La valigia dei sogni, di Elena Galifi

La valigia dei sogni, di Elena Galifi

La valigia dei sogni, di Elena Galifi

È da un po’ di tempo che conosco Elena Galifi, apprezzata giornalista e brillante Direttore Responsabile della rivista online “Punto News.net”, da lei ideata nel lontano 2012 ed oramai divenuta un punto di riferimento per chi in Italia, e in special modo a Roma, fa cultura a tutto tondo. Una donna ed una giornalista, l’amica Elena, che fa della curiosità la sua guida e la sua dote più spiccata: pregio che consente a chi fa giornalismo di essere libero e di dire sempre quello in cui si crede.

Elena è anche una scrittrice che, con oggi, si mette alla prova sul nostro giornale e ci racconta di un sogno, quello contraddistinto con numero 316/1987, che estrapola da “La valigia dei sogni” e condivide con noi, invitandoci a seguirla lungo i percorsi della nostalgia e della consapevolezza. È un bel leggere per chi avrà la fortuna di farlo. (AP)

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di Elena Galifi

La valigia dei sogni, esattamente quella del sogno n.316/1987, è volata via.

A dieci minuti da casa, alla partenza del primo viaggio in moto della mia vita, la mia valigia è inspiegabilmente scivolata via dalla moto e si è confusa tra le auto in corsa che sfrecciavano sul Grande Raccordo Anulare di Roma in direzione Casilina.

Il tempo di accostare la BMW su cui viaggiavo, scendere, e mi si presenta davanti uno spettacolo tra il kafkiano e l’apocalittico: un caleidoscopio di colori animava il grigio del manto stradale dell’anello che circonda la Capitale.

La valigia dei miei sogni e tutto il suo contenuto sono ora a terra come coriandoli colorati sull’asfalto sparpagliati dal vento.

 

Il posto dove custodire i desideri

Tutti nasciamo con i desideri. Dapprima, nei primi anni di vita, sono basici, di sopravvivenza e di inconsapevolezza. Poi ci raffiniamo, ma non poi più di tanto. Qualcosa rimane sempre incomprensibile e inconscio. E il tutto ha sempre a che fare con un non so che di necessario.

Alcuni desideri divengono obiettivi da raggiungere. Altri in traguardi mai raggiunti. Altri ancora sogni sopiti o dimenticati.

La maggior parte dei desideri si trasformano in sogni, e questi ce li permettiamo in solitudine ad occhi chiusi. Diversamente non possiamo fare.

In tutto questo groviglio agitato dell’anima accade che se non è la ragione a prendere il sopravvento, ci pensa il quotidiano e qualcosa ci spinge a darci una mossa. Lo spirito di avventura si finisce per soddisfare andando alla ricerca della metropolitana perduta. Mentre lo spirito romantico di Rossella O’Hara aleggia e ci ricorda che l’amore esiste, ma ci dà appuntamento a domani, perché domani è un altro giorno… ma anche che domani non è mai oggi, e così via.

E tra tutto questo fermento ci si mettono anche altri stimoli che ci spingono a sognare di essere chissà chi e chissà dove, e le fantasie aumentano. E per una come me, che ho iniziato a raccogliere da subito i miei desideri in un cassetto, accanto ai sogni e a “batticuore” di carte di cioccolatini e petali di rose, numeri di telefono e cartoline, quel cassetto si è ben presto riempito.

I sogni, con il tempo, sono diventati numerosi, tanti, troppi, soprattutto per una sognatrice come sono io. Inoltre,  visto che le intemperie della vita mi hanno oltremodo spinto a rimandarne tanti i sogni si sono moltiplicati per caparbietà, per senso di rivalsa, per il tempo che scorreva veloce sotto i piedi vorticosamente.

E così oggi non ho più il cassetto dei sogni, ma ho una intera stanza nell’anima adibita alla custodia di questi sogni misti a desideri, alcuni dei quali perfino buttati là come una buona stoffa trovata in occasione che attende solo una idea e un’opportunità di divenire una preziosa possibilità.

In questa stanza tutte le pareti sono occupate da tiretti, più o meno capienti, ciascuno dei quali nominati secondo la tipologia come quello dei “Desideri dell’infanzia”, cassetto inaccessibile perché la chiave è andata perduta. Poi c’è Il cassetto dei “Desideri bizzarri irrealizzabili” dove spicca il desiderio, di sempre, di diventare un ballerino uomo non già una ballerina, di danza classica per poter piroettare come Rudol’f Nureev.

Ma il cassetto più grande è, e rimane, sempre quello che contiene quei piccoli progetti che danno il senso di libertà. E da quel cassetto proviene proprio il sogno n.316/1987, così datato perché fu il momento che l’ho ideato e mai più dimenticato. Era l’estate del ’87, la prima volta che percorrevo la Costiera Amalfitana e, in quel momento, ho deciso che un giorno la avrei divorata con gli occhi da un’atra prospettiva, ossia in sella ad una moto.

Il sogno n.316/1987 è in realtà il desiderio possibile e affasciante di costeggiare da centauro il territorio della Costiera Amalfitana, che vede gioielli della natura incastonati nella roccia tra il cielo e il mare, come Positano, Praiano, Amalfi, Ravello, Maiori, Minori, in una miriade di colori.

 

Tra il dire e il fare

Ma torniamo alla realtà.

Lo spettacolo che si presenta sull’asfalto del Grande Raccordo Anulare di Roma potrebbe anticipare, almeno nella fantasia dei colori, il sogno idealizzato della Costiera Amalfitana. Solo che era tutto vero. Quelli a terra erano i miei abiti e non già le barchette in mezzo al mare.

Ma la realtà supera spesso la fantasia, tanto da sorprendere e lasciare senza fiato.

A volte accade, quando meno te lo aspetti e sei forse meno preparato al viaggio ma più forgiato ai capricci della vita, che il destino ti dà l’opportunità di realizzare un desiderio. A volte ci va giù pesante, e quel sogno tanto atteso te lo trasforma un po’ a suo piacimento, allontanandolo dal tuo disegno ideale e gettandolo spudoratamente nella mera realtà.

Come può accadere che un gesto quotidiano di legare una borsa, un gesto ripetuto una infinità di volte, questa volta, proprio questa volta risulta sbagliato. Chissà perché il destino decide di pescare in quel momento, come nel gioco del Monopoli, la carta “Imprevisti”. Ma tu non lo sai, ma è questa è solo la prima carta di tutto il viaggio. Il destino gioca sporco e si porta con sé il mazzo intero per tutto il viaggio. Ma questo si scoprirà solo alla fine del viaggio.

Con ancora il casco in testa mi dirigo in cerca della valigia e nel percorso riconosco i miei indumenti. Uno per uno a terra. Come pezzi di me. E il mio viaggio va a ritroso non già in avanti quando sognavo di indossare quel singolo capo in riviera. Per uno strano gioco della mente vedo riversa a terra a brandelli la mia vita passata che vado mano mano raccattando, con grande, sublime, trascendentale calma e dignità. Inizio con il recuperare un piccolo indumento intimo, poi un altro. Nella sensazione di nudità, mi muovo lentamente senza pudore né intimità. Pura apparente distanza. Poi intravedo il poncho di tulle arancione e poco più in la sua canottierina abbinata. Poi, più in là un pantalone in fantasia sul blu che mi rimanda alla sera che l’ho acquistato, e poi toppini, scialle, poi pantaloncini, abitini, il telo del mare, i costumi… man mano riconosco i miei ricordi che desidero recuperare. Così mi metto in marcia. Ferma e decisa.

Da adulta, donna poi, nulla ti fa più paura e nulla ti dà più rabbia, né rancore. Né stanchezza, Né rassegnazione. Né sconforto. Non sei mossa neppure dal coraggio né dall’intraprendenza. Hai solo il dono della pazienza. Questo sento man mano percorro la strada in cerca della valigia volata via. Questo è tutto ciò che mi frulla in testa. La sensazione di pazienza che vivo nell’affrontare anche questa nuova situazione. Pazienza che, per quanto mi riguarda, da donna perlappunto, ho acquisito proprio perché nata donna e poi divenuta madre, e perché ho affrontato il mondo da figlia, moglie e lavoratrice in un paese, l’Italia, ancora troppo arretrato per i tempi che siamo, in cui tutti i giorni si ha a che fare con un vivere impegnativo e faticoso.

Ogni ad ogni passo tra i miei indumenti era un pensiero che si aggiungeva ad un altro. E il mio silenzio è solo apparente, dentro me si affollano una miriade di parole.

Ma come fa il destino a complicarmi sempre così bene l’esistenza? Ma come si fa, poi, ad arrabbiarsi con il destino, mi chiedevo. Quello, a volte, somiglia a mia figlia quando piccina, ogni mattina prima di andare a scuola, rovesciava involontariamente a terra il latte della colazione. Passerà, mi dicevo. Deve crescere. Bisogna avere pazienza. E ora, allo stesso modo il destino mi rovescia la valigia, ma cosa vuole ancora da me. Quali altre prove? O cosa intende dirmi questa volta, quale segnale. Forse questo sogno, il n.316/1987, come il latte ha una scadenza ed è trascorsa?

Sta di fatto che, il destino anche questa volta si prende gioco di me e mi sfida. Ma io sono una donna di quelle toste, che si è rimessa in gioco ed è ripartita dal via più volte, e non ha mai smesso di sognare o di perdere di vista i suoi obiettivi, anche quando ad essere modificati erano necessariamente i suoi progetti. Come è accaduto in questo viaggio.

Ciò che il destino forse non sa, o fa finta di non sapere, è che “questa donna” più volte ha raccolto da terra i cocci della sua esistenza. Ha preso ogni volta atto di cosa andava o non andava più fatto, ha fatto tesoro di quella che si chiama esperienza e, senza ma perdere di vista i suoi obiettivi, è ripartita perfezionando una sempre maggiore e naturale resilienza. Non hai mai distolto lo sguardo verso l’orizzonte. Questo mai.

Tutti questi pensieri invadono inconsapevolmente la mia mente in pochi secondi tanto che per un attimo non ho più coscienza di dove sono e di cosa accade, e non mi sono accorta nemmeno che dopo un primo rallentamento delle auto tutti i mezzi si sono fermati a cerchio attorno al vortice di questa improvvisata tavolozza di inedite tinte. Ed io sono come una domatrice di leoni in gabbia che dispongo dei movimenti di queste bestie inferocite, ora calme come micini che attendono pazienti il mio via. Gradatamente procedo a sgomberare il tratto di strada e quindi dò loro il cenno per liberarli al loro naturale programma. Perfino due giganti della strada, due TIR, si sono inchinati al mio destino e attendono pazienti. Solo un automobilista fa polemiche. In silenzio lo sfioro con lo sguardo e io ho pietà di lui, della sua incapacità di avere per me misericordia.

Appena accantonato sul ciglio della strada il vestiario recuperato, raccolto il tutto a modi fagotto nel telo del mare, ritorno alla ricerca della fatidica valigia e di altri eventuali reperti residui. Ma sembra non esservi più traccia di me sulla strada. Una volante della polizia stradale mi viene in soccorso e mi conferma che nel percorrere la strada non aveva visto nulla della valigia morbida, quella che io ho identificato del sogno n.316/1987, e che probabilmente è stata trascinata via da qualche mezzo. Quindi i poliziotti mi riportano alla moto, o forse semplicemente alla realtà, dove mi attende il mio compagno di viaggio e di avventura e insieme improvvisiamo una nuova e più efficiente ripartenza.

La valigia dei sogni era volata via, ma non il sogno.

Mi viene in mente la frase del libro Sulla Strada di Jack Kerouac «Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati». Noi non eravamo neppure partiti.

 

Il sogno, il viaggio, semplicemente la vita

Così, in sella alla BMW, si prosegue. Ma io percorro anche un altro viaggio in solitario, quello che cavalca riflessioni della mente, quella che deve per forza dare un perché al tutto. La mente è partita, non posso più fermarla.

In quel momento, mentre ripulivo l’asfalto dai colori della mia esistenza, la mia mente si ingorgava di pensieri che, come i mezzi sulla strada, attendevano solo il mio via per partire nella mia mente.

La testa con quel bagaglio ingombrante ha iniziato il suo percorso autonomo e irrefrenabile, e così l’autostrada diventa un quaderno dei pensieri su cui scrivere e il paesaggio variegato una sequela di commenti su cui soffermarsi non solo con gli occhi. Lo sguardo è andato oltre l’orizzonte e ha raggiunto l’abisso dell’anima.

Parlare di metafora del viaggio e della vita è forse banale. Ma così è. Il viaggio, già nella mente, quando lo sogni e forse mai lo realizzi è già una manifestazione di vita.

Come viaggiatori, non siamo mai uguali a noi stessi. E in questo non perdiamo neppure di coerenza.

Per un attimo dimentico la disavventura della borsa, a favore dell’avventura del viaggio. Prendo consapevolezza che il mio sogno di sempre da motociclista si è avverato. E mi sento parte di una comunità di viaggiatori quando altri bikers passano e fanno un colpetto di clacson per salutare. Con quella sveglia per un attimo ritorno alla realtà di una  moto, di me del mio compagno di avventura, e di un paesaggio da divorare con gli occhi. Ma ancora non riesco vivere a pieno il viaggio. Ancora la mia mente viaggia più veloce del mio corpo.

Mi viene alla mente la prima volta, da adolescente, che ho immaginato di partire in moto. Allora partire era un po’ fuggire. Quando sei una ragazza sogni di viaggiare per conoscere, ma soprattutto per conoscerti, per metterti alla prova, ricercare te stessa e avere un senso di appartenenza. Ma ad un certo punto la vita ti insegna a cercare e trovare tutto dentro te, facendo conto unicamente sulle tue forze ed energie. Così arrivi ad un certo punto che viaggi per il gusto di farlo. Questa è la vita.

Mentre sono in moto, soffocata sempre di più da questi pensieri da adulta mi rendo conto che mi sto perdendo il bello che mi circonda. L’essere in armonia con il mondo. Mi rendo conto che non si può sempre viaggiare con la mente e che se nella realtà la valigia può volar via, il fardello dell’esistenza quello rimarrà sempre con noi. A volte dobbiamo capire che se non puoi gettarlo via a volte è necessario, riporlo nel deposito bagagli.

Così decido di abbandonarmi all’invito di un cartello delle Autostrade per l’Italia che dice Sei in un Paese meraviglioso. E ricomincio a viaggiare unicamente con il gusto di farlo. E ricomincio a pensare al sogno, dimenticando finalmente la valigia.

 

Redazione

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