Le razzie di Macchiorru: storia del brigante Quintino Venneri

di Giancarlo Panico

Incisione sul Palazzo Marchesale

Sulla facciata del Palazzo Marchesale di Taviano  vi è un incisione, “viva il re”, dietro la quale si nasconde una storia d’amore, orgoglio e passione ottocentesca. Ma per descrivere i fatti che si nascondono dietro quell’incisione, bisogna andare con ordine. L’ annessione del Regno di Napoli alla corona sabauda fu tutt’altro che indolore, violenti scontri infatti si verificarono in tutto il sud Italia tra chi era sostenitore dei Borbone e chi si dichiarava liberale e quindi a favore dei Savoia.

Anche a Taviano si verificarono disordini di una certa rilevanza: era il 7 aprile del 1861 quando un sacerdote, don Ambrogio Mosco, di chiara tendenza filoborbonica, organizzò  una manifestazione di protesta, aiutato da una popolana, Maria Boccardi, originaria di Mattino ma da tempo trapiantata a Taviano, e i fratelli Luigi e Pasquale Calzolaro. Erano circa le 19:00 quando nella piazza  comunale, gremita di uomini e donne che inneggiavano a favore di Federico II, giunse Generoso Previtero, vicesindaco e di idee liberali, che venne immediatamente bloccato e, al suo rifiuto di gridare viva Francesco II, venne brutalmente malmenato e pugnalato. Il suo cadavere fu lasciato per terra mentre i manifestanti si diressero prima a Racale e poi ad Alliste causando ingenti danni e bruciando le bandiere tricolori presenti negli edifici pubblici.

All’indomani militi della Guardia Nazionale, provenienti da Gallipoli, Galatone e Parabita, effettuarono numerosi arresti, alla ricerca dell’assassino del Previtero, tra i quali anche Maria Boccardi che, definita come donna facinorosa e compromessa con la malavita locale, fu condannata e rinchiusa nel carcere di Lecce. In quello stesso periodo ad Alliste saliva agli onori della cronaca un feroce bandito e brigante, Quintino Venneri detto Macchiorru.

Quintino Ippazio Venneri, nato nel 1836, ci viene descritto come un ottimo  lavoratore e uomo rispettoso delle regole, nel 1859 si arruolò nell’esercito borbonico prendendo parte anche alla famosa e decisiva battaglia del Volturno. Alla fine di quell’anno tornò sfiduciato nella sua Alliste, riprendendo la sua vita di onesto contadino e mantenendo sempre integra la sua condotta morale. Ma la vita si sa che è sempre piena di insidie ed è imprevedibile la reazione della psiche umana di fronte ad essa, fu così che Quintino verso la fine del 1860, dopo il rifiuto di arruolarsi nell’esercito del neocostituito  Regno italico, abbandonò lo status di buon cittadino e si diede al brigantaggio insieme ad altri malavitosi, divenendo in breve tempo un violento personaggio che faceva razzie nelle case dei signorotti locali per poi sparire nelle campagne della nostra macchia mediterranea, e conosciuto da tutti con l’appellativo di Macchiorru. Proseguì questa vita scellerata, coperto anche dall’ omertà dei contadini della zona, fino al 7 aprile 1861,  giorno in cui fu arrestato, ironia della sorte lo stesso giorno in cui scoppiava la rivolta di Taviano. Durante il periodo detentivo nel carcere di Lecce, molto duro e mal sopportato, Quintino conobbe e si legò sentimentalmente con Maria Boccardi.

Ritornato in libertà vigilata Quintino fuggì da Alliste dandosi alla macchia, organizzò una banda di pericolosi briganti che man mano si ingrossava fino a raggiungere 24 elementi, tra cui spiccavano Vincenzo Barbaro di Villapicciotti (l’odierna Alezio) detto Pipirussu, Borsonofrio Cristofaro di Melissano,  Giuseppe Piccinno di Supersano detto Manciafarina e Ippazio Gianfreda di Alezio detto Pecuraro. Il Vènneri e i suoi uomini compirono diversi crimini, il primo dei quali fu alla caserma della guardia nazionale di Racale dove la sua banda diede dimostrazione di grande forza e temerarietà, riuscendo addirittura a fare razzia di denaro, armi e polvere da sparo. Frattanto Maria Bocciardi, uscita dal carcere, prese dimora  a Ruffano, in località Santa Cerimanna, dove Quintino Macchiorru  si recava di tanto in tanto durante la sua latitanza, per trascorrere ore di passione sentimentale  con la sua amata.

Il brigante Macchiorru e la sua banda continuarono le loro scorribande delittuose in maniera sempre più baldanzosa, la più spettacolare delle quali si verificò la notte del 24 giugno del 1863, quando i briganti entrarono alla spicciola in Melissano senza farsi notare, arrivati nei pressi della piazza i banditi si divisero in due gruppi, uno si mise a controllo della caserma dei carabinieri affinché nessuno vi si potesse recare per dare l’allarme, il secondo gruppo si recò presso la dimora del parroco don Marino Manco, reo di aver invitato i fedeli a collaborare con la giustizia per la cattura della pericolosa banda. I briganti si fecero aprire la porta da don Marino con l’inganno e lo obbligarono a consegnarli tutto il denaro ed altri suppellettili in suo possesso, ma non contenti del bottino rimediato, costrinsero il prete a recarsi a casa di alcuni conoscenti per chiedere altro denaro, tenendo in ostaggio la perpetua e scortando il prete a debita distanza, solo allora don Marino fu liberato ma dietro giuramento di non denunciare l’accaduto.

All’indomani don Marino, scordandosi del giuramento, si recò alla caserma dei carabinieri di Casarano, denunciò l’accaduto, dichiarando anche di aver riconosciuto il bandito Pipirussu, suo compaesano. Da qui partirono le indagini e i carabinieri rinvennero parte del bottino ad Alliste a casa di Giuseppe Venneri, fratello di Quintino, che fu immediatamente rinchiuso nel carcere di Ugento. Appresa la notizia da sua madre, Quintino con altri 6 briganti si recò a Melissano, in pieno giorno, cogliendo di sorpresa in piazza don Marino e freddandolo brutalmente con due fucilate al petto e poi sgozzandolo con una baionetta. La notte tra il 27 e il 28 luglio 1863 Quintino con i suoi uomini tentarono un assalto spettacolare, fallito, al carcere di Ugento con l’intenzione di liberare il fratello. Ormai il Macchiorru e la sua banda erano così pericolosi che fu necessario rinforzare le forze dell’ordine nella valle di Ottaviano per dargli la caccia.

Il 5 gennaio 1864 un plotone della guardia nazionale, guidata dal capitano Arcangelo Carlucci, sorprese nel sonno, di notte, nella masseria li carceri il grosso della banda, scamparono alla cattura Quintino, perché non si trovava lì al momento della retata, mentre il Barbaro e pochi altri riuscirono a fuggire aiutati dal buio. Il fratello di Quintino morì il 24 gennaio 1864 in carcere, all’età di 23 anni, probabilmente per via della tortura subite. La latitanza del Macchiorru terminò il 24 luglio 1866, tradito dal

la piazza dove fu assassinato Don Marino Manco

barbiere del paese si disse, quando fu accerchiato dai carabinieri di Ruffano, mentre usciva dalla casa della sua amata Maria, ne scaturì un conflitto a fuoco in cui perse la vita Quintino e un brigadiere. Così, col fucile di cui andava fiero, stretto tra le mani, finì la storia di Quintino Venneri detto Macchiorru, l’uomo innamorato di Maria Boccardi, Il bandito che non sopportava la prepotenzadei ricchi, il brigante che non si piegò  mai alla corona sabauda.

Il suo cadavere  fu fatto sfilare per le vie di Ruffano, Casarano, Melissano, Taviano, Racale e Alliste, dove fu esposto in piazza per un giorno intero, come avvertimento per gli abitanti. Furono pochi a piangerlo, ma il suo nome vaga ancora tra le vie dei nostri paesi del Basso Salento. Dalla sua storia nacque la leggenda, così lo descrivevano i cantastorie di un tempo: Bello, dai capelli ricci, forte, simpatico e, nella sua rudezza, generoso e galantuomo. Ma i paesi che furono teatro delle gesta del brigante Macchiorru non rientrarono subito nell’ordine, un nuovo gruppo criminale capitanato Salvatore Coi salì agli onori della cronaca….. ma questa è un’altra storia e, forse, un giorno ve la racconteremo.

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