Raccontiamoci un po’ di storia: quello che non dicono del Risorgimento…

Di Angelo Donno

angelodonnoGiovanni Gentile ripeteva spesso che “sarebbe opportuno non aprire mai l’armadio del Risorgimento perché è pieno di scheletri, e si correrebbe il rischio concreto di sfatare leggende che sono belle”.

Ovviamente, si riferiva a quella parte del Risorgimento che appare, quanto meno, imbarazzante e dalla quale prende origine la gran parte delle patologie che ancora oggi caratterizzano il nostro Paese, riconducibili, certamente, alla modalità con la quale è avvenuta l’unificazione.

Un aspetto su tutti: la funzione “vera” che Mafia e Camorra ebbero durante l’invasione garibaldina. Il ruolo che la criminalità organizzata ebbe nel nord del Paese, non ancora unito, e il modo con il quale contribuì a modificare le strategie della spedizione nel meridione una volta assolto al primo compito di sostenere l’azione garibaldina.

Parte di tutto ciò è emerso con il ritrovamento del memoriale di Filippo Curletti, capo dei servizi segreti di Cavour, uomo al servizio anche dei governi provvisori filopiemontesi del 1859-1860. Egli fu una delle tante personalità invisibili che contribuirono a “fare l’Italia” e che potrebbe essere tra i numerosi e celebrati “eroi” del Risorgimento, personaggi che fecero ricorso ai suoi servigi, se non fosse emerso il suo nome nel corso di un processo svoltosi a Torino, nel quale risultò essere colui che impartiva gli ordini e forniva le indicazioni ad una banda di feroci criminali, che lo fece diventare un personaggio decisamente scomodo. Analizzare le sue vicende giudiziarie, la sua spregiudicata attività di agente segreto, aiuta, però, a vedere il processo d’unificazione sotto una luce diversa, certamente meno gloriosa, ma più credibile.

Il diario, trovato nell’archivio storico dello stato maggiore della difesa, documento che gli storici dell’epoca non lessero, non vollero leggere, o più semplicemente, non ebbero la possibilità di leggere, contiene alcuni passi rilevanti. E’ opportuno ricordare che il Conte di Cavour era uomo scaltro almeno quanto spregiudicato, soprattutto, nell’utilizzare i servizi segreti per raggiungere i propri scopi. Una parte nodale del memoriale è quella che racconta ciò che fecero i servizi segreti per conto di Cavour e del Piemonte per favorire l’unità d’Italia. Operazioni sporche, eseguite soprattutto dal Curletti. Tra queste, l’attivazione e il sostegno, anche economico da parte del governo Sabaudo, dei cosiddetti “moti spontanei”. Per riuscire nell’intento sfruttarono bande criminali Piemontesi, tra le quali la più efferata, la “Cocca”, la quale, come contropartita, ottenne una certa “distrazione” da parte della polizia riguardo alle sue attività delittuose.

Il nome del Curletti spuntò proprio durante il processo alla banda. Uno dei testimoni pose l’accento sull’opportunità di tenere allo scuro il poliziotto che certamente avrebbe tentato di insabbiare le inchieste. Il giudice Soardi, titolare dell’inchiesta, colse le indicazioni del testimone e tenne riservati gli atti fino a quando non ottenne la convocazione di Curletti a Torino, in qualità di testimone.

 Il poliziotto, immaginando di essere ormai bruciato, per usare un termine caro al mondo degli agenti segreti, scappò portando con sé il memoriale con l’intenzione di ricattare il Governo Piemontese. Peraltro, la convocazione presso il tribunale di Torino lo colse, guarda caso in Sicilia, impegnato in una delle tante azioni preparatorie all’arrivo di Garibaldi. L’azione ricattatoria del Curletti riuscì ed egli poté riparare prima in Svizzera, poi in Belgio e, successivamente, in Francia.

Durante il suo soggiorno in terra Elvetica, saputo dell’avvenuta condanna in contumacia, quale mandante della banda della Cocca, per vendetta scrisse un memoriale anche in francese nel quale racconta lo svolgimento dei plebisciti in Emilia e Toscana del quale si sottolineano alcuni tratti.

“Per quel che riguarda Modena, posso parlarne con cognizione di causa, poiché tutto si fece sotto i miei occhi e sotto la mia direzione. D’altronde le cose non avvennero diversamente a Parma e a Firenze e successivamente nel Regno del Sud.

Ci eravamo fatti rimettere i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori. Preparammo tutte le schede per le elezioni dei parlamenti locali, come più tardi pel voto dell’annessione. Un piccolo numero di elettori si presentarono a prendervi parte: ma, al momento della chiusura delle urne, vi gittavamo le schede, naturalmente in senso piemontese, di quelli che si erano astenuti.

Non è malagevole spiegare la facilità con cui tali manovre hanno potuto riuscire in paesi del tutto nuovi all’esercizio del suffragio universale, e dove l’indifferenza e l’astensione giovavano a maraviglia alla frode, facendone sparire ogni controllo»

“….In alcuni collegi, questa introduzione in massa, nelle urne, degli assenti, – chiamavamo ciò completare la votazione, – si fece con sì poco riguardo che lo spoglio dello scrutinio dette un numero maggiore di votanti che di elettori inscritti.

In Toscana una pressante campagna di stampa dichiara “nemico della patria e reo di morte chiunque votasse per altro che per l’annessione.

Le tipografie toscane furono poi tutte impegnate a stampare bollettini per l’annessione: e i tipografi avvisati che un colpo di stile sarebbe stato il premio di chi osasse prestare i suoi torchi alla stampa di bollettini pel regno separato. Le campagne furono inondate da una piena di bollettini per l’annessione.

Chiedevano i campagnuoli che cosa dovessero fare di quella carta: si rispondeva che quella carta dovea subito portarsi in città ad un dato luogo, e chi non l’avesse portata cadeva in multa. Subito i contadini, per non cader in multa, portarono la carta, senza neanche sapere che cosa contenesse…”.

Anche i resoconti di alcuni diplomatici stranieri che avevano assistito ai plebisciti e a numerose azioni intimidatorie, sia prima sia durante le operazioni di voto, attestano che i pochi che avevano avuto il coraggio di esprimersi contro l’unificazione furono arrestati.

Nel Regno delle Due Sicilie le cose andarono diversamente, nel senso che, dopo le vicende plebiscitarie degli stati del nord i piemontesi pensarono bene di sferrare prima un attacco di conquista, defraudare il Regno di tutto e poi, a giochi già fatti, indire un plebiscito, la cui democraticità rasenta il ridicolo, per poi attivare tutte le azioni finalizzare a costruire il meridione.

Capisco quanti, ancora oggi, preferiscono conservare un’idea romantica del nostro Risorgimento, mi rendo conto che è faticoso rimettere in discussione un pezzo di storia patria tratteggiata con tanta maestria e passione, ma io trovo che conoscere la verità storica è fondamentale per capire chi siamo. E qui azzardo una riflessione anch’essa molto forte: se ci avessero raccontato la verità dei fatti, se il meridione avesse avuto contezza di cosa ha rappresentato veramente nei secoli, di qual era la sua ricchezza non solo economica ma soprattutto culturale, probabilmente sarebbe stato molto più attento e pronto a rintuzzare i molteplici soprusi che invece ha subito negli anni. Un processo di questo tipo avrebbe reso tutti più accorti e saggi in molte altre valutazioni storiche, compresa quella che ci ha condotto nella frettolosa quanto sconsiderata entrata in una piattaforma europea, anch’essa sapientemente costruita per ingabbiare interi popoli. Ceretamente ci sarà chi mi darà del complottista, ma io analizzo i fatti, e i fatti dicono che in questa Europa non c’è nulla della nobile idea originaria così, come nell’Italia Risorgimentale non vi è stato nulla dell’altrettanta nobile idea natale.

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