Racconti brevi: “La cravatta”, una storia di scelte e di vita familiare

Di Aldo Lupo

aldo_lupo– Concettina, quale di queste cravatte s’intona meglio con questo vestito? – aveva chiesto Antonio alla moglie presentandogliene due. Sapeva che la sua donna aveva buon gusto e non prendeva mai una decisione da solo, fidandosi di lei ed anche perché mai la sua scelta avrebbe concordato con quella della moglie. L’uomo aveva un carattere conciliante, almeno così voleva apparire, e, ogni volta che doveva fare una scelta, si affidava al parere della sua donna: tanto era sicuro che, avendo scelto il nero, lei avrebbe consigliato il bianco. Già quel pomeriggio aveva indossato una bella camicia, a righe, nuova e dovette cambiarsela, perché non era quella adatta alla circostanza. Avesse scelto l’altra, certamente gli avrebbe suggerito questa a righe.

– Proprio quella camicia ti sei messa, così vistosa? Vuoi proprio fare una bella figura questa sera! – aveva canzonato il marito con una apparente dolcezza. – Con quel vestito scuro va meglio la camicia bianca: dà un maggior effetto di eleganza! – suggerì Concettina.

Memore della recente lezione di buon gusto e per evitare discussioni, il paziente Antonio accettò il suggerimento di lei e si accinse ad annodarsi al collo quella argentata con dei quadratini neri, appena distinguibili tanto che, da lontano, sembravano puntini scuri. Era veramente di effetto, sotto quel vestito blu scuro, ed era quella che dava un tocco di charme indiscutibile: per questo motivo veniva usata nelle grandi occasioni. Quando voleva figurare metteva sempre quella, sicuro di non ricevere dispiacevoli osservazioni. Bisogna precisare che tutti e due, marito e moglie, erano particolarmente affezionati a questa cravatta grigia, non tanto per la sua eleganza, quanto perché era stata regalata ad Antonio proprio dal figlio maggiore, Giovanni.

– Tuo figlio ha buon gusto – soleva ripetere sempre, la moglie – e non perché è giovane! –

– È vero! – celiava Antonio – Giovanni ha stile ed un portamento disinvolto, quasi regale, perché somiglia tutto a sua madre! Lei sì è un figurino di donna: ogni vestito che indossa, anche di quattro soldi, su di lei sembra elegante e fa una bella figura anche se mette uno straccio addosso! –

– Cosa vuoi insinuare con questo? Non è vero che ho buon gusto? Se fosse per te ti vestiresti come uno “nzalli”. –

Così, guardandosi allo specchio e procedendo a sistemarsi accuratamente il nodo, si gongolava e si sentiva. un vero damerino. Anche questa argentata era molto bella, ma quella a righe oblique, marrone e blu, intervallate da un righino bianco, l’apprezzava di più e non solo perché era l’oggetto della sua scelta. Gli sembrava più allegra e, perciò, più adatta alla festosa circostanza: la festa di battesimo del nipotino. La prendeva quasi con amore, se l’accostava a quella già annodata al collo, e non gli sembrava che sfigurasse; anzi sembrava donasse un aspetto giovanile, un’eleganza più fine: tutto sommato gli piaceva molto di più. Non si azzardava, però, d’insistere e se la lasciò. Si poteva andare anche con quella argentata consigliata dalla moglie, perché era un bell’uomo, e si osservava con un tantino di civetteria, ma senza farsi notare da Concetta, per non farle credere che l’abbinamento era veramente indovinato e che il suo intervento era stato indispensabile.

– Attenzione a non rimanere incantato davanti allo specchio! Hai visto come sei bello, come sei elegante con la cravatta che ti ha regalato tuo figlio? Pensa che volevi mettere l’altra: avresti dimostrato anche di non averla gradita! – lo rimproverava la donna.

Antonio era abituato a sentirsi redarguire per nulla. Pensava alle prime volte quando lo aveva contraddetto. S’era dispiaciuto davvero, si era sentito quasi un po’ offeso di far la figura di chi non aveva buon gusto ed aveva espresso con forza la sua disapprovazione. Voleva affermare il suo carattere, la sua fermezza nelle scelte, ma avevano finito sempre per litigare.

– Sei nato zoticone e morirai zoticone! – se li sentiva ancora negli orecchi questi rudi apprezzamenti che la moglie brontolava con distacco, come non ce l’avesse con lui, come se volesse prendere le distanze dal marito.

All’uomo questo atteggiamento dava fastidio, gli sembrava di essere disprezzato, di non essere amato e più di una volta glielo aveva gridato in faccia.

– Tu badi molto alle apparenze e non apprezzi la persona per quello che é. Io ti amo non per i vestiti, con i quali fai bella figura e che costano anche fior di quattrini; ti amo non perché sei bella, ma perché ti apprezzo per quello che sei: perché sai pensare, sai parlare, sai essere affettuosa a volte! –

Questo “a volte “non piacque proprio a Concetta, che scattò inviperita proprio come sapeva aggredire quando l’altro aveva colto nel segno, quando avvertiva che il marito poteva avere ragione.

– Perché “a volte “? – scoppiò quasi in lacrime. –  Io sono sempre affettuosa anche quando non te ne accorgi, perché sei superficiale, perché hai bisogno delle coccole come un bambino per capire che ti vogliono bene. Ecco che cosa sei: sei rimasto ancora un bambino. Non te ne accorgi che sono affettuosa anche quando scelgo per te il maglione di un colore invece di un altro, quando dico che mi piace la camicia a righe invece di quella a tinta unita. Sono premurosa, perché mi preoccupo la sera quando ti attardi un po’ di più con gli amici ed io passo il tempo ad aspettarti, sferruzzando un golf per te o per i tuoi nipotini. Non posso lasciarti scegliere gli abbinamenti volgari: la gente se la prenderebbe con me che sono tua moglie. Penserebbe che ho scelto io per te. Stupido: se vai vestito sempre come un damerino è anche merito mio, che ho buon gusto e dovresti sentirti orgoglioso. –

Piangeva davvero la buona Concetta, perché non era capita che si preoccupava di tutti, forse un po’ troppo, ma meglio così anziché permettere certe volgarità nel vestiario dopo tanti bei soldini spesi e risparmiati con tanti sacrifici. Anche quando il marito, per farsi perdonare, le posava la mano in testa e le accarezzava i capelli per trasmetterle il calore del suo amore, lei si schermiva allontanandogliela con la sua.

– Sono offesa! – sembrava che dicesse – Nessuno mi comprende! –

E mentre cercava di allontanare la mano spergiura, con un movimento lento, come se avesse voluto afferrarla e asciugarsi le lagrime, per assicurarsi che l’altro si accorgesse del suo pianto, il suo uomo, con due dita dell’altra mano messe sotto il mento, cercava di sollevarle il viso sussurrandole timide parole d’amore.

– Stupidona, non piangere! Non lo sai che tu sei la persona più cara al mondo per me? Non sai che senza di te forse sarei veramente un poveruomo trasandato e sperduto, un vero “nzalli” di cui la gente avrebbe cento motivi per ridere? Non senti che tutti ti vogliamo bene: ne hai forse qualche dubbio? –

Concetta, benché nonna ormai quasi sulla sessantina, amava ancora le coccole e quella mano del marito sulla testa le infondeva tanta sicurezza d’ essere amata. La commoveva a tal punto che non riusciva a trattenere le lacrime e dava sfogo ad un dolce pianto purificatore. Non si vergognava di piangere, anzi si sentiva come liberata da un senso d’oppressione che le premeva sul cuore e le formava un groppo in gola da sentirsi soffocare. Anche le dita sotto il mento le trasmettevano la percezione d’una immensa e sincera fiducia nella persona che le stava vicino, nel suo Antonio, da sempre compagno della sua vita, ma avvertiva un prepotente bisogno di essere presa in considerazione, di ricevere concrete manifestazioni d’affetto.

– Ti sei incantato? – gli urlò la donna vedendolo così assorto di fronte allo specchio. – Fai come Narciso che si guardò nell’acqua e s’invaghì di sé stesso? Spicciati, perché siamo in ritardo. –

– Sono pronto! Ti piace il nodo? –

– Un po’ grosso: stringilo un po’! –

Non aveva fatto in tempo Antonio di commentare “E ti pareva che potesse andar bene! “che la donna accostatasi al marito, aveva preso la cravatta, e, tirando giù la parte stretta e stringendo tra le dita il nodo, lo ridusse alle sue giuste dimensioni. “Ora va meglio! Andiamo! “– esclamò. –

Dopo pochi minuti erano già arrivati in casa del figlio dove tutti erano già pronti ed Andrea, il piccoletto, dormiva beatamente tra le braccia della sua mammina in una nuvola bianca, il vestito del battesimo, dalla quale emergeva solo la testa tonda e pelata.

Giovanni, appena si vide di fronte suo padre, esclamò:

– Papà, sei proprio affezionato a questa cravatta argentata? Sembra la cravatta delle grandi occasioni! Chi vede le foto può pensare che tu abbia solo questa oppure che si tratti sempre della stessa festa! Ora te ne dò una delle mie. –

Tornò subito dopo con in mano una a righe rosse e nere separate da un filino bianco.

– È nuova nuova! Non l’ho messa mai ancora! È più festosa e ti rende proprio un giovanotto! –

Così dicendo, sciolse dal collo del padre la cravatta grigia e cominciò ad annodare quella giovanile, sgargiante, che l’avrebbe fatto sembrare più giovane. Si schermiva il genitore dicendo che se lo voleva fare da solo il nodo alla cravatta, ma non glielo permise il figlio.

– Oggi voglio servirti io, papà! Solleva poco poco la testa ed il colletto della camicia ed in due minuti il gioco è fatto. Ti ricordi quando me lo insegnavi le prime volte che mettevo la cravatta pure io? Non mi veniva mai bene! Ma ora… –

Mentre Giovanni armeggiava per intrecciare il nodo, Antonio fulminò la moglie con uno sguardo e stava per farfugliare un’espressione soffocata un po’ dal movimento delle dita del figlio, ma soprattutto dalla rabbia per aver fatto una figuraccia col figlio: avrebbe ascoltato la propria testa non l’avrebbe sbagliata. Concetta capì l’antifona e lo precedette con una precisazione di difesa.

– Te l’avevo detto che il grigio appesantisce molto l’aspetto e che a te (stava per dire vecchio con i capelli bianchi…, ma riuscì in tempo a trattenersi) donava di più quell’altra a fasce marrone e blu! Tu non mi vuoi ascoltare mai! Somiglia molto a questa di Giovanni. –

Antonio avrebbe voluto lanciarsi contro la moglie e gridarle che lei gli aveva imposto quella argentata, più elegante e di sicuro effetto stilistico, su quella camicia bianca e sotto il vestito scuro.

– Bugiarda! Bugiarda! – avrebbe voluto urlarle, ma la circostanza particolare gli consigliò la prudenza ed il silenzio li separò per alcuni lunghi minuti.

Il figlio, dall’intervento verbale della madre e dall’espressione facciale livida del padre, capì quale temporale sarebbe potuto scoppiare tra i genitori che gli sembravano più simpatici ed affettuosi quando si beccavano per futili motivi. Anche lui scelse il silenzio come par condicio e sorridendo, come per esprimere al padre tutta la sua solidarietà per la tacita risposta di dichiarazione di non belligeranza, gli strizzò l’occhio sinistro.

Ad Antonio bastò l’approvazione silenziosa ed incondizionata del figlio per sentirsi appagato anche dal comportamento da femminuccia assunto dalla moglie e …

– Possiamo andare! – intimò, rivolto alla sua donna, con un tono di voce che poteva sembrare una dichiarazione di guerra, di guerra fredda.

Come capo tribù si avviò verso la porta ed in auto pensava all’atto di delicatezza del figlio non solo per aver prestato una delle sue cravatte, ma per aver voluto egli stesso mettersi al suo servizio nell’allacciare il nodo. Era la prima volta che permetteva al figlio di aiutarlo e provò una commozione profonda, un’emozione intensa: un acuto dolore al cuore. Pensandoci bene, aveva gradito il gesto di cortesia di Giovanni, anche se non poteva fare a meno di pensare che …che stava veramente diventando vecchio. La gentilezza del figlio lo portò indietro nel tempo e vide, sull’onda dei ricordi della sua giovinezza, un altro vecchietto ed un altro giovane come il suo Giovanni.

Era lui, Antonio, il giovanotto ed il suo papà l’anziano signore. Era seduto sulla sedia, fermo, quasi impassibile e dall’espressione degli occhi, incavati dal peso degli anni, si indovinava tutta la beatitudine di essere rasato dal figlio. Pasquale non era poi tanto in età avanzata; di anni ne aveva solo settanta, ma si sentiva ancora abbastanza in forma. Spesso ripeteva: – Ringrazio ogni giorno il Signore di avermi conservato in buono stato: se non fosse per le gambe, mi sentirei proprio un giovanotto, ma qui e qui sono come quando avevo vent’anni! – e così dicendo indicava con la mano la testa ed il cuore. Da qualche anno, però, rincasando tardi dal lavoro, gli rincresceva di andare in piazza o di recarsi dal barbiere ed i figli si erano offerti di radergliela loro la barba. Aveva preferito Antonio, perché aveva la mano più leggera, più decisa, più delicata. Raramente accadeva di procurargli un piccolo taglio con la lametta, specialmente quando era nuova ed ancora molto affilata, ma sciocchezzuole, che scomparivano con un tocco di matita emostatica. Pasquale era molto saggio e la mano leggera era solo un pretesto, una scusa per trascorrere un po’ di tempo in più con questo maggiore, con Antonio, che, svolgendo un lavoro diverso dal suo, aveva meno opportunità di conversare con lui, di goderselo quel figliuolo, di conoscerlo meglio. L’altro, Cosimino, pure se la cavava benissimo col rasoio, ma si rallegrava ogni giorno a vederselo trotterellare come un puledro sul lavoro. Ben presto lo aveva capito, Antonio, e per questo era molto fiero di quel padre che, con l’espediente della barba, cercava la vicinanza del figlio per scoprire di che pasta era fatto.

Questo quadretto di delicata intimità, emerso dai ricordi di vita familiare, suscitò in Antonio una riflessione profonda ed un impegno nello stesso tempo: – Riuscirò a creare opportunità per rimanere vicino ai miei figli per conoscerli meglio, aiutarli e promuovere sempre la loro crescita umana.? –

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