Non chiedermi come sei nata: viaggio intimo e fragile nel mondo della fecondazione assistita

Di Silvia Olive *

foto-1Questa è la storia di Gioia, 39 anni, giornalista culturale freelance di un importante quotidiano italiano, innamorata del suo fidanzato storico con cui capisce di desiderare un figlio, in un momento di precarietà lavorativa che rende precari anche i rapporti affettivi. Ma questa improvvisa consapevolezza si scontra con un fatto ineluttabile: la scoperta inaspettata e devastante dell’infertilità e la necessità di ricorrere a percorsi costosi e dolorosi di maternità assistita, in un Paese che da due anni ha legalizzato la Fecondazione Eterologa ma in cui è ancora difficilissimo trovare donatrici.
Mentre, passo dopo passo, affronta in una crescente solitudine il difficile percorso della fecondazione medicalmente assistita e non riconosce più il suo corpo, il dolore dell’infertilità e lo stress delle terapie e delle procedure mediche portano Gioia e il suo compagno di una vita ad una profonda crisi di coppia.
Questa è la storia di Gioia, raccontata nel romanzo autobiografico “Non chiedermi come sei nata” di Annarita Briganti, presentato il 6 ottobre nella Biblioteca Comunale di Taviano.
olive1Oggi la medicina ha fatto importanti progressi nel campo della Procreazione Medicalmente Assistita; è importante però sottolineare tutte le implicazioni che queste tecniche possono comportare all’interno della vita di coppia: molte, infatti, si trovano ad affrontare trattamenti molto invasivi – come nel caso delle tecniche di II livello che prevedono una manipolazione dei gameti maschili e femminili, e prevedono quasi sempre una fecondazione in vitro; altre volte invece le procedure sono meno invasive, come nel caso delle tecniche di I livello che prevedono invece una fecondazione in vivo, dove la fecondazione avviene all’interno del corpo della donna, come nella procreazione naturale. Si tratta comunque di trattamenti che introducono una certa “artificialità” in un processo che è da sempre immaginato, sognato e aspettato dalla donna e dalla coppia come profondamente intimo e naturale e creano così, dal punto di vista psicologico, la prima crepa e una ferita profonda in questa immagine idealizzata: la coppia deve arrivare ora ad una nuova realtà, in cui per avere un figlio deve affidarsi al progresso scientifico, alle “mani” di uomini e donne che rompono la loro quotidianità e la loro intimità.
Quante volte, da bambine, abbiamo immaginato e sognato di fare l’amore con l’uomo che amiamo e, un giorno, inaspettatamente, di aspettarlo a casa di ritorno dal lavoro per comunicargli la bella sorpresa?
E’ una scena comune – un’immaginazione, un’aspettativa, un sogno che ritroviamo anche nelle parole di Gioia, che scrive “da ragazza ero sicura che entro i trenta mi sarei sposata con un abito meringato, avrei avuto una figlia, pubblicato un romanzo. Tra qualche mese ne compirò quaranta. Mi faccio di ormoni nel bagno di casa”.
Cosa succede all’interno di una coppia quando un figlio desiderato non arriva? Sicuramente si tratta di un disagio psicologico e sociale che può essere ricondotto all’interno di un processo di vulnerabilità, certamente esclusivo per ognuno di noi, nelle nostre risorse individuali, di coppia e sociali. Tra le situazioni di maggiore vulnerabilità emozionale rientrano quei casi che non prendono in considerazione l’alternativa dell’adozione o la possibilità di una vita felice anche senza figli, e che dopo aver fallito il trattamento, ne ripetono subito altri cicli. Anche la mancanza di una vita lavorativa soddisfacente e l’insoddisfazione legata al proprio ruolo domestico, danneggiano profondamente l’autostima di chi vede nella maternità l’unica fonte di gratificazione e di sviluppo e realizzazione personale e di coppia e costituiscono quindi un fattore di rischio importante.
D’altronde, le ripercussioni sul funzionamento psicologico ed emozionale della sterilità sono evidenti, l’uomo e la donna infertili mancano di una “possibilità evolutiva” non solo fisicamente, ma anche psicologicamente. Il grembo di una donna infertile può essere vuoto, ma la sua mente non lo è mai. Il bambino preesiste alla maternità reale e non si esaurisce con essa – molti anni prima quel figlio esisteva già nei pensieri e nei nostri sogni di bambine – e tutto ciò rende la situazione della sterilità simile a quella del lutto, della perdita di qualcosa che in qualche angolo della nostra vita e del nostro cuore esisteva già da molto tempo.
A tutto ciò si associa un crollo dell’autostima: la coppia vede fallire il suo progetto di creare una famiglia e allo stesso tempo si rende conto di non poter rispondere alle aspettative famigliari e sociali.
Un’importante conseguenza dell’infertilità riguarda le complicazioni che tale condizione porta nella vita sessuale e affettiva di queste coppie: l’intimità, il gioco e l’affettività lasciano il posto a tutta una serie di intrusioni e prescrizioni mediche che portano ad un inevitabile calo del desiderio, spesso seguito da incomprensioni e da solitudini all’interno della coppia stessa. La ricerca spasmodica di un bambino porta l’intimità di una coppia ad essere quasi esclusivamente finalizzata alla riproduzione, perdendo spesso la dimensione del piacere, del gioco, dell’affettività, dell’attenzione per l’altro, indispensabili in una relazione d’amore. Per la donna si tratta soprattutto di una situazione di angoscia e depressione che sfocia spesso in una mancanza di desiderio: spesso la donna non trova più nel compagno un sostegno valido – né psicologico né fisico – per le sue altrettanto impegnative lotte alla ricerca di un figlio.
Tali problematiche possono aggravarsi poi strada facendo a causa dei sensi di colpa, del risentimento o dello stress accumulato durante le procedure mediche e rendono necessaria un’elaborazione profonda dei vissuti, delle emozioni e dei significati che accompagnano questo percorso e che poi, alla fine di tutto, potranno aiutare la coppia a ritornare alla coppia.
olive2Il motivo che spinge un uomo e una donna a scegliere ed iniziare comunque un percorso di Procreazione Medicalmente Assistita è il mantenimento di un legame biologico, il desiderio di poter vedere crescere un figlio che ci somigli e che somigli all’uomo che amiamo, che abbia il nostro sorriso e i nostri occhi, i nostri gesti, i nostri sogni. D’altra parte, oggi la ricerca scientifica ha dimostrato che c’è una comunicazione tra madre e figlio già dall’interno del grembo materno e questo scambio – che è fisiologico, ma anche emozionale e psicologico – riguarda anche le gestanti e gli embrioni concepiti con ovuli non propri: nel caso della fecondazione eterologa, la gestazione provoca anche mutamenti genetici nel bambino.
Questo significa che una futura madre è in grado di modificare il genoma del figlio, anche quando l’ovulo è di un’altra donna. Le mille strade dell’amore e della maternità!
E, esattamente come scrive Gioia, “in qualunque modo sia generata, sarà mia, mi farà compagnia, mi somiglierà, avrà il mio bel viso e la mia gioia. Insieme ce la faremo”.

E ogni volta ne vale la pena. C’è sempre un altro mondo e un altro amore altrove.

*psicologa clinica e consulente in sessuologia

Avatar

Redazione

leave a comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Create Account



Log In Your Account