Per i cento anni di Aldo Moro

Di Vittorio Zacchino

zacchinoL’ho amato, come tanti altri, senza mai conoscerlo. Senza assistere alle sue lezioni di Filosofia del Diritto. Mi affascinava la sua paziente mediazione, la ricerca del dialogo costante., dell’intesa e della costruzione di una convivenza pacifica, che è altra cosa da un accomodante compromesso al ribasso, purchessia, perché nasce da uno status permanente e da un ricca riserva di bontà, dalla voglia di dialogo e di pace, dalla tenacia di perseguire una alterità interculturale, che è poi sforzo di immedesimarsi con l’altro, di comprendere le ragioni degli altri. In una società straziata, uscita a pezzi dalla guerra, non esente da malizia e diffidenza, Moro progettava la costruzione pacifica della “casa comune”.
Ci fu tutto ciò in Aldo Moro da Maglie, come si è potuto vedere fin dall’ esordio nella vita pubblica, di questo “professorino” nato tra le rive del Ionio gentile, e di lì a poco trasmigrato con la propria famiglia, nella Taranto dei suoi studi liceali, e di lì a poco nella Bari mercantile della sua più complessa vita universitaria.
Nel 1946, alla vigilia di un traumatico passaggio dalla Monarchia allo Stato Repubblicano, al momento di ricostruire su nuove basi la Nazione, partendo da zero, in una Italia da rifare ex novo dalle macerie della guerra, bisognevole di regole giuste ed eque per il futuro di milioni di persone, affidate alla Costituente, questo sconosciuto professorino cattolico barese nato a Maglie, varcò un giorno, con una valigetta, la sede della DC di Lecce, al primo piano del vecchio

Giuseppe Codacci Pisanelli
Giuseppe Codacci Pisanelli

UPIM, e si trovò al cospetto del bancario Rag. Fiocca, del Professore Giuseppe Codacci Pisanelli, tricasino di Roma, del medico Beniamino De Maria di Galatina. Ai quali con spontanea schiettezza chiese di essere candidato e sostenuto alle prossime elezioni della Costituente. Un ignoto professore giovanetto di 28 anni, sbarcato da Bari, il quale in virtù della sua nascita in provincia di Lecce, perorava una candidatura nel nobile consesso dei padri del nascente Stato.
Come si sa, il professorino magliese venuto dal nulla, venne bocciato dai mammasantissima di Lecce e rispedito a Bari. E tale bocciatura fu il primo di una serie di errori di frettolosa sottovalutazione da parte della colta Firenze delle Puglie nei riguardi di gente propria, di insperate, impreviste, mal giudicate, straordinarie risorse native di intelletto e professionalità.
Come si sa,Aldo Moro, grazie al primate di Bari, Cardinal Marcello Mimmi, che dette prova di speciale fiuto di talent scout, non solo venne eletto alla Costituente, ma vi assunse ben presto una posizione dominante, in forza della sua cultura giuridica, della visione politica ispirata al Vangelo, da esser eletto vicepresidente, e voce ufficiale della Democrazia Cristiana. Un uomo della Provvidenza con vocazione al martirio , come è noto a chicchessia. Tanto da permeare di spirito nuovo la Costituzione ed innovare radicalmente lo Stato nascente. L’uomo che da Presidente del Consiglio uscente venne eletto in Puglia con oltre trecentomila preferenze e come accade ripetutamente da noi, tenuto sulla panchina delle riserve, aveva il destino segnato. E che tragico destino!.
Ripartì da Otranto, con pochi fedeli amici, in una cena di pochissimi adepti, da clima carbonaro, cena a base di orecchiette, di pesce dell’Adriatico, e di vino Donna Marzia.
Alla vigilia delle elezioni del giugno 1975, oltre mezzanotte, Moro approdò in un cinema di Galatone, che più non esiste, e si offerse al bagno della folla che l’aveva atteso per ore e ore. L’uomo del dialogo, il sottile pensoso stratega democristiano del centro-sinistra, il costruttore paziente di un rapporto fiduciario di proficua collaborazione con i socialisti e i comunisti, iniziato fin dal 1960, che avrebbe consentito di governare insieme, con l’astensione di socialisti e monarchici, e più avanti con governi di cui fecero parte socialdemocrtici e repubblicani, sostenuti dai socialisti, fino al momento del governo di centrosinistra organico, cioè al gabinetto in cui sedevano anche ministri socialisti. Formule governative oscure e incomprensibili, garantite inizialmente dalla non belligeranza dei comunisti, indi dal loro appoggio leale, quelle ideate da Moro e definite, col linguaggio paradossale di frasi tipo le “convergenze parallele”. Un linguaggio apparentemente oscuro e contraddittorio che si materializzò nel monocolore del 1978, a guida Andreotti, battezzato“governo di solidarietà nazionale”.
via_fani_roma_16_marzo_1978Ma il 16 marzo 1978, giorno in cui la Camera dei Deputati doveva votare, tale governo, l’abilissimo stratega ne vide il naufragio quando, alle 9,02, un commando di brigatisti rossi assaltarono in via Fani le auto di Moro e della sua scorta, trucidando i cinque agenti che lo proteggevano. Seguirono 55 giorni di agonia, di oziose e cavillose discussioni, tra duri e possibilisti, finché fu posto termine al dramma di Moro con l’intransigenza del cosidetto partito della fermezza. Inevitabile la disperazione, non soltanto dei famigliari, ma di chi aveva lungamente accompagnato la sua cristianissima ascesa: Papa Paolo VI Montini che ne morì di crepacuore dopo appena un mese.
mororitrovatoIl 9 maggio 1978, alle 10 del mattino, Aldo Moro fu trovato cadavere nel bagagliaio di una Renault, in via Caetani a Roma, tra le sedi della DC e del PC. luogo inequivocabilmente e maledettamente simbolico.
“Acciambellato in quella sconcia stiva,/ crivellato da quei colpi,/ è lui, il capo di cinque governi/ – cantò il grande poeta Mario Luzi – punto fisso o stratega di almeno dieci altri /, la mente fina, il maestro / sottile,/ di metodica pazienza, / esempio vero di essa/, anche spiritualmente lui / – come negarlo? – quell’abbiosciato sacco di già oscura carne/, fuori da ogni possibile rispondenza / col suo passato/ e con i suoi disegni(…).
E ancora, Luzi, arrovellandosi di angoscia :
“A che nere riserve / d’infamia dicono quei tali / (dicendosi giustizieri) di attingere, / a che deposito di fiele / distillato da millenni / d’iniquità e perfidie fanno quel pieno / di rabbia proletaria che dicono – o è interrotta la torva loquela,/ non dicono più niente – è un rictus…/abbassano la celata e mettono a segno il colpo,/ si lasciano dietro lo stupore,/ la ressa, gli urli , lo sdegno,/ l’ambio vacillante dei barellieri – è tutto./ Questo il loro soliloquio/ ,questo il loro cupo dialetto / – o è la sola lingua , non ne ha altre questo tempo?
La conseguenza trapela dai versi del medesimo Luzi:
“muore ignominiosamente la Repubblica/ignominiosamente la spiano / i suoi molti bastardi/ (…)ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,/ si sbranano ignominiosamente i suoi sciacalli. /Tutto accade ignominiosamente, tutto /meno la morte medesima – cerco di farmi intendere / dinanzi a non so che tribunale / di che sognate equità. E l’udienza è tolta.
Commossi, leggemmo,quel che Moro disse della Resistenza nel 31° anniversario della Liberazione, nel 1976:
“La Resistenza è stata lo scatto di un popolo oppresso teso alla conquista della sua libertà. Un moto che viene da lontano e va lontano, che affonda le radici nella storia del nostro Stato Risorgimentale. Non solo un moto patriottico e militare contro l’occupante tedesco, e neppure un movimento di semplice restaurazione pre-fascista.
E il Mezzogiorno fu tutt’altro che una remora alla realizzazione degli ideali della Resistenza. Ancorché le popolazioni meridionali sentissero lo Stato assente ed ostile alle aspirazioni sociali del Mezzogiorno. Si è parlato di due civiltà,di due Italie, di due mercati, quando si sarebbe dovuto parlare di legislazione compiacente se non prona agli interessi del Nord.
Eppure era stato Don Sturzo a parlare di economia capace di far avanzare il Paese, e di modelli di sviluppo e politiche comunitarie rispettose delle vocazioni locali. Quelle politiche di cui hanno bisogno i giovani:”Cari giovani, non dimenticate i morti e la ragione per cui morirono i padri della Resistenza; non dimenticate ciò che qui, in questo angolo del mondo, è stato pensato, sperato, fatto, sofferto in nome della Libertà. E allora prendete nelle vostre mani il destino del nostro Paese…e comprenderete qual è il vostro posto in Italia, in Europa, nel mondo.
Questo fu il politico Moro, pensoso della società del suo tempo che fermentava. Il Moro, che oggi avrebbe compiuto cento anni, il quale nel giorno del sequestro si era preoccupato primariamente di far chiedere scusa dalla moglie agli studenti se la sua borsa contenente le loro tesi era stata persa.
La sua vita esemplare e le lettere scritte durante la detenzione hanno rivelato un Moro fragile, il Moro uomo, padre, marito, col suo profondo senso della famiglia, l’attaccamento alla casa, gli affetti, cosi forti e radicati in chi è di queste parti.
Maria Fida sua figlia nel libro LA CASA DEI CENTO NATALI, ha offerto un ricordo affettuoso e una testimonianza struggente del padre strappato violentemente all’affetto dei suoi cari e all’Italia, ha fotografato un luminoso “ritratto di famiglia” in cui i particolari della vita quotidiana acquistano nel ricordo doloroso significati veri e non banali, una cronaca di piccoli e grandi avvenimenti vissuti accanto ad un protagonista chiave della vita italiana del tempo, che testimoniano di come certe idee guida si incarnano nel normale fluire, e nelle piccole o grandi azioni di ogni giorno, all’interno di una famiglia come tante altre. Fino al momento della tragedia che interruppe bruscamente la vicenda esistenziale di tanto uomo e stravolse quella della sua famiglia, la forza incisiva dei sentimenti e delle idee che oltre la tragedia hanno guidato cristianamente la quotidianità dello statista e dei suoi famigliari. Ma anche il dolore provocato nel vecchio cuore di Papa Montini, e quello composto ma già adulto degli orfani degli agenti di scorta del Presidente che dichiaravano solennemente di voler continuare a onorare i padri e la loro degna memoria.
Tenerissimo è quel fanciullesco amore di Moro per il presepio: “Papà era un maestro nel costruire il presepio che concepiva come un’opera d’arte, e di cui andava molto fiero.Anche mio figlio Luca, in età fanciullesca, ha deposto il piccolo Gesù nella mangiatoia del presepe del nonno. Leonardo Sciascia che di quel libro scrisse la prefazione vi ha colto il saldo coerente vincolo tra famiglia e Stato, di cui questa è la genesi ideale. Famiglia, che come la scuola, in sede costituente, lo aveva visto coerente e protagonista appassionato della scrittura costituzionale.
piazza-moroChi non amava Moro non lo ha risparmiato neppure da morto. C’è chi ancor oggi deplora la intitolazione di vie e piazze al traditore che aveva favorito Bari contro Lecce, tradendo nel 1947 la l’attesa Regione Salento. Gianni Donno, docente odierno di contrapposte idee, ha scritto nel 1996 esplicitamente di un’ intesa tra Togliatti e il giovane Moro, per favorire la Grande Puglia barese. Nonostante fosse nativo di Maglie. Infliggendo una irrimediabile sconfitta alla deputazione ionica salentina. dei Codacci Pisanelli, Giuseppe Grassi, di Vito Mario Stampacchia.
Il 9 maggio 1978 l’amico prof.Giovanni Invitto mi chiese di accompagnarlo nella sezione DC di Galatone per potersi condolere con i maggiorenti del partito. Galatone infatti nel 1975 era considerata una salda rocca del moroteismo,una specie di “università morotea” della provincia, con l’ indimenticato dottor Cosimo Settimo, già sindaco e dirigente, il dottor Fernando Maglio, l’avv. Giorgio Contese, e molti altri. Un vivo sentimento di umanità, retaggio di solide frequentazioni cristiane, ha rinsaldato a lungo quei sentimenti.
E tuttavia, non tardò a manifestarsi,in taluni un frigido (calcolato?) distacco verso lo stratega di ben 10 governi, e il sacrificio degli uomini della sua scorta. Nella grigia cinica disamina burocratica dei fatti, da parte di chi venne preposto a giudicare quei fatti, documentata con parole asessuate, spesso alla pietas per gli uccisi, prevalse la ricostruzione cinica dei fatti registrati.
Eppure di nonno Moro sopravvive ancor oggi lo stupore impotente del nipotino Luca, la certezza di tanta gente che lo ha amato per un suo gesto signorile, una parola gentile, un sorriso, un partecipe interessamento al suo caso. Fin dal giugno scorso la Chiesa ha avviato il suo processo di canonizzazione prendendo atto che la gente considerava Moro santo già da tempo. Per questo egli continua a vivere in molti, in quei giovani studenti che incitava a prendersi cura di questo meraviglioso,ma strampalato Paese, mentre li portava con sé a visitare i carcerati.
Condividendo i versi di Giorgio Caproni, Moro credeva in una palingenetica salvifica ripartenza da zero:
“Resteremo in pochi.Raccatteremo le pietre. Saremo altri, e punto per punto riedificheremo il guasto che ora imputiamo a voi.E ricominceremo. Saremo nuovi. Non saremo noi”.

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