Latino e Greco: per favore lasciamo le cose come stanno!

Latino e Greco: per favore lasciamo le cose come stanno!

Latino e Greco: per favore lasciamo le cose come stanno!

In una società sempre più globalizzata, in cui la conoscenza delle lingue è vitale, risultano sempre più obsoleti i programmi ministeriali di insegnamento delle stesse.
Pensiamo a quante ore si impiegano per la letteratura inglese a scapito della lingua reale, di ciò che veramente servirebbe appena fuori dalla porta di casa. Difficile immaginare l’utilità di avere letto in lingua originale Geoffrey Chaucer quando in centro a Londra ti sei perso e ti servirebbe sapere come chiedere le indicazioni per tornare in albergo.
Questa situazione non è molto lontana da ciò che accade realmente nelle nostre scuole.

Cos’ha a che fare tutto ciò con il latino e il greco? Molto di più di quanto si possa immaginare.
Queste lingue vengono definite “morte” poiché non vengono utilizzate per comunicare. Quindi si studiano contemporaneamente lingue vive e lingue morte, il cui insegnamento ha obiettivi differenti: le prime devono dare la possibilità di comunicare con il mondo (anche se abbiamo visto che ci sono dei problemi riguardo ciò): e le seconde? Perché si studiano ancora greco e latino?

Le risposte sono varie e chi ha avuto a che fare con questi studi ne è stato bombardato psicologicamente. “Aprono la mente”. “Danno il metodo di studio”. “L’italiano deriva da queste due lingue, non puoi non conoscerle”. Tutto ciò è effettivamente vero, anche se si sopravvive benissimo non conoscendo greco e latino.

Ciò che, però, ha innescato questa riflessione e che, quindi, porta anche noi a cercare una risposta alla domanda posta poche righe più in alto, è quanto accade nell’I.I.S. Rita Levi Montalcini di Casarano (il buon vecchio Liceo Classico “Dante Alighieri”, ma sorvoliamo sulla scelta del nome).

In questo liceo è partita la sperimentazione dell’insegnamento del greco senza vocabolario, un vero e proprio terrorismo psicologico (poveri ragazzi!). Senza, però, rimanere nella critica ironica, vediamo dei pensieri sull’utilità delle lingue morte.

Andrea Marcolongo, in un’intervista per dailybest.it, sceglie uno degli aspetti per cui ritiene fondamentale lo studio del greco:

«Il greco antico aveva un altro modo di considerare il tempo e il suo effetto sulla vita umana – e dunque sul modo di raccontare il mondo: non si chiedeva mai quando una cosa accade, ma come accade. Era una lingua che non prestava particolare cura alla disposizione temporale delle azioni, ma alle loro conseguenze. E quindi se all’aspetto presente sto mangiando, al perfetto sono sazio. O se vedo, allora so. Se sto amando forse sono innamorato e così via».

Antonio Gramsci nei Quaderni dal Carcere scrive:

«Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita. Naturalmente io non credo che il latino e il greco abbiano delle qualità taumaturgiche intrinseche: dico che in un dato ambiente, in una data cultura, con una data tradizione, lo studio così graduato dava quei determinati effetti».

Giampiero Marchi, del “Centro di Studi Classici GrecoLatinoVivo” – Firenze, si fa la stessa domanda e da la sua risposta:

«A cosa serve, dunque, studiare latino e greco? A leggere la realtà con occhi più critici, con sguardo più lucido. Sono dunque così inutili le lingue classiche? Credo che, nei tempi in cui viviamo, siano forse quanto di più utile ci possa essere offerto.
Sia ben chiaro, non ritengo che questo obiettivo sia appannaggio esclusivo dello studio delle lingue classiche e del mondo antico. Penso però che tali studi siano una palestra incredibilmente senza pari per affinare la capacità di analisi ed il rispetto dell’altro e della cultura altrui, proprio perché, nel nostro mondo interculturale, approcciarsi ad una cultura senza essere stati prima toccati da voci e pregiudizi (che per il mondo antico si fermano al sempreverde “i greci erano tutti pedofili“) può essere davvero considerato un lusso. E’ una capacità non innata, ma che va educata ed esercitata col tempo».

Infine, Franco Spada, già professore di Filosofia presso il Liceo “Dante Alighieri” di Casarano, durante una lezione diceva:

«Dovete immaginare che nel vostro cervello ad ogni nuovo ragionamento si creino dei “circuiti elettrici” che portano alla soluzione del ragionamento. Più si studia, più si ragiona, più “circuiti” nascono. Questi non vengono utilizzati solo per il ragionamento grazie al quale sono nati, ma rimangono lì a disposizione del cervello, che così ha nuove strade di ragionamento. Più strade il cervello ha, più è in grado di scegliere quella più utile e veloce per arrivare alla soluzione di un nuovo ragionamento».

Seguendo questi pensieri si può facilmente intuire come tutto ciò sia ostacolato da quello che può essere lo studio mnemonico, senza vocabolario, molto più adatto ad una lingua “viva”, in cui si ha la necessità di ampliare il lessico.

Dunque, se per Paolo Cesaretti le lingue morte sono “macchine per pensare dell’Occidente“, allora sarebbe il caso di lasciare spazio al pensiero e non ingabbiarlo nello stress di ricordare a memoria vocaboli, tra l’altro, inutilizzabili  in centro ad Atene.

Marco Mariano

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