L’ignoranza che uccide: la ragazza suicida perchè figlia di un boss della ndrangheta

La rabbia, la vergogna, la paura ed infine la rassegnazione, poi un volo ad occhi chiusi per liberarsi una volta per tutte. Devono essere stati questi i sentimenti che hanno dovuto invadere l’animo di Maria Rita Lo Giudice, ventiquattrenne di Reggio Calabria, eccellente neo laureata in economia che ha posto fine alla sua vita lanciandosi dal balcone di casa sua per colpa del suo cognome, accostato alla ndrangheta a causa di suo padre (ora in prigione e pentito) e altri suoi familiari. La reputazione dei suoi parenti pesava troppo a in città e la ragazza a causa di questo non veniva vista per quello che realmente era,ossia, una ragazza bella, solare e studiosa ma veniva sempre additata come la figlia di un criminale.

Purtroppo il riscatto sociale in questo mondo viene precluso perché le etichette sono difficili o addirittura impossibili da togliere, specialmente in queste circostanze e quindi molta gente è costretta a subire il crudele giudizio del popolino e a pagare come si è visto anche con la vita. Le chiacchiere, i pettegolezzi di paese vengono espressi senza pensare al peso che queste possono avere nell’animo dei più deboli, dei più emotivi. E’ triste pensare che nel 2017 ci sia ancora gente che giudica le persone per quello che le circonda e non per quello che realmente sono. Viviamo in una società di giudici ed esecutori perché Maria Rita non è morta suicida, non è morta perché si è lanciata da un balcone, Maria era già morta da tempo, uccisa dalle cattiverie di molti individui che dall’alto della loro ignoranza hanno inferto ferite profonde nell’animo di chi voleva semplicemente condurre una vita normale e onesta.

Maria Rita il giorno della sua laurea in economia

La cosa più sconcertante è che la morte non è il culmine del degrado al quale si arriva, ma è solo un fatto che con la sua risonanza trasferisce la questione dalle bocche degli abitanti di una città alle bocche degli abitanti di un’intera nazione ed è proprio a questo punto che si da il via ad una marea di commenti, soprattutto sui social, carichi di odio,presunzione e pura ignoranza. Si sta parlando di persone, se tali si possono chiamare, che dalla comodità della loro scrivania (magari durante le ore di lavoro) sputano cattiverie e illazioni di ogni tipo, accusando addirittura la ragazza di essersi comprata la laurea o che addirittura giustificano la morte della ragazza perché “ben gli sta al padre”.

Il grave problema è che ormai non ci si rende più conto di quale sia il limite da non oltrepassare, la verità è che si sono persi i valori di solidarietà, senso di giustizia e di rispetto verso gli esseri umani. La vita non è una formula matematica, la vita è fatta da mille sfumature e possono nascere santi tra i criminali e criminali tra i santi . Questi sono concetti che dovrebbero essere scontati ma che purtroppo a quanto pare non lo sono. Nessuna frase, come quella detta dal procuratore Federico Cafiero De Raho sula morte della ragazza, esprime al meglio la situazione: “SIAMO TUTTI RESPONSABILI, ABBIAMO PERSO UNA PERSONA CHE POTEVA CAMBIARE L’ITALIA”

Paolo Coronese

Paolo Coronese

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