L’emigrazione salentina nel secondo dopoguerra

Di Fernando Scozzi

Nel periodo post-unitario, mentre in altre regioni italiane si consumava un esodo di impressionanti dimensioni, i Salentini furono alquanto restii a lasciare la propria terra: i forti legami familiari, la scarsità di mezzi necessari per l’espatrio, il prevalere della piccola proprietà contadina relegarono l’emigrazione leccese ad un fenomeno assolutamente marginale. Ogni esitazione fu superata nel secondo dopoguerra quando la grave crisi economica, accentuata in provincia di Lecce dal fallimento di numerose aziende vitivinicole, determinò una situazione insostenibile con migliaia di giovani disoccupati ai quali era difficile assicurare persino il pane quotidiano. Allora numerose famiglie salentine emigrarono nelle campagne della Basilicata per coltivare tabacco a mezzadria; ma la soluzione non era comunque sufficiente ad assorbire il surplus di manodopera. La via di uscita a questa grave situazione non poteva che venire dall’estero ed arrivò nei primi anni Cinquanta quando l’accordo del governo italiano con il Brasile rese possibile una prima ondata migratoria. I disoccupati più intraprendenti si imbarcarono per il Paese sudamericano, ma per la maggior parte di essi fu un tentativo fallimentare che si concluse con l’immediato ritorno nei paesi di origine. Per chi rientrò dal Brasile si aprì la possibilità di lavorare in Belgio; ma per partire occorrevano perfino le raccomandazioni nonostante, nel primo periodo, le condizioni di vita e di lavoro nelle miniere fossero davvero impressionanti.
Nel decennio 1950/1960 l’emigrazione assunse caratteristiche di massa tanto che migliaia di salentini si trasferirono al Nord Italia e all’estero, non solo in Europa ma anche nelle Americhe, in Sud Africa e persino in Australia. In Francia gli emigranti furono impiegati nell’edilizia e soprattutto nella coltivazione delle barbabietole da zucchero, mentre in Svizzera la politica nei confronti degli italiani restò a lungo orientata a scongiurarne il radicamento. Per quanto riguarda la Repubblica Federale Tedesca, l’emigrazione proveniente dal Salento ebbe inizialmente le caratteristiche della stagionalità; poi, a partire dagli anni Sessanta, l’impiego nel settore agricolo fu decisamente superato dai settori edile e metalmeccanico.
L’emigrazione decretò la fine di un sistema economico fondato sulla proprietà fondiaria, ma produsse gravissime ripercussioni sociali fra cui l’impoverimento di numerose comunità alle quali mancò l’apporto delle energie più giovani. Tuttavia, molti emigranti ritornarono nei luoghi di origine e le loro rimesse furono una benedizione per l’asfittico sistema economico salentino. Ma la maggior parte di queste risorse finanziarie non furono investite in attività produttive bensì nell’edilizia. Ciò determinò un effimero sviluppo economico ed un’espansione smisurata dei centri urbani duplicati sulle coste e nelle zone agricole con grave pregiudizio ambientale. Altri emigranti, invece, non ritornarono nei propri paesi perché con i figli stabilitisi all’estero, rientrare in Italia significava perdere nuovamente la famiglia, rivivere lo stesso dramma della partenza quando dovettero abbandonare genitori e parenti. Chi, dopo tanti anni, decise comunque di ritornare fece i conti con una realtà sociale fortemente modificata rispetto al periodo di partenza: immaginavano di trovare gli stessi affetti di quaranta anni prima; invece, tutto era cambiato perché il benessere aveva soppiantato i valori su cui si fondava la società contadina.
Non bisogna dimenticare, quindi, i costi umani e sociali dell’emigrazione, le difficoltà di inserimento nei luoghi di lavoro, la lontananza dagli affetti familiari, lo sradicamento dal proprio paese; sofferenze oggi patite dagli emigranti del Sud del mondo che, come gli italiani pochi decenni fa, reclamano il diritto ad un’esistenza libera e dignitosa.

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