La violenza ostetrica: dal dolore delle donne una nuova proposta di legge

di Silvia Olive *

foto-1Esistono storie seppellite nella coscienza, rinchiuse in un angolo della mente, ricoperte di vergogna e di umiliazione. Esistono storie che emergono nella vita di tutti i giorni: con i sensi di colpa, il dolore e la sensazione di essere assenti per anni. Esistono storie mai raccontate, perché, come in ogni situazione di abuso, la violenza ritaglia intorno alla vittima l’isolamento e la dispercezione — l’incapacità di riconoscere l’abuso come tale e di ricordare il proprio valore. Sono le storie delle donne che hanno subito “violenza ostetrica”: violenza fisica e verbale, umiliazione, abbandono, procedure mediche coercitive che diventano shock indelebili. Un argomento di cui si parla ancora poco, ma che inizia a circolare nella coscienza delle donne con una proposta di legge in Parlamento, “Norme per la tutela dei diritti della partoriente e del neonato e per la promozione del parto fisiologico”, presentata l’11 marzo 2016 dall’onorevole Zaccagnini (SEL-SI) con lo scopo di rafforzare i diritti delle donne e dei neonati, anche tramite l’introduzione del reato di violenza ostetrica.

violenzaostetrica1Perché, per qualche strano motivo, fin da bambine ci hanno insegnato che il parto deve essere per forza doloroso, traumatico; ci hanno insegnato che non sapere è meglio, che non è nostro compito essere informate. Ci hanno insegnato a non fare domande. E così, arriviamo in ospedale senza sapere che la manovra di Kristeller – una manovra ostetrica che consiste nell’applicazione di una spinta a livello del fondo dell’utero con lo scopo di facilitare l’espulsione della testa fetale in fase espulsiva avanzata – può essere una pratica pericolosa e può comportare lacerazioni perineali o in casi gravissimi la rottura dell’utero; arriviamo in ospedale senza sapere che l’episiotomia – il taglio chirurgico del perineo e della vagina – è una pratica inutile e dannosa nella prevenzione del prolasso genitale e può causare incontinenza e una sintomatologia dolorosa che può durare per anni.

E poi, l’accusa di non saper partorire, di non essere dei bravi madri e di mettere a rischio la vita del bambino: “non sai spingere”, “ti piaceva quando hai aperto le gambe?”, “sbrigati o il bimbo muore e sarà colpa tua”. Donne lasciate da sole in corsia per ore, senza sapere cosa sta succedendo. “Non mi sono sentita una mamma”, scrive Anna.
Così, nella campagna #bastatacere – una campagna di sensibilizzazione lanciata dalle donne contro gli abusi in sala parto – si leggono violenzaostetrica2storie come quelle di C. che scrive: “mi hanno strappato e poi amputato il piccolo labbro destro – tanto signora, gli uomini non se ne accorgono. Quando mi faccio il bidet ho ancora i brividi” o la storia di S., incontinente a 32 anni dopo un’episiotomia selvaggia.

Qualche volta poi, queste storie si chiudono con decessi o aborti colposi: è la storia di Claudia Bordoni, 36 anni, morta il 26 aprile scorso nella clinica Mangiagalli di Milano in seguito ad un’emorragia interna, insieme alle due gemelle che portava in grembo, dopo un’agonia lunghissima con dolori lancinanti all’addome. Questa è anche la storia di Valentina Miluzzo, 32 anni, morta il 16 ottobre scorso all’Ospedale di Catania, alla diciannovesima settimana di gravidanza. Morta agonizzante insieme ai due gemelli che portava in grembo, perché un medico obiettore di coscienza si è rifiutato di intervenire.

Eppure, come ogni forma di violenza sulle donne, anche la violenza ostetrica ha radici culturali e sociologiche profonde, legate alla normalizzazione del dolore femminile, interiorizzato spesso dalle donne stesse come una condizione inevitabile, da sopportare con silenzio e rassegnazione.
Purtroppo invece queste donne non dimenticano. Qualche volta servono anni e poche hanno il coraggio di parlarne con qualcuno, andare da uno specialista e farsi aiutare. Ansia, attacchi di panico, disturbi della sfera sessuale e affettiva, dispareunia e vaginismo secondario alle lacerazioni subite durante il parto, e ai ricordi, al trauma, alla paura di quel dolore e di quell’umiliazione indimenticabile. Ricominciare a fare l’amore non è facile. A volte anche farsi abbracciare, recuperare un’intimità, diventa difficile.

Eppure, riuscire a raccontare quei momenti permette di fare una ristrutturazione cognitiva: permette di liberare quei ricordi dai pensieri negativi, dalla vergogna, dall’umiliazione, dal dolore, e di ricostruire, pian piano, una nuova storia, una storia dove c’è una mamma meravigliosa che, con il coraggio straordinario che solo una madre può avere, sta mettendo al mondo suo figlio.

* Psicologa e Consulente in Sessuologia Clinica

Redazione

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