Pane e Mattarella per tutti

Pane e Mattarella per tutti

Pane e Mattarella per tutti

di Giulio Pasca

A 2019 ormai inoltrato, sento il desiderio di rispolverare lo scorso messaggio di fine anno del nostro Presidente della Repubblica. Si tratta di un appuntamento trasmesso dalle tv nella fascia oraria in cui siamo in subbuglio per i preparativi del cenone di Capodanno, e che inevitabilmente è destinato a passare in secondo piano nel clima ludico e festoso delle vacanze natalizie. Vorrei rilanciarne i contenuti perché credo che sia il meno formale e il più bello degli ultimi anni.  

Il richiamo ai “valori positivi della convivenza” è un evidente monito al fenomeno sociale dell’immigrazione. Sarebbe ora che da semplici cittadini, nel nostro piccolo, iniziassimo a considerare i migranti per quello che concretamente sono: una realtà che esiste, un dato di fatto, una comunità che in diversi modi è già radicata nel nostro Paese. Educhiamoli, istruiamoli, investiamo sulla loro formazione. O il timore cui spesso tutti cediamo, si ritorcerà contro noi stessi. Ignorarli o isolarli non aiuta loro e non aiuterà noi. Nessuno nasce criminale. E’ l’emarginazione ad essere l’anticamera di comportamenti criminosi. Proprio come un figlio lasciato a se stesso da genitori poco premurosi rischia di prendere cattive strade. Iniziare a riflettere in quest’ottica  e “pensarsi in un futuro comune” sarebbe il primo passo per collocarci nel mezzo dei due estremi della nostra classe politica: da una parte la retorica buonista dell’accoglienza, dall’altra la propaganda del timore. In questo senso il Presidente ci spinge a essere i primi attori di quel modello di integrazione per  poter così “colmare le lacune e i ritardi dello Stato”.

Rifletto spesso sui tanti conterranei che ho occasione di incontrare nella bella regione che mi ospita, l’Emilia Romagna, e mi convinco di quanto sbagliata sia la polemica sui cosiddetti migranti economici. Quanti di noi italiani, compresi il sottoscritto, sono partiti a 18 anni verso una regione diversa alla ricerca di prospettive economico-sociali più stabili? Non siamo forse noi italiani a mandare i nostri figli all’estero per studiare? Perché dobbiamo privare gli altri di una occasione che a noi è stata concessa?
Queste persone potrebbero diventare dei bravi professionisti, come lo sono diventati i pugliesi che lavorano oggi in Emilia Romagna, ed i milanesi che hanno aperto il loro ristorante italiano a Londra, o i nostri nonni che hanno fatto fortuna in America, consentendoci di essere qui a parlarne.

Ma sarebbe vantaggioso estendere quei “valori positivi della convivenza” alla nostra sfera privata e dimensione personale. Proviamo ad immaginare la serenità che potremmo guadagnare “superando i conflitti e mettendo da parte i malumori”. Sforziamoci di disinnescare, di alleggerire, di soprassedere, di non legarcela al dito. Sul posto di lavoro, nelle discussioni in famiglia, con i nostri amici. Cerchiamo di essere costruttivi nei nostri rapporti. Altrimenti anche in questo caso l’astio e il rancore si ritorceranno contro noi stessi, sulla nostra qualità di vita. Puntiamo ad essere parte di quell’ “Italia che ricuce, che dà fiducia”. Ma facciamolo sul serio. Non lasciamo che quell’ “esigenza di sentirsi e riconoscersi comunità” sia solo un’espressione formale. 

Riguardiamo il messaggio di Mattarella il lunedì mattina mentre facciamo colazione (dura solo 10 minuti, il tempo che impieghiamo per guardare le storie di Instagram) o il venerdì pomeriggio, per alleggerire il carico emotivo di una settimana pesante. Impostiamone il link come promemoria almeno un paio di volte fino al prossimo San Silvestro. O scarichiamolo in mp3 nella nostra playlist, così da farlo capitare nelle cuffie in quei momenti di sconforto, quelli in cui “l’amicizia è la strada per raggiungere la felicità”. E guardiamoci  dal “confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia, come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti”.

Redazione

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