L’editoriale del Direttore: un Sud sempre più Sud

di Giancarlo Colella

direttoreQuando i padri fondatori della Repubblica diedero mano alla carta costituzionale dotarono il paese di un sistema elettorale tale da garantire, oltre alla proporzionalità tra gli eletti e i partiti politici presenti alla competizione, un giusto rapporto tra parlamentari e territorio, tale da consentire ad ogni lembo del paese di vedere rappresentate in Parlamento le proprie istanze e i propri bisogni.  Per questo dal Trentino fino al Molise, alla Basilicata, alla Sicilia ogni regione può contare sull’impegno dei pro parlamentari per rappresentare i propri problemi nella istituzione delegata a governare il paese. Ma nonostante questa garanzia il divario tra Nord e Sud si è andato sempre più accentuando. Lo testimoniano, nonostante la crisi non abbia risparmiato neanche il nord del paese, i dati relativi al flusso migratorio del nostro paese. Un flusso migratorio che nei movimenti interni (trasferimento da una regione all’altra in cerca di lavoro) ha interessato solo le popolazioni del Sud, trasferite in massa negli anni sessanta nelle grosse città settentrionali, tanto da far dire che “a Torino, dopo i siciliani, la seconda popolazione per numero è quella dei piemontesi”. Si spiega anche così il dato relativo alla popolazione della Lombardia che ha superato i 10 milioni di abitanti. Di questo tipo di emigrazione però non si conoscono le statistiche, a differenza della emigrazione verso l’estero, quantificabile (sia pure per difetto) dai dati relativi all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero). Proprio da questi dati emerge il divario tra il Nord e il Sud del paese. Nella classifica fra regioni in base all’incidenza degli iscritti all’AIRE sulla popolazione residente l’Italia appare sempre più divisa in due. Da una parte le regioni settentrionali dove il rapporto tra emigrati all’estero e residenti va dal 3,9 % dell’Emilia Romagna e dell’Umbria al 4 % della Val d’Aosta, al 4,1 della Toscana ed al 4,2 % della Lombardia. Dall’altra le percentuali a due cifre che vanno dal 13,5 % dell’Abruzzo al 14,3 % della Sicilia (730.189 emigrati all’estero su una popolazione di 5 milioni e 92 mila abitanti), al 19,9 % della Calabria, fino al 21,2 % della Basilicata e al 27 % del Molise. Ma dopo la Cassa per il Mezzogiorno, tanto vituperata per la degenerazione nella gestione truffaldina e corrotta, cosa è stato fatto per avvicinare il Sud al Nord dell’Italia? Praticamente nulla. Anzi, la Questione Meridionale ormai è stata cancellata dai programmi di tutti i governi che si sono succeduti negli anni. Non solo. Ma anche la composizione dei governi, nella provenienza geografica dei loro ministri e sottosegretari, conferma questa tendenza ad escludere il Sud dalle istituzioni delegate a compiere scelte nell’interesse del paese. Di tutto il paese. Il quadro della provenienza geografica di ministri e sottosegretari in carica risulta emblematico in questo senso. Su 16 ministri, infatti, 5 sono targati Lazio (Madìa, Gentiloni, Padoan, Calenda e Lorenzin), 4 Emilia Romagna (Galletti, Del Rio,Poletti e Franceschini), 2 Toscana (Boschi e Giannini, più il Presidente del Consiglio), 2 Liguria (Orlando e Pinotti), 1 Lombardia (Martina), 1 Piemonte (Costa) e 1 Sicilia (Alfano). Su 8 vice-ministri 2 sono targati Piemonte, 1 Lazio, 1Basilicata, 1 Veneto, 1 Puglia e 1 Toscana. Infine su 37 sottosegretari questa è la suddivisione per regione: Toscana (regione del Presidente del Consiglio Renzi) 7, Campania 6, Lazio 4, Lombardia 3, Piemonte 3, Emilia Romagna 2, Calabria 2, Veneto 2, Abruzzo 2, Sicilia 2, Puglia 2, Basilicata 1, Umbria 1. Appare evidentissimo come il governo centrale del paese sia in mano al Nord. Come possiamo sperare in una riduzione del divario Nord e Sud?

Redazione

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