Rimanere insieme per i figli: li protegge davvero?

di Silvia Olive *

Nella pratica clinica quotidiana, mi ritrovo frequentemente ad ascoltare e custodire storie dolorose di partners, uomini e donne che hanno smesso di amarsi da tempo e che, per molti motivi concreti, legati ad aspetti legali e finanziari, ma anche psicologici ed emotivi, decidono di rimanere insieme, senza riuscire a guardarsi negli occhi e a guardarsi dentro. In particolare, una delle domande che le coppie in crisi si pongono frequentemente è: meglio lasciarsi o rimanere insieme per i figli?

Quando parliamo di quello che è giusto e sbagliato, non è possibile stabilire linee di confine nette, che valgano per tutti e in ogni circostanza, e ci troviamo invece a navigare nella complessità degli eventi, delle emozioni, della bellezza e dell’unicità dell’esperienza umana, con tutte le sue contraddizioni. E allora, mi scrive F., 42 anni: “da un lato vorrei separarmi da mio marito, perché le cose tra noi non vanno più bene da molto tempo, ma dall’altro lato penso che questo non è giusto nei confronti dei nostri figli, e che gli procurerei un grande dolore”. Altre volte invece, prevale la paura che la separazione possa creare fratture nel rapporto con i figli, mettendo le basi per incomprensioni, rancori e allontanamenti. In quest’angoscia le coppie rimangono spesso per anni, senza sapere cosa decidere e cosa fare.

La separazione è sicuramente un’esperienza estremamente dolorosa e destabilizzante per i genitori e per i figli. E’ un fallimento evolutivo, è un lutto, una frattura, uno strappo forte nella vita.

La separazione dei genitori è un evento che richiede anche molti cambiamenti nelle abitudini e nelle piccole cose quotidiane: due case, due stanze da letto, turni di incontro, una programmazione diversa delle attività della settimana, ma soprattutto costringe a pensare alla separazione e alla frammentazione dell’amore e della vita più che alla sua interezza ed integrazione, e tutto questo ha sicuramente il suo carico di stress fisico ed emotivo importante. Ma una delle cose che dobbiamo ricordarci sempre è che non è compito dei figli tenere insieme la coppia, e soprattutto, non è giusto appoggiarsi ai figli per sopravvivere e per far sopravvivere un matrimonio finito.

La separazione rappresenta un momento della vita difficile ed estremamente doloroso – e tutto questo è innegabile – ma non è necessariamente un trauma, e in alcune circostanze, può rappresentare la scelta più giusta, anche e soprattutto per il bene dei figli. Questo perché se è vero che la separazione è dolorosa e destabilizzante, lo è anche vivere in una famiglia infelice, conflittuale, caotica, congelata, insomma in una famiglia apparentemente unita, ma sostanzialmente separata. Coppie che si salutano al mattino nell’indifferenza generale, che si intravedono per pranzo e che poi, stanchi e scarsamente emozionati ed empatici, si ritrovano la sera sul divano di casa, aspettando che la televisione ed il sonno prendano il sopravvento. Partners che si consolano, si confidano e si emozionano altrove, in altri occhi, in altri sogni, ma che in nome dei figli, della casa, e del mutuo da pagare, decidono di sacrificare la loro esistenza.

In tutto questo, quello che veramente può essere “traumatico” nella vita è vivere in condizioni confuse, poco chiare, come se si fosse insieme, senza essere insieme, come se ci si amasse, ma senza amarsi. Perché è importante, in ogni momento, sapere ed insegnare ai figli che nella vita si devono fare delle scelte e che poi bisogna assumersene l’impegno della responsabilità, lontano dalla convinzione sottile e pericolosa di poter condurre la propria esistenza in una dimensione borderline, ai limiti, senza decidere mai, senza scegliere mai.  E nella vita, c’è una cosa ancora più importante dell’essere dei genitori perfetti: essere dei genitori credibili. Come genitori, quello che possiamo offrire ai nostri figli non è una vita perfetta, anche perché pur volendo non ci riusciremmo, ma modelli educativi solidi e credibili, modelli educativi veri, su cui poter contare e su cui poter costruire la propria vita, senza paura.

Se anche non ci si ama più, è importante mostrare ai nostri figli che per restare insieme bisogna amarsi, rispettarsi ed essere una famiglia, e che non si è una famiglia semplicemente perché si vive insieme e ci sono i figli. Se anche non ci si rispetta più, è importante far capire ai nostri figli che questa condizione non è accettabile, e che di fronte a qualcuno che non ci rispetta, bisogna staccare la spina e andare via, anche quando è doloroso. Anche quando significa dover ricominciare tutto da capo.  Se non ci si guarda più, se non si ride più insieme, e non ci si sacrifica l’uno per l’altro, anche nei momenti difficili, è importante insegnare ai nostri figli che questo distrugge i legami. Altrimenti, il rischio è che trascorrano la loro infanzia e la loro adolescenza in una finzione e che da grandi non sappiano scegliere, né strutturare situazioni affettive e familiari migliori di quella vissuta. Il rischio è che da grandi non sappiano amare, o peggio ancora, che possano credere che quel modello indifferente e umiliante di relazione che hanno visto, sia realmente l’amore e il matrimonio. Il rischio è che, una volta cresciuti, i figli si convincano che l’amore, il matrimonio, la famiglia, non siano poi una gran cosa, e che evitino di realizzare se stessi nelle loro proprie relazioni sentimentali.

E allora mi chiedo e vi chiedo, cosa è più sano per un figlio: vivere nella menzogna, sentendo e percependo il non amore, la mancanza di rispetto ed il gioco di ruoli, magari interiorizzando copioni e modelli comportamentali disfunzionali, sbagliati, oppure accettare il dolore di una possibile separazione, apprendendo l’autenticità e la responsabilità di una scelta?

La famiglia d’origine rischia di condizionarci per tutta la vita perché tendiamo a riproporre il modello da cui proveniamo, quello osservato e appreso per anni dai genitori. Non è vero che negli affetti si cerca di avere ciò che ci è mancato di più. È molto difficile desiderare qualcosa che non hai mai conosciuto. Si resta ancorati all’immagine che ci è – letteralmente – più familiare.
E così, finiamo per replicare lo stesso schema, lo stesso comportamento, lo stesso amore. Con naturalezza, come se non potessero essercene altri, e in effetti spesso, nella nostra mente, è così. L’insofferenza, le offese, le urla, o peggio ancora quella sottile indifferenza quotidiana ci diventano familiari, diventano il nostro modo di amare, l’unico modo di amare che conosciamo, e che, per meccanismi profondi e lontani, abbiamo imparato ad apprezzare. Diventano la nostra idea di “famiglia”.

E allora, per rispondere alla domanda di partenza, è bene sottolineare che la genitorialità è differente dalla coniugalità: si può smettere di essere marito e moglie, ma si continua ad essere genitori, per sempre. E anche con la separazione, si può continuare (o iniziare) ad essere bravi genitori, presenti ed empatici, nella vita dei figli. Si può scegliere di essere genitori che si danneggiano rimanendo coniugi – alimentando sofferenza e frustrazione e screditandosi a vicenda agli occhi dei figli – e, di conseguenza, danneggiando e compromettendo anche la propria capacità di essere buoni genitori; e si può scegliere, invece, di essere genitori che con coraggio e responsabilità, decidono di separarsi e di affrontare quanto non andava in loro, nella loro coppia e, spesso di conseguenza nel loro equilibrio psichico, elemento indispensabile per imparare ad essere buoni genitori.

L’esperienza clinica ci dimostra che a volte, nei casi di coppie che vivono da separati in casa, nell’indifferenza e nell’ assoluto silenzio dei sentimenti e delle emozioni, la separazione psicologica e giuridica, rappresenta un successo del percorso terapeutico. E allora, quello che chiedo alle coppie che mi pongono questa dolorosa domanda è sempre la stessa: se i vostri figli dovessero ispirarsi a voi come modello d’amore e di famiglia, voi sentite di dare l’esempio “giusto”? Quale messaggio state lasciando ai vostri figli? La risposta, è solo dentro di voi.

Psicologa Clinica, Psicosessuologa – silviaolive@tiscali.it

Redazione

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