No al colbertismo musicale, grazie

No al colbertismo musicale, grazie

No al colbertismo musicale, grazie

Dopo l’ultimo Festival di Sanremo, si è ritornati a parlare di tutelare la musica italiana in radio con le “quote”. In poche parole si vorrebbe creare una legge che obblighi le radio a trasmettere una percentuale fissa di musica italiana, in modo da favorire i prodotti musicali nostrani. Un po’ come le quote rosa (qui si rischia di scaldare gli animi femministi). Chi propone le quote pensa, evidentemente, che il prodotto che vuole tutelare sia più debole e, per questo, non in grado di sopravvivere senza una corsia preferenziale.

Riflettiamoci bene. In un momento storico in cui le case discografiche, “le etichette”, dominano il settore influenzando pesantemente il mercato, sarebbe proprio il caso di sottrarre quel poco di libertà che resta all’ascoltatore?

Partiamo da quell’antico detto popolare, spesso troppe volte pronunciato con superficialità, ma invece carico di significato: “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”.
Senza divagare, applichiamolo all’argomento in questione.
Ci sono migliaia di artisti semi-sconosciuti, che producono brani di qualità superiore a ciò che ascoltiamo in radio, eppure continuano a rimanere ignoti ai più.

I motivi sono due. Il primo è dovuto al dominio, già detto prima, delle case discografiche, che impongono i loro prodotti (di prodotti si tratta, parlando di logiche poco inerenti all’arte) sul mercato con una tale sponsorizzazione da far credere all’ascoltatore che l’artista X sia davvero bravo, facendoglielo piacere.
Il secondo motivo è che, se alla maggior parte degli ascoltatori piace l’artista X, le case discografiche impiegheranno le loro risorse nella ricerca di artisti X1, X2, X3, etc. Cioè copie di quanto piace già alla gente.
Evidentemente si tratta di un circolo vizioso, i due motivi sono propedeuticamente collegati.

Alla luce di quanto appena detto, la proposta in questione può servire? Porterebbe alla nascita di nuovi fenomeni (sia chiaro, dal punto di vista commerciale) musicali italiani, che andrebbero a sostituire gli artisti stranieri, che ad oggi dominano i palinsesti. La cultura non ne gioverebbe, ci sarebbe solo uno spostamento del mercato.

Potrebbe servire piuttosto uno sforzo legislativo che miri al potenziamento della cultura musicale, in modo da rendere l’ascoltatore indipendente dalle case discografiche e capace di valutare autonomamente la qualità di ciò che ascolta. Solo così si può favorire la qualità della musica, sempre e comunque indipendentemente dal Paese in cui viene prodotta.

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Marco Mariano

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