Lotta alla discriminazione nei confronti delle donne: approfondimento normativo

Lotta alla discriminazione nei confronti delle donne: approfondimento normativo

Lotta alla discriminazione nei confronti delle donne: approfondimento normativo

di Maria Grazia Zecca

Gli stereotipi socio-culturali di genere, i pregiudizi e le discriminazioni sono all’origine della violenza di genere.

Nel nostro sistema normativo nazionale non troviamo una definizione giuridica del termine discriminazione di genere, il cui significato è il prodotto di una elaborazione normativa che recepiamo da direttive comunitarie. La direttiva 2002/73/CE, relativa all’attuazione del principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne per quanto riguarda l’accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionale e le condizioni di lavoro, recepita a livello nazionale dal Decreto legislativo 30 maggio 2005, n. 145, modifica parzialmente la normativa italiana a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori nei confronti delle discriminazioni di genere della fine degli anni ’70.

Si inizia a parlare di diritti delle donne nel 1946 con il riconoscimento del diritto di voto alle donne. Nel 1947, durante i lavori dell’assemblea Costituente, si sopperisce, sul piano sostanziale, all’assenza di una specifica definizione di discriminazione contro le donne, con il principio di uguaglianza enunciato dall’art. 3 della nostra Carta Costituzionale che, al secondo comma, obbliga lo Stato Italiano ad intervenire per l’eliminazione di tutte quelle situazioni, di fatto, pregiudizievoli per la piena realizzazione dell’uguaglianza nei confronti della donna. Nel 1970, con la legge n. 1204/71, in ordine alla tutela della maternità per le lavoratrice, si prescrive il divieto di licenziamento durante la gravidanza, continuando con l’importante riforma del Diritto di Famiglia (1975) che elimina la forma patriarcale della famiglia che rendeva difficile, se non impossibile, l’indipendenza ed autonomia della donna.

Tutela che si amplierà di contenuto ed identità sostanziale, sul piano internazionale, con la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo che all’art. 14  vieta ogni tipo di discriminazione, ed in particolare quella fondata sul sesso, qualificando le donne che subiscono violenza come vittime particolarmente vulnerabili. Nel 1979, importante svolta storica si ha con l’adozione della CEDAW (Convenzione sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne), entrata in vigore nel nostro Ordinamento dal 10 luglio 1985, facendo ingresso  all’art. 1 la definizione di discriminazione: “l’espressione discriminazione nei confronti delle donne, concerne ogni distinzione, esclusione o limitazione basata sul sesso che abbia come conseguenza, o come scopo di compromettere o eliminare, il riconoscimento, il godimento o l’esercizio da parte delle donne, quale che sia il loro stato civile, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale, culturale e civile o in ogni altro campo su base di parità tra uomo e donna”. La Convenzione costituisce l’accordo giuridico fondamentale per la promozione della parità tra uomo e donna e la difesa dei loro diritti, richiamando quanto già riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948) contro le discriminazioni in base al sesso e quanto già contenuto nei Trattati internazionali esistenti all’epoca.

Nel 2006 viene introdotto il Codice delle Pari opportunità tra uomo e donna, con decreto Legislativo n. 198 che definisce la discriminazione diretta e indiretta, molestie e molestie sessuali. Definizione ripresa dalla direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio finalizzata ad assicurare l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego. Nel 2006, con la legge n. 7 si dettano disposizioni in materia di prevenzione e divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile.

Nel 2011 viene adottata ad Istanbul la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), ratificata in Italia con l. n. 77/2013. Il Trattato si propone di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime ed impedire l’impunità dei colpevoli, definendo l’espressione “violenza contro le donne basata sul genere” come: “una violazione dei diritti umani o una forma di discriminazione nei confronti delle donne comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provochino o rischino di provocare danni o sofferenze di carattere fisico, sessuale, psicologico o economico, inclusi i casi di minacce di simili condotte, coercizione o privazione arbitraria della libertà, occorsi nella sfera pubblica o nella sfera privata” (Art. 3). Nel 2013, la c.d. legge sul FEMMINICIDIO, ispirandosi totalmente alla Convenzione di Istanbul, introduce nuove aggravanti e nuove misure a tutela delle vittime di maltrattamenti e violenza domestica, dettando misure di contrasto alla violenza di genere.

A marzo del 2017, in un caso di violenza domestica, a richiamare alcuni articoli della Convenzione di Istanbul è la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che, nel caso Talpis/Italia, condanna l’Italia per violazione del diritto alla vita (art. 2), del divieto di trattamento inumani e degradanti (art. 3), della libertà alla vita personale e familiare (art. 8) e del divieto di discriminazione (art. 14), contestando alle autorità nazionali di non essere intervenute prontamente per garantire una efficace ed adeguata tutela alla vittima di violenza domestica, ignorando la necessità di rapide azioni per proteggere i soggetti vulnerabili da un punto di vista morale, sociale, economico e psichico. Nel 2015, il d.lgs n. 80 riconosce il Congedo per le donne vittime di violenza di genere (art. 24). A dicembre del 2017, con l’approvazione della legge sulla tutela degli orfani di crimini domestici, si chiude, per le vittime di violenza, in particolare donne e bambini, l’importante excursus nazionale dal punto di vista legislativo.

Con un comunicato stampa del 19 settembre 2017, il Garante per la protezione dei dati personali, ritenendo essenziale  il dialogo con i media e il settore privato, affinchè siano eliminati gli stereotipi di genere e sia promosso il mutuo rispetto, ha invitato tutti i media ad astenersi dal diffondere dettagli che possano rendere identificabili le vittime di violenza sessuale, ricordando che:“anche quando i dati e le informazioni vengono fornite da fonti ufficiali, i media sono tenuti a non diffondere elementi che portino alla individuazione delle vittime di violenza sessuale. La pubblicazione di tali informazioni è infatti contraria al Codice deontologico dei giornalisti, al Codice della privacy e alla tutela rafforzata accordata dal codice penale alle vittime di reati sessuali”.

A settembre del 2017, il Comitato diritti umani ONU interviene, in materia di lotta alla discriminazione nei confronti delle donne, chiedendo al Governo Italiano di intervenire sul sovraffollamento dei centri di accoglienza e di rispettare rigorosamente il principio del non respingimento per tutte le donne vittime di violenza rifugiate e richiedenti asilo  (Convenzione di Ginevra 1951). Corte di Cassazione, con sentenza n. 28152/2017, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, accoglie il ricorso di una donna nigeriana richiedente lo “status di rifugiato” perchè obbligata, nel suo paese di origine, a sposare il fratello del marito defunto, costretta, a seguito della ribellione, ad abbandonare la sua abitazione, privata della patria potestà sui figli, spogliata delle proprietà e perseguitata dal cognato che la reclamava come sposa. Gli Ermellini, richiamando la Convenzione di Istanbul, spiegano che nel concetto di persecuzione rientra non solo la violenza fisica, ma anche quella psichica e sessuale e la protezione va riconosciuta per ogni forma di violenza di genere, ad iniziare da quella domestica «indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima».

Entro il 2021 il Governo Italiano dovrà indicare, in materia di violenza di genere, le misure adottate per aumentare le strutture a protezione della donna.

 

* Avvocato, Vice-Presidente A.D.U. (Associazione per i Diritti Umani), Lecce

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