Parliamone con…Michele D’Elia

Parliamone con…Michele D’Elia

Parliamone con…Michele D’Elia

Nei giorni scorsi abbiamo avuto il piacere e l’onore di parlare con il M° Michele D’Elia, pianista salentino giramondo. Prima di lasciare spazio ai suoi interessantissimi pensieri è importante per noi sottolineare alcuni punti della sua grande carriera, nonostante la sua giovane età.
Dopo il diploma in pianoforte a Lecce, si trasferisce a Milano, dapprima per conseguire un altro diploma, in musica vocale presso il Conservatorio “G. Verdi” e poi per perfezionarsi presso l’Accademia della Scala. Dopo questa esperienza Milano e la Scala – dove diviene uno dei principali collaboratori al pianoforte per l’attività artistica e didattica – diventa la base di partenza per innumerevoli esperienze artistiche in Italia e all’estero (Parigi, Avignone, Mosca, Tokyo, Atene, Saint-Moritz, etc).
Ecco ciò che ci ha detto.

Buongiorno Maestro, la prima cosa che mi viene in mente da chiederle è: qual è il suo primo ricordo legato alla musica?

Praticamente alla nascita. Sono figlio d’arte, mio padre, Corrado D’Elia, era un grande docente di oboe e corno inglese presso il Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce e un eccellente musicista. Ho avuto la fortuna di nascere tra i suoni di uno strumento tanto bello quanto difficile come l’oboe, dunque il mio orecchio è stato stimolato fin dagli albori della mia esistenza. Da mio padre ho appreso i primi rudimenti musicali e a soli cinque anni sono stato guidato verso lo studio del violoncello e del pianoforte.

Quando ha scelto tra violoncello e pianoforte?

E’ stata una scelta difficile, perché amavo entrambi gli strumenti, ma il pianoforte ha preso il sopravvento, forse per le molteplici possibilità dinamiche e polifoniche che lo strumento offre. Negli anni si è rivelata senz’altro la scelta più azzeccata, perché la passione per l’Opera, successivamente diventata un vero e proprio lavoro nell’ambito del teatro lirico e nelle sale da concerto, non poteva certo prescindere da studi pianistici approfonditi!

Qual è stata l’esperienza artistica che più l’ha coinvolta e quella che, invece, più l’ha sorpresa?

Impossibile indicarne una in particolare! Ho ancora l’ingenuità di sorprendermi continuamente, di emozionarmi all’ascolto, di esaltarmi in fase di preparazione e di esecuzione, di vivere il mio lavoro come una grande passione. Non capita tutti i giorni e in tutte le professioni. In un certo senso mi ritengo molto fortunato, anche se l’ambiente musicale non è quel fantastico Eden che l’occhio esterno del “non addetto ai lavori” può credere di intravedere. Molto spesso può essere una giungla selvaggia popolata da abitanti senza scrupoli né regole, ma agendo con competenza, determinazione e una giusta dose di pazienza…si impara a sopravvivere! 

Quando non è dietro ad un pianoforte cosa fa?

La mia professione mi porta a viaggiare spesso per il mondo. In realtà, le ore di preparazione e di prove in teatro non lasciano gran spazio al tempo libero ma, per quello che riesco, provo a visitare le città nelle quali mi trovo per lavoro, conoscerne l’arte, la cultura e, da buona forchetta, anche le specialità gastronomiche!

Com’è il rapporto con i cantanti? Risponde al vero il fatto che si comportino sempre come “prime donne”?

L’era delle “primedonne” scostanti, altere e piene di capricci è ormai tramontata da un pezzo. Sarebbe anacronistico comportarsi oggi in questo modo, anche perché il Teatro d’Opera non è più quell’ambiente elitario di un tempo, oggi si intravedono in sala molti più jeans e scarpe da ginnastica che pellicce e gioielli. Secondo il mio punto di vista, questo cambiamento non è del tutto negativo, perché l’Opera è stata sempre vista come qualcosa di antico, polveroso, museale, invece è attualissima nei suoi argomenti, nelle sue trame e nelle vicende che investono ogni tipo di sentimento umano. E’ proprio nello “svecchiamento” che essa troverà la sua rinascita, nel cercare di avvicinarsi al “sentire” dello spettatore moderno. Anche per questo, non sono affatto contrario alle cosiddette regie moderne ed anticonvenzionali, quando ovviamente in esse ci sia un senso di sviluppo logico dell’azione, nel rispetto della musica.

Ci vuole raccontare qualche aneddoto riguardo le tante esperienze all’estero che ha vissuto?

Di aneddoti particolari ce ne sono davvero tanti, forse ogni singolo impegno lavorativo è “aneddoto a sé”. Lavoro molto in Italia e mi piace molto lavorare nel mio paese, la patria del “melodramma”. Ho un consolidato rapporto con L’Accademia del Teatro alla Scala di Milano, col Maggio Musicale Fiorentino e con l’Accademia in seno al teatro di Firenze, ma amo molto viaggiare e conoscere ambienti nuovi. Le esperienze all’estero sono numerose e continue, da Tokyo agli Emirati Arabi, da Mosca a Tenerife, dal Festival di Verbier passando per l’Opernhaus di Zurigo e il Festspielhaus di Baden Baden, Parigi, Lisbona, Barcellona, Repubblica Ceca, oltre all’ormai decennale impegno estivo col Festival Rossini in Wildbad, in Germania. Vivo tutto ciò con grande passione e con l’entusiasmo un pò naif di un ragazzetto sognatore.

Pensando al nostro Salento, cosa le piacerebbe vedere realizzato dal punto di vista musicale?

Sarebbe bello che la politica locale salentina investisse di più su eventi musicali di un certo livello e di svariati generi e non concentrarsi esclusivamente su quelli di ambito popolare e folklorico. Intendiamoci, tutto è importante, la salvaguardia delle tradizioni in primis, ma il Salento è anche la terra di Tito Schipa e Cloe Elmo, di Franco Perulli e Ines Martucci, il territorio in cui fiorivano le cosiddette “bande musicali di piazza”, ensemble di strumenti a fiato e percussioni, oggi condannati purtroppo alla decimazione, che permettevano la fruizione della musica “colta” al popolano che non poteva permettersi il lusso di andare a teatro, all’artigiano, all’operaio, alla massaia, al contadino che, in seguito, sarebbe andato fischiettando per i campi quei graziosi motivetti, ormai impressi nella memoria e nel cuore, che avrebbero alleviato il sudore e la fatica di ore di lavoro sotto al sole o in preda alle intemperie.

Cosa sente di dire ai giovani che vogliono intraprendere gli studi musicali?

Il consiglio fondamentale che mi sento di poter esprimere è quello di convincere le famiglie a non pensare alla musica come a un hobby. Lo studio dev’essere serio, ma non serioso, rigoroso ma non pedante, deve sempre mantenere vivo lo stimolo della scoperta, la passione verso il proprio strumento e l’interesse della conoscenza di tutti gli aspetti che investono la sfera musicale. In una parola: crederci, sempre.

Grazie mille Maestro, è stato un grande piacere per noi de LaPiazzaMagazine cogliere l’opportunità di scambiare qualche parola con lei. Auguri per il futuro!

 

Marco Mariano

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