Le origini del conflitto arabo-israeliano. Il mandato britannico e la Seconda Guerra Mondiale

Le origini del conflitto arabo-israeliano. Il mandato britannico e la Seconda Guerra Mondiale

Nonostante le promesse fatte, la Palestina e i territori arabi (dell’ormai decaduto impero ottomano) furono divisi fra francesi e britannici. La divisione fatta a tavolino (basta guardare i confini, che sembrano tracciati con un righello), frutto dell’accordo segreto Sykes-Picot del 1916, fu ufficializzata dalla conferenza di Sanremo del 1920. La Gran Bretagna durante il suo mandato in clandestina portò avanti il doppio gioco con movimento sionista e nazionalisti arabi. La situazione era, però, dura da portare avanti. Da un lato aumentavano le pretese dei sionisti di Londra, dall’altra l’Alto Commissario Sir Herbert Samuel aveva una popolazione da tenere sotto controllo.

Il primo problema da affrontare era impedire agli arabi di fermare l’immigrazione degli ebrei, che da tutta europa si riversavano in Palestina. Gli sforzi di mediazione di Samuel furono vanificati dai continui episodi di violenza che si susseguivano tra le due parti. Il primo episodio è quello dei moti Nabi Musa del 1921, avvenuti fra Tel Aviv e Jaffa. Ciò che si verificò in quest’occasione rappresenta il facsimile per gli scontri successivi: guerriglie urbane tra le fazioni, successive rappresaglie, attacchi contro gli insediamenti, indagine britannica con seguente blocco temporaneo dell’immigrazione ebraica. Si alternarono diverse commissioni nelle indagini, tutte consapevoli del fatto che la coesistenza fra ebrei ed arabi fosse diventata insostenibile.

L’escalation degli scontri, i timori degli arabi che vedevano la Gran Bretagna sempre più vicina ai sionisti rispetto a loro, portarono alla Rivolta Araba del 1936. Questa rivolta aveva una caratteristica nuova, aveva coinvolto i contadini, la popolazione rurale, stanca della politica poco efficace dei leader cittadini. L’ondata di malcontento non si placò fino alla dichiarazione della commissione Woodhead del 1939, che determinò l’impossibilità di una eventuale partizione e la non convenienza di una politica pro-sionista. questi concetti furono racchiusi nel Libro Bianco MacDonald del 1939, che prometteva inoltre rigide limitazioni all’immigrazione e all’acquisto delle terre per gli ebrei. Come ciliegina sulla torta, la promessa di uno stato palestinese arabo entro i successivi dieci anni. Perchè la Gran Bretagna si trovava ancora una volta a dover promettere tali cessioni ai nazionalisti? La data di pubblicazione del Libro Bianco svela tutto: stava incombendo la Seconda Guerra Mondiale e i britannici temevano che il movimento arabo potesse accordarsi con l’Asse.

Durante la Guerra gli ebrei diedero vita alla quinta Aliyah[1], anche se questa a differenza delle prime coinvolgeva il ceto medio ebraico, minando così l’omogeneità del progetto sionista. La conseguenza più importante, però, fu quella di inasprire le politiche anti-ssioniste britanniche. La Gran Bretagna, infatti, non poteva permettersi ulteriori uomini in Palestina, visto l’impegno richiesto dai fronti in Europa, per questo era conveniente accattivarsi gli arabi. La limitazione prima, e il blocco totale all’immigrazione non bastarono a fermare gli ebrei che fuggivano dalla persecuzione tedesca. Arrivarono ad essere 554 mila gli ebrei immigrati in Palestina.

Hjj Amin al-Husayni

Questo scatenò la reazione di alcuni leader arabi, fra cui il mufti di Gerusalemme Hjj Amin al-Husayni, che cercarono l’alleanza con l’Asse. A tutto questo la Gran Bretagna rispose con una politica repressiva durissima, ma questo non cancellò il fatto che ormai i britannici avevano perso il controllo sulla Palestina.

Nel frattempo negli USA veniva approvato il Programma Biltmore, che prevedeva la nascita di uno stato ebraico in Palestina. La posizione presa a favore del movimento sionista riverberò a livello internazionale, anche grazie alle rivelazioni sulle mostruosità compiute dalla Germania di Hitler. Aggiungendo a questo, i continui attacchi delle organizzazioni paramilitari ebraiche (di cui la principale si chiamava Haganah) contro i britannici, fa capire come la questione assunse dimensione internazionale, in un contesto in cui iniziava a non essere più tollerato il colonialismo. Perciò, il 14 febbraio 1947 fu la stessa Gran Bretagna a sottoporre la questione alle Nazioni Unite.

Fu istituita la Commissione Speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina (UNSCOP); all’interno della stessa si crearono due linee di pensiero: chi sosteneva che l’unica soluzione fosse la partizione del territorio e chi sosteneva che sarebbe stato possibile un’unione federale di Stato arabo e Stato ebraico. Gli arabi respinsero entrambe le proposte, mossa che avrebbero fatto a

Piano di spartizione UNSCOP, 1947

prescindere, decisi com’erano a boicottare l’USCOP. Gli ebrei, invece, erano a favore della prima proposta, che è quella che fu adottata. Così facendo: ai palestinesi toccò la striscia costiera di Gaza, la Galilea del nord e la zona di Nablus; agli ebrei andarono le aree intorno a Tel Aviv e Haifa, il Negev, e le valli di Jezreel e Huleh. Queste partizioni seguivano le linee degli insediamenti che già c’erano. Su Gerusalemme sarebbe stato esercitato un controllo internazionale.

Questo partizionamento era frutto di un compromesso, che però non aveva visto come partecipante attivo i palestinesi, e quindi era destinato a fallire. Questo era capibile non solo per il fatto che porzioni di una fazione risultavano inglobate nei territori dell’altra, ma soprattutto per le intenzioni degli stati arabi confinanti, che minacciavano l’attacco a qualsiasi stato ebraico sarebbe potuto sorgere nelle vicinanze.

[1] Ondata migratoria

Marco Mariano

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