L’anamnesi: Andrea Cavalera, una laurea in Legge e il cinema all’orizzonte

L’anamnesi: Andrea Cavalera, una laurea in Legge e il cinema all’orizzonte

L’anamnesi: Andrea Cavalera, una laurea in Legge e il cinema all’orizzonte

Quando conosco per la prima volta Andrea Cavalera, mi racconta della sua passione per il grande schermo. Laureatosi da poco in Giurisprudenza, mi dice che in realtà lui nella vita vorrebbe occuparsi di cinema. Ricordo quella passeggiata, la scorsa estate, sul lungomare di Santa Caterina. A pochi giorni dall’insediamento del governo giallo-verde, cerchiamo di distrarci commentando pellicole più e meno recenti. Qualche tempo dopo, mi parla dell’idea di organizzare nella sua città, Gallipoli, una manifestazione dedicata al genere horror. E quando mi manda su Whatsapp la locandina di “AHIFF- Apulia Horror International Film Festival” capisco che fa sul serio.

Classe 1992, Andrea Cavalera farà parte, insieme a Francesco Corchia, della Direzione Artistica del Festival, che si terrà dal 5 al 9 giugno p.v. tra il Teatro Italia, la Galleria dei due Mari e il Cineporto di Lecce. L’evento è organizzato dall’associazione culturale “GiraSud Film”, in collaborazione con Apulia Film Commission (http://www.apuliahorror.it/).
La presenza di nomi altisonanti del settore, tra cui i critici cinematografici Davide Pulici e Roberto Silvestri, i registi Luigi Pastore e Sergio Stivaletti, insieme a incontri, proiezioni e masterclass sul genere faranno da cornice alla competizione artistica, che vedrà assegnare il premio al miglior cortometraggio. 

A quando risale il tuo primo appuntamento con il cinema?
Ho dei ricordi molto nitidi. Ho passato la mia prima infanzia in un paesino della provincia di Caserta.
Avevo 3 anni e un vicino di casa con l’hobby di collezionare videocassette. Tra quelle che lui prestava a mio padre c’era La mosca di David Cronenberg, un cult del genere horror.
Guardavo e riguardavo quella VHS. Nonostante ogni volta avessi sempre tantissima paura, c’era qualcosa che mi teneva incollato allo schermo.

Insolito per un bambino di 3 anni vedere un film horror…
Infatti mio padre mi vietò fermamente di rivederlo. Per me fu straziante, un vero trauma. Mi rifiutavo di mangiare per dispetto. Andavo di nascosto dal nostro vicino e piangevo, lo imploravo di farmene una copia.

Addirittura lo sciopero della fame!
Alla fine cedettero tutti.  Quando a 5 anni ci trasferimmo a Gallipoli, avevo la fissa de La mosca. Lo guardavo prima di mangiare, dopo aver finito i compiti, prima di andare a dormire… Era diventato un rituale. Aveva un fascino inspiegabile.

Con gli occhi di oggi, sai dire cos’era ad affascinare tanto quel bambino?
La VHS. Prima che partisse il film, il nastro della videocassetta faceva un rumore particolare al suo avvio. Mi incantava. Sono delle piccolezze che sono andate poi perse con la rivoluzione digitale.

Che forma hai dato a quel capriccio?
Inizialmente ero molto attratto dalla figura dell’attore. Mi affascinavano i suoi strumenti di lavoro: la gestualità, la mimica, il tono della voce. Con i miei amici giocavo a rappresentare alcune scene di  Buffy l’ammazzavampiri.
Poi a 16 anni, al matrimonio di mio zio, mi venne chiesto di fare qualche ripresa con una videocamera.  Quello fu il big bang… Da allora, ho filmato in continuazione spaccati della mia vita familiare, e spesso ero io a dire a mamma e papà cosa fare o come dire qualcosa. Sviluppavo il nastro, creavo i titoli di coda, disegnavo la copertina della cassetta.

Dal palcoscenico alla cabina di regia…
Quando frequentavo il Liceo Scientifico di Galatone, il mio prof. di Filosofia, con cui parlavo molto, mi convinse a partecipare ad una rassegna amatoriale sul cinema. Preparai due cortometraggi. Non vinsi nulla, ma parteciparci mi appassionò tantissimo.
L’anno successivo ho conosciuto Francesco Corchia, che qualche anno dopo fondò un’associazione culturale, la “GiraSud Film”. Entrai a farne parte come socio e lo sono tuttora. Ci occupiamo di videomaking.

Arriva la maturità, ti godi la prima estate da maggiorenne e ti iscrivi a Giurisprudenza. Perché?
Ricordo che al Liceo facevo di tutto per saltare l’ora di diritto. Eppure scelsi di iscrivermi all’Università e di studiare quello, senza nessuna imposizione dei miei. Sono felice del mio percorso di studi, ho discusso una tesi in diritto privato. Ma io nella vita voglio occuparmi di cinema.

Tu apprezzi molti generi nel cinema. Perché un Festival proprio sull’horror?
L’horror sembrava morto alla fine degli anni Novanta, ma negli ultimi tempi sta vivendo una nuova vita. Certamente è cambiato perché la società è cambiata ed esistono nuove paure. Dedicare un festival al genere è un modo per tributarlo doverosamente nel nostro Paese, dove fatica a riempire le sale. Allora con AHIFF avviciniamo i giovani ad un genere notoriamente di nicchia e abbracciamo i vecchi appassionati.

Pochi giorni fa, gli zombie di Jim Jarmusch ne I morti non muoiono hanno inaugurato la 72° edizione del Festival di Cannes. La critica parla di denuncia alle azioni irresponsabili  dell’uomo sul pianeta.
George Romero insegna. L’horror che non é fine a se stesso ma racconta qualcosa che ci riguarda molto da vicino. Un ponte tra politica e grande schermo. Far riflettere con il brivido e la risata. Operazione intelligente che dimostra come l’horror non sia affatto un genere di serie B.

Preferisci un film ben fatto o un film impegnato? In sostanza, è essenziale l’estetica o il messaggio nel cinema, o entrambi?
Quando la prima scena di un film è esteticamente piacevole, tu il film lo guardi. Se scenografia,  fotografia e montaggio sono fatti bene e attraggono la vista, lo spettatore continua a guardare quel film, a prescindere dalla trama. L’estetica alle volte può salvare da un contenuto povero o da sceneggiature fatte coi piedi.

Ottobre 2017: esplode il caso Weinstein, seguito dallo sciame meteorico delle rivelazioni di molestie e pubbliche accuse. Denunce caute e ponderate? Ripicche per il no ad un provino? Ricerca di visibilità?
Sul caso Weinstein in particolare non posso dire nulla, la verità la conoscono solo la presunta vittima e il presunto carnefice. Molte delle donne che hanno denunciato le molestie avranno ragione, altre ne avranno approfittato. Insomma, un campionario di comportamenti umani. In generale, credo che nessuno dovrebbe essere costretto ad andare a letto con qualcuno per ottenere qualcosa. Ma se lo fa coscientemente, se ne prende la responsabilità.

L’epidemia virale di GOT (Game of Thrones, ndr) ha contagiato anche te?
Stranamente no, mi ha risparmiato. Ma non me ne stupisco, ammetto di essere un po’ immune al fascino delle serie TV, preferisco i film.

Il tuo attore.
Impossibile fare un nome solo, ne ho tanti in mente. Ognuno per le sue sfaccettature. Potrei citarti l’espressività di Robert De Niro. O il fascino di Jeff Goldblum, il protagonista de La mosca. A lui hanno sempre dato dei ruoli intelligenti, forse per il suo aspetto da persona colta, quale effettivamente è. Lui ha anche una band di musica jazz con la quale suona ogni settimana a Los Angeles.

Ancora La mosca. Un chiodo fisso, anche da grande…
È il film che avrei voluto girare da regista. È un melodramma, c’è tanta sperimentazione.
Ma il mio film del cuore è C’era una volta in America, di Sergio Leone. È il più bel film che sia stato fatto sull’amicizia.

Chi è Andrea Cavalera?
Direi che è semplicemente quello che si vede.

E cosa si vede?
Mi ritengo una persona schietta. Mi appassiona tutto ciò che riguarda l’universo e il cervello umano. Leggo spesso articoli scientifici e acquisto riviste specializzate. Ci sono così tante cose da sapere là fuori e così poco tempo a disposizione, ma appena posso cerco di divorare le informazioni. Se ci pensi, il cervello e l’ universo sono due infinità misteriose che si osservano a vicenda e cercano di capirsi. Io credo che siamo un tutt’uno. Magari quando ho i miei maledetti sbalzi d’umore é perché nello spazio sta accadendo qualcosa!

Giulio Pasca

Giulio Pasca

Classe 1992, una laurea in Medicina e una passione viscerale per il noir

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