Misteri antichi: l’ipogeo di Torre Pinta ad Otranto

Di Giovanni Bellisario

img-20160826-wa0003Contrariamente a quanto si possa immaginare, il basso Salento offre ancora la possibilità di “scoprire” luoghi e bellezze ancora poco noti.
In fondo, il fatto che molti dei suoi abitanti non conoscano numerosi siti, costituisce una fortuna per questa terra, dato che il vero e proprio scempio da anni posto in essere da una parte della nostra popolazione sul territorio ( colline totalmente rivestite da pannelli fotovoltaici, campagne e periferie sommerse da rifiuti speciali abbandonati, cementificazione continua del territorio, distruzione sistematica negli anni passati dei centri antichi dei paesi , abusivismo edilizio imperante , assenza, per decenni, in una parte della popolazione e nelle classi dirigenti, di una reale sensibilità e capacità di comprensione dell’importanza, anche economica, del recupero del patrimonio urbanistico e storico, ecc.) non avrebbe probabilmente risparmiato tali siti, visto che in genere l’ignoranza non consente di comprenderne l’importanza ( ricordo , per mero esempio,che una volta , in un articolo , fu proprio un giornalista locale, riferendosi ad una disputa avvenuta attraverso uno scambio di interventi su un sito web locale, in ordine alla necessità di preservazione, durante alcuni interventi edilizi, di reperti murari di epoca tardo romana, a definire il tentativo di difesa degli stessi come una eccessiva attenzione per quello che in fondo erano solo pietre).
Può dunque apparire anacronistico, in un’epoca recente che vede il nostro territorio orientato, specie nella sua parte sud occidentale, verso un turismo caotico, in parte distruttivo, fatto di lidi, masse turistiche vaganti, vita notturna , droghe varie e chi più ne ha, più ne metta, suggerire una maggiore conoscenza di quel patrimonio locale immenso, dal punto di vista culturale, storico, monumentale, che consentirebbe alla nostra “ sub-regione” di vivere tutto l’anno di turismo, cultura, uso intelligente e redditizio di tale patrimonio, attraverso una nuova, moderna e lungimirante idea di uso del territorio, delle sue ricchezze,delle sue innumerevoli potenzialità che, per fortuna, in alcune aree della nostra terra ha già iniziato a fare capolino con iniziative davvero intelligenti e sensibili.
D’altro canto non dimentico come, in un incontro avuto oltre vent’anni fa con il prof. Francesco D’Andria, questi mi fece notare con amarezza come,già allora, la popolazione salentina avesse contribuito alla distruzione di oltre 80 ettari di potenziale parco archeologico.
Ma passando all’argomento del presente intervento, e scusandomi per quella che non intendeva assolutamente essere una polemica, ma una oggettiva presa d’atto,un sito tanto poco noto quanto ancora coperto da totale mistero è costituito dall’ipogeo di Torre Pinta a Otranto.
Esiste ben poco di scritto sul luogo, probabilmente l’unico intervento approfondito risale ai primi anni ottanta ed è costituito da un articolo apparso su un numero della rivista” Bella Italia”.
Il sito si trova in proprietà privata e , più precisamente, nella tenuta “Torre Pinta”, ubicato in un bella masseria medievale adibita a struttura turistica e ristorante.
Il luogo si raggiunge imboccando la Valle delle Memorie in agro di Otranto, costeggiando il borgo della Minerva ai piedi dell’omonimo colle. La zona è caratterizzata, oltre che da una bellezza ancora selvaggia, dalla presenza di varie grotte rupestri di diversa tipologia, probabilmente legate ad un più ampio insediamento rurale forse dipendente dall’Abbazia di Casole. Alcune delle grotte si presentano con pianta rettangolare, altre con una forma “ a forno”, altre ancora sono costituite da più vani circolari.
Su una collinetta sulla destra troverete la masseria Torre Pinta. L’ipogeo, scavato nella roccia, si trova sotto la struttura ed è in parte sormontato da una torre di epoca medievale, che ne determinò poi l’uso a colombaia.
In realtà che cosa costituisse l’antichissima struttura non è dato sapere.
Si è accreditata l’ipotesi di sito funebre ( il vano sulla destra dell’ingresso sarebbe servito per la cremazione dei corpi e i sedili dei quali si dirà più avanti per la loro sepoltura “in piedi” , secondo un richiamato, da alcuni, uso messapico), ma l’ipotesi non appare fondata per la caratteristica stessa del sito.
Descriviamolo.
Si entra, i più alti dovranno piegarsi un po’, in un corridoio, “dromos”, lungo circa 33 metri, che sfocia in un più ampio spazio circolare nel qual si aprono tre vani ( uno frontale e due laterali) che danno al complesso una sostanziale forma di croce ( dal che si è ritenuto anche che fosse un sito paleocristiano, dimenticando che il simbolo della croce è precedente alla nascita del Cristianesimo).
Questi tre vani, con copertura a botte, sono caratterizzati, così come i lati della sala circolare e i due lati dell’intero corridoio, dalla presenza di sedili ricavati dalla pietra e nella pietra scavati.
Nei vani laterali alcuni dei sedili appaiono più importanti e centrali, ai fianchi quelli meno importanti.
I due lati del corridoio sono percorsi da lunghi e bassi sedili sempre in pietra.
All’ingresso, sulla destra, si apre un ulteriore vano, senza alcun tipo di apertura o areazione interna, il che porterebbe ad escludere l’ipotesi richiamata secondo la quale si tratterebbe di una sorta di fornace.
Ma ciò che caratterizza maggiormente l’ipogeo è l’apertura a cielo aperto della sala principale e la presenza di centinaia di nicchie scavate in parte lungo i lati del “dromos” e in parte sulle pareti del vano centrale e di quelli ai quali si accede dallo stesso, nella roccia, di forma più o meno quadrata.
Probabilmente le nicchie scavate subito in prossimità della struttura a torre ,realizzata nei secoli successivi, sull’apertura in cima alla sala principale, non sono originarie ed aveva veramente la funzione, legata alla struttura stessa, di colombaia, ma altrettanto non si può dire delle numerose restanti nicchie presenti sia nella sala circolare, sia lungo in corridoi, le quali, per la loro stessa tipologia, portano a ritenere che servissero a contenere centinaia di lucerne.
Si trattava, con tutta probabilità, di un antichissimo luogo di culto, e, forse, di iniziazione ( si veda il vano buio e senza aperture sulla destra dell’ingresso, dalla volta bassa, che ricorda una sorta di luogo di attesa dell’iniziazione, mentre si consideri il fatto che la presenza dei seggi e dei lunghi sedili consentiva a varie decine di individui di sedere e presenziare ad eventuali cerimonie.
Altrettanto si dica della presenza dei tre vani che fiancheggiano la ampia sala circolare, dotati di scranni scavati della pietra certamente destinati a figure di rilievo, così come i sedili in pietra posti ai lati della sala.
L’apertura centrale e diretta verso il cielo farebbe propendere per culti di tipo i misterico ( solstizi, ecc.).
Ovviamente si tratta di ipotesi dato che non si hanno ad oggi elementi di certezza.
Nella nostra mente potrebbe formarsi l’immagine di un lungo dromos fiancheggiato da decine di individui seduti ai suoi lati, con le pareti illuminate da centinaia di lucerne ad olio accese, rivolti verso una sala principale , altrettanto illuminata , aperta sul cielo nella sera più lunga d’estate.

Ma questa è fantasia …
In ogni caso si consiglia la visita ( la proprietaria è sempre molto gentile e disponibile), sia perché ne vale davvero la pena, sia perché stimolerà in ogni caso la fantasia e la curiosità del visitatore, e questo è sempre un bene…

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