Per capire chi siamo: Fernando Pessoa, la poetica di un uomo anonimo

Se Fernando Pessoa fosse stato nostro vicino di casa, e qualcuno ci avesse chiesto delle notizie sul suo conto, noi avremmo potuto rispondere benissimo: «Era una persona tranquilla; salutava sempre», senza danneggiarne in alcun modo il profilo biografico.

La casa natale di Fernando Pessoa
 La casa natale di Fernando Pessoa

Le vicende esistenziali di uno dei più grandi poeti mai esistiti si possono riassumere in pochissime battute: dopo aver passato l’infanzia e l’adolescenza tra Lisbona e il Sud Africa, a 22 anni Pessoa fece ritorno in Portogallo, per restarci fino al giorno della sua morte, il 30 novembre 1935. Lavorò tutta la vita come corrispondente estero, traducendo la posta di una piccola ditta di import-export. Tra la sua casa e l’ufficio c’era lo spazio di una manciata di strade percorse in solitudine, al massimo qualche ristorante, una bottega, una tabaccheria.

Ma questa figura dai contorni apparentemente sfuggenti e irrilevanti, con grande sorpresa dei suoi (del tutto ipotetici) vicini di casa, ha lasciato alla critica – e, molto prima, a noi tutti – migliaia di manoscritti inediti che trovano posto tra i capolavori della letteratura di tutti i tempi: poesie, appunti e un romanzo che non portano unicamente la sua firma. Perché non solo Pessoa non era una persona irrilevante. Lui non era nemmeno una persona.

Quando ci si reca in visita alla sua tomba, al monastero dos Jéronimos, si è sorpresi dalla presenza di una scultura che ricorda gli antichi megaliti sacri ai primi popoli europei, o la stele che celebra un sovrano giusto: un parallelepipedo con quattro facce, ognuna in memoria di quegli uomini che Pessoa fu nel corso della sua vita. O almeno dei più noti: Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Alvaro de Campos, e infine, se stesso.
Queste erano le creature alle quali l’enorme e sconfinata mente del poeta aveva dato vita; tre figli suoi e tre fratelli suoi, degli individui liberi e indipendenti che nel corso della loro “esistenza” svilupparono caratteri, abitudini e poetiche diversissime, arrivando anche ad essere in contrasto aperto con il loro creatore.
Quest’esperienza, di vita e di letteratura, anche se ci può sembrare così estrema e lontana, ci parla della disperata ricerca di noi stessi, del dramma di essere uomini e della forza che serve per sopportarne il peso. La costruzione a cui Pessoa dà vita è impressionante e necessaria, ha in sé l’urgenza e la follia dell’urgenza.

Fernando Pessoa e Aleister Crowley
 Fernando Pessoa e Aleister Crowley

«Il peso della consapevolezza del mondo» è, in quest’anima, estremo e spinto fino allo spasimo. Vivere attraverso i sensi provoca sofferenza, una naturale sofferenza interna che è in noi per il solo fatto che siamo al mondo e che percepiamo quanto ci circonda («Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare, / vedo gli esseri vivi vestiti che s’incrociano, / vedo i cani che anche loro esistono, / e tutto questo mi pesa come una condanna all’esilio»).
Non solo, poi, esistere è un dolore: «C’è, tra me e il mondo, una nebbia che impedisce che io veda le cose come veramente sono – come sono per gli altri». La realtà sovrasta, confonde, e l’uomo per cui il mondo è un enigma, finisce per diventare un enigma per se stesso («La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni o strida dentro di me corde e arpe, timballi e tamburi. Mi conosco come una sinfonia»).

Ma questa non è affatto una condizione subita dal poeta. Pur essendo infatti il più stanco dei viventi, egli è allo stesso tempo il più instancabile dei sognatori, pur non essendo mai sicuro di chi sia veramente, il suo dubbio diviene il motore di una ricerca inesauribile («Mi perdo se mi incontro, dubito se trovo, non possiedo se ho ottenuto»), ricerca che si realizza anche e soprattutto attraverso la scrittura .
Il sentire dell’intelletto, la forza dell’immaginazione e della creazione permettono alla mente umana di esplorare le sue infinite possibilità («Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso voler essere niente. / A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo»), e di allontanare lo spettro dell’inconsistenza di ciò che siamo. Scrivere non solo è una forma di conferma della nostra esistenza, è anche un modo per indagarla e per esorcizzarla. («Se scrivo ciò che sento è perché così facendo abbasso la febbre del sentire»).
In questo senso quindi la parola – e soprattutto la parola poetica – riacquista il suo intento primordiale: quello di scongiurare ed esorcizzare il negativo della vita, di bloccarlo ed incastrarlo in un racconto, in un mito, di modo che non possa spaventare più.

Alla luce di questo, certamente quella di Pessoa è anzitutto una grande prova di coraggio, e come tutte le prove di coraggio, parte dalla paura. Ed è poi un tentativo di conoscenza, e come tale non può che prendere le mosse dal dubbio e dalla coscienza dell’incertezza.
Allora forse è giusto affidare i nostri ultimi pensieri alla voce di due altri grandi scrittori del Novecento europeo: Vittorio Sereni e José Saramago. Nel 1962, Sereni, nel commentare, anche con grande coinvolgimento personale, gli Ossi di seppia, scriveva : «la poesia di Montale in tanto suo dubbio sull’esistenza ci aveva appassionati in gioventù («e per sempre», aggiungeva Giovanni Raboni) alla vita». La stessa intensa gratitudine esprimeva Saramago, grande innamorato di Pessoa, parlando del suo connazionale: «Fernando Pessoa non riuscì mai a essere davvero sicuro di chi fosse, ma grazie al suo dubbio possiamo riuscire a sapere un po’ di più chi siamo noi».

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Ludovica Pasca

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