i chianelli ai piedi. Peccato però che la scuola era finita; l’estate era lunga, e mamma e papà erano sempre arrabbiati. E poi a maggio era nato il fratellino. Al mare quest’anno non ci sarebbero andati, forse neanche la domenica, perché la mamma non si sentiva tanto bene.

Quel giorno lì aveva giocato a lungo, sempre da solo. Nel suo giardino c’era anche un bel nespolo grande, lui saliva sull’albero e saltava giù, finta che sotto c’era un cavallo e lui era Zorro. Gli piaceva quando saltava giù perché la tovaglia stracciata che si legava al collo si apriva davvero come un grande mantello. Quando non trovava la tovaglia si annodava una mappìna, non era bello come con la tovaglia, ma faceva finta, e il mantello lo teneva lo stesso. Era il suo gioco preferito, perché poi immaginava che i cattivi rubavano la sua mamma e lui andava a liberarla e lei lo abbracciava e gli diceva meno male che c’è Sebastiano mio. Il fratellino era troppo piccolo ancora per essere anche lui Zorro. E quando poi cresceva faceva l’aiutante di Zorro, non è che ci potevano essere due Zorri.

Dopo pranzo riposavano tutti, proprio coricati nel letto, perché faceva già molto caldo. Gli piaceva molto entrare nelle lenzuola fresche senza la maglia di lana e senza il pigiama, soprattutto i primi giorni che toglieva tutto, poi si abituava. E gli dispiaceva che si abituava. Sebastiano pensava sempre che le cose belle dovevano durare per sempre, e invece finivano tutte molto presto. E a volte finivano solo perché ci si abituava, non perché smettevano di essere belle. Come quando papà era tornato dalla Svizzera e per i primi giorni lo prendeva sempre in braccio e lo faceva volare, e poi baciava la mamma e le sorrideva e le faceva il solletico. Poi si abituava, e non lo faceva più. E anzi cominciavano a litigare.

Anche quel pomeriggio cominciarono a litigare, erano appena andati a letto e lui sentì la voce arrabbiata di papà. La mamma non parlava, piangeva soltanto.

Allora si alzò dal letto ed entrò nella stanza dei genitori, perché quando papà era in Svizzera lui la mamma non l’aveva mai fatta piangere, aveva fatto sempre il bravo proprio per non vederla piangere mai più. Allora era meglio se il papà si rimaneva alla Svizzera, tanto la differenza era che quando tornava stavano tutti più felici solo per quattro o cinque giorni. Poi stavano peggio.

Mamma…

Suo padre smise di parlare e sua madre smise di piangere, ma fu lei a parlare, quasi subito.

Cci bboi tie? Va’ ccùrcate! ‘U petrusìnu te ogni minèscia!

Si sentì come sbattuto da uno schiaffo a chilometri di distanza, ma rimase immobile nella penombra della stanza, senza più pensiero. Poi, con i piedi scalzi, soltanto con le mutandine bianche con l’elastico un po’ allentato, tornò senza parlare vicino al suo letto, nella stanza attigua a quella dei genitori, guardò un attimo le lenzuola fresche, poi si allontanò. Attraversò con quel suo corpicino magro anche la penombra della cucina. A scuola aveva già imparato l’orologio e sulla sveglia poggiata sulla credenza vide che erano le tre e trentacinque. La porta era socchiusa, e uscì fuori in giardino. L’àscicu era bollente, gli scottava le piante dei piedi, era come camminare sui carboni ardenti.

Non aveva nessun pensiero nella testa, solo che se la sentiva vuota. Prese a salire la scala in muratura che portava sulla làmia, dove la mamma stendeva i panni più grossi, lenzuola e tovaglie; gli piaceva correre tra i panni grandi stesi, soprattutto quando c’era vento. I panni più piccoli la mamma li stendeva invece giù in giardino, sui fili di ferro tesi lungo il vialetto che portava al cesso, pieni di ccappètti di legno che lui metteva per gioco su ogni dito quando voleva fare il mostro con le unghie lunghe. Allora scese di nuovo in giardino ché forse in quel momento voleva fare il mostro, ma i panni stesi erano tanti e non c’erano ccappètti liberi. E poi la testa si fece di nuovo vuota, lui non sapeva dove mettersi, e cominciò a camminare lungo il vialetto. Poi pensò che si stava sporcando i piedi e la mamma l’avrebbe sgridato. Entrò nel cesso, non doveva fare niente, ma abbassò le mutandine e si sedette. Rimase fermo lì. Stette seduto a lungo con le gambe appese e la testa vuota.

Da dove stava vedeva il nespolo, un pezzetto del muro basso che delimitava il vialetto con dietro la pianta di menta e due gerani rossi. Sotto il nespolo il cavallo di Zorro non c’era più.

Ricominciò a pensare.

Sarebbe rimasto lì finché loro non si preoccupavano e andavano a cercarlo chissà dove. Anzi immaginò di morire e che lo trovavano morto dopo tanto tempo, e che poi lo sollevavano e lo prendevano in braccio e lo tenevano stretto stretto al petto e lo chiamavano per nome. Ma lui non rispondeva più. E loro piangevano per tutta la vita, senza smettere mai e dicevano se non c’è Sebastiano ormai non vogliamo più neanche il fratellino. Immaginò tutti i particolari del suo funerale, la banda, le corone di fiori, la gente in corteo, ma soprattutto la disperazione dei suoi genitori, il loro pentimento, le lacrime di sua madre, la sua voce consumata e roca a furia di chiamarlo per nome. Sebastiano, Sebastiano mio! Ma lui non rispondeva, soffriva, nella bara, perché voleva uscire e abbracciarla stretta stretta, ma ‘nzerrava gli occhi per rimanere ancora morto.

Aspettò per ore.

Si fece buio e aveva paura lì nel cesso. Ora sarebbero venuti a cercarlo, ne era sicuro, perché era passato tanto tempo. Il giardino era troppo buio e gli era sembrato anche di vedere qualcosa che si muoveva piano piano. Sì, ora avrebbe sentito la voce di papà che lo chiamava, non fa niente che poi lo picchiava. Ma le gambe e i piedi li aveva ancora? Prima gli formicolavano e gli facevano male, ma ora non li sentiva più.

Non venivano.

Allora si alzò in piedi e voleva salire in fretta le mutandine. Era sicuro, ora lo picchiavano ché era sparito per tanto tempo. Ma doveva tornare, certo la mamma stava piangendo disperata per lui. Doveva tornare, e dirle che non era morto. Cadde a terra mentre si tirava su le mutandine. Era vero, le gambe non c’erano più.

Dopo tanto tempo se le sentì di nuovo, anche se pungevano, allora si rialzò, uscì dal cesso e, a piedi scalzi, soltanto con le mutandine bianche con l’elastico un po’ allentato, camminò lungo il vialetto del giardino, verso casa.

In cucina la tavola era apparecchiata per la cena, il papà non era ancora tornato. La sveglia segnava le nove.

Ma’mamma

Ma’…

Io sono ma’…

Sebastiano andò in camera sua, e si mise a letto. Prima di addormentarsi sentì la voce nervosa della mamma che cercava di addormentare il fratellino. Pensò che era stato uno scemo a non morire. Ora loro non avrebbero mai pianto per lui.

Tratto da “Gallinelle e nodi. Sabbia e poesia” – di Ada Garofalo

Graus editore

(E’ volutamente sgrammaticato, perché ho voluto mettere in evidenza il pensiero di un bambino.)

Redazione

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