L’incontro con il diverso

L’incontro con il diverso

L’incontro con il diverso

Emozioni evocate dall’incontro con l’altro nella dimensione dell’estraneità

di Giulia Miglietta *

L’incontro con l’Altro, specie quando diverso è di per sé un incontro difficile e complesso. Tale incontro viene spesso vissuto con un senso di inquietudine accompagnato da atteggiamenti di aggressività, in termini di rifiuto o svalutazione, risposte queste che rispondono all’ emozione della paura. Ma che origine ha questa paura? Sigmund Freud indica un termine preciso per spiegare la dinamica intrapsichica ed inconscia attivata nell’incontro con l’Altro diverso da sé, individuandolo nel concetto di “perturbante”.

«Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare». (Sigmund Freud, Il perturbante, 1919.)

Unheimlich è un aggettivo sostantivato della lingua tedesca, utilizzato da Freud come termine concettuale per esprimere una particolare attitudine del sentimento più generico della paura, che si sviluppa quando una cosa / una persona / una impressione / un fatto / una situazione, viene avvertito come familiare ed estraneo allo stesso tempo, generando angoscia unita ad una spiacevole sensazione di confusione ed estraneità, concetto, quest’ultimo, che richiede di essere esplorato. Il termine tedesco unheimlich dal punto di vista semantico è il contrario di heimlich (da heim = casa) che rimanda a qualcosa di tranquillo, confortevole, fidato, intimo, appartenente alla casa. Un-heimlich significa quindi inconsueto, estraneo, non familiare. Solitamente suscita angoscia e spavento ciò che non è familiare o conosciuto, tuttavia non tutto ciò che è insolito o nuovo provoca spavento o addirittura terrore, ancora meno perturbamento. Secondo Freud, per risultare propriamente perturbante l’oggetto deve dunque avere qualche altra caratteristica, e deve essere una caratteristica poco frequente perché la maggior parte delle cose spaventose o terrificanti non sono anche perturbanti. Freud rileva che un significato traslato di heimlich presente nel dizionario della lingua tedesca è anche “tenuto in casa, nascosto”, significati non esattamente antitetici rispetto a confortevole e familiare ma appartenenti a due ambiti sicuramente in contrasto tra di loro. Heimlich presenta dunque una curiosa ambivalenza di significato, il secondo dei quali, quello meno usato, cioè misterioso / nascosto, quasi coincide col suo contrario unheimlich, infatti un-heimlich perturbante significherebbe anche non celato, venuto alla luce, affiorato. Pertanto, il perturbamento nascerebbe quando in un oggetto o in una situazione si uniscono caratteristiche di estraneità e familiarità insieme, una sorta di “dualismo affettivo”. Freud aveva perciò individuato una caratteristica fondamentale del Doppio, e cioè la sua capacità di poter concretizzare tutte le occasioni non vissute dall’Io e tutte le possibilità che la persona non era stata in grado di sfruttare. Prendendo in esame i due termini Heimlich e Unheimlich possiamo notare che: Heimlich significa tranquillità del focolare domestico, è il familiare, l’intimo, l’abituale, ciò che conosciamo e che ci conferisce stabilità; Unheimliche (il perturbante) descrive essenzialmente la sensazione di spaesamento e di estraniamento. È il nascosto, è tutto ciò che non dovrebbe essere rappresentato e che dovrebbe restare segreto / nascosto / intimo, ma che invece è riaffiorato, e riemerso, è l’estraneo segretamente familiare che ci perturba, ci mette in uno stato di incertezza e di inquietudine. Secondo Freud il perturbante è dunque qualcosa che prima era familiare nella vita psichica fin dai tempi antichissimi (credenze superate o rimosse che sopravvivono nei primitivi e, soprattutto, nei bambini) e che poi è stato estraniato dal soggetto attraverso il processo di rimozione; quindi da una parte è qualcosa di superato e dall’altra qualcosa di rimosso che ritorna. L’Unheimlich, quindi, analizzandolo approfonditamente, non risulta altro che Heimlich poiché il perturbante si rivela familiare, l’angoscioso fa in realtà parte della vita psichica fin dai tempi più antichi e si è estraniato da essa solo per mezzo del processo di rimozione. Heimliche, afferma Freud, «è quindi un termine che sviluppa il suo significato in senso ambivalente, fino a coincidere in conclusione col suo contrario».

Da precisare che il rimosso riguarda non la realtà materiale ma la realtà psichica; il rimosso è legato alla libido infantile, è un desiderio infantile, è qualcosa che è accaduto molto tempo fa e che la mente ha eliminato, però ciò che viene rimosso in realtà non è superato, quindi basta un input, un elemento in grado di farlo riemergere e riaffiorare, se non altro perché molto spesso il rimosso è destinato a ritornare. Il meccanismo psichico che permette queste rappresentazioni, queste riedizioni del passato, è quello che Freud ha chiamato coazione a ripetere. Il momento in cui il perturbante si presenta è quando il confine tra fantasia e realtà si fa labile, quando appare realmente ai nostri occhi qualcosa che fino a quel momento avevamo considerato fantastico, qualcosa di familiare che è stato rimosso appunto. All’origine della vita godiamo dell’illusione del narcisismo, di essere tutto e tutt’uno con il mondo. Seguono poi le fatiche del riconoscimento del distacco, delle separazioni, delle differenziazioni; per essere “uno” bisogna pagare il prezzo di non essere “tutto”. Come insegna la psicoanalisi, tenere insieme tutte le nostre parti è faticoso; non stupisce che, sedotti dalla possibilità di proiettare su un’altra immagine i nostri aspetti più scomodi, proibiti e inquietanti, ricorriamo alla scissione come difesa. Il problema, infatti, non è la scissione ma quando il rimosso ritorna. In realtà fa parte della storia evolutiva di ciascuno, è la caratteristica comune dello strutturarsi dell’Io, che solo talvolta sfocia nella patologia. Quindi il perturbante è quell’aspetto di noi che sconvolge perché corrisponde alla nostra oggettivazione, perché vi riconosciamo noi stessi al di fuori di noi.

Tale dinamica intrapsichica starebbe alla base della negazione di ciò che è diverso da noi e che di conseguenza porterebbe alla sua negazione, in quanto generatore di paura.

Dunque cosa significa negare l’estraneo? Nella dimensione dell’appartenenza è implicito accettare l’Altro incondizionatamente, a prescindere, ma in questa accettazione incondizionata si nega l’Altro, la sua specificità. L’integrazione invece implica far dialogare le diversità, le culture, e non negarle. La negazione dell’estraneità conduce a dinamiche di possesso che si esplicano “in emozioni che fanno riferimento, sempre, alla relazione sociale”. Nella negazione dell’estraneo si parte dal presupposto che l’Altro per essere considerato debba rientrare in una dimensione amica, familistica che appiattisce la diversità, non c’è desiderio di esplorazione ma un bisogno di sicurezza e di conferme in una negazione persecutoria delle diversità (“ti riconosco dal momento che sei uguale a me”). È un modo di negare la diversità e la possibilità di convivenza di Sé con l’Altro.

* Psicologa Clinica, specializzata in Metodologia dell’Intervento Psicologico

Riferimenti Bibliografici

Freud, S. (1993). Il perturbante. Theoria, Torino.

Freud S. (1989). L’Io e l’Es. Bollati Boringhieri, Torino.

Salvatore, S. (2015). L’intervento psicologico. Firera & Liuzzo Group, Roma.

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