La tragedia dell’Heysel: intervista a Bruno Pizzul

Bruno Pizzul, storica voce della nazionale italiana di calcio, era uno degli sfortunati italiani presenti allo stadio dell’Heysel il 29 maggio 1985. Una serata di festa e grande calcio, che avrebbe visto la Juventus conquistare la sua prima Coppa dei Campioni contro il Liverpool, divenne ben presto un’ecatombe nella quale morirono trentanove persone e circa seicento rimasero ferite. Un ricordo indelebile nella mente dei sopravvissuti. Abbiamo fatto con lui quattro chiacchere su quella giornata tragica

Non tutti sanno che tu parti come calciatore, hai avuto delle esperienze con Ischia, Catania, Udinese. Poi è intervenuto un infortunio che ti ha fatto fermare. Quale carriera avresti preferito: quella da calciatore o da giornalista?

Sicuramente la passione vera era quella per il calcio. Avrei gradito essere dotato di un pizzico di talento in più che mi avesse consentito di fare una carriera gloriosa. È vero che poi ho smesso per un infortunio ma avevo già capito che non era il caso di insistere più di tanto. La carriera giornalistica è arrivata in maniera del tutto inattesa; mai nella vita avrei pensato di diventare un giornalista sportivo, anzi, nel periodo in cui provavo a giocare a calcio, avevo maturato una sincera antipatia per la categoria che, quando scriveva delle mie prestazioni, forse a giusta ragione, non era molto tenera. Circostanze assolutamente casuali, poi, hanno fatto si che partecipassi ad un concorso bandito dalla RAI e da lì è incominciato il percorso che mi ha consentito di incominciare una lunga carriera che mi ha gratificato tanto ma che non ho mai interpretato in senso eroico.

Tu sei laureato in giurisprudenza e hai insegnato materie letterarie nelle scuole. Oggi il giornalista sportivo è visto come “l’umpa lumpa” della categoria. Bisognerebbe ritornare a bandire dei concorsi?

È vero solo in parte quello che dici. La Rai da allora non ha più bandito concorsi. Quello fu lunghissimo, corredato da una fase di affiancamento di sei mesi prima dell’assunzione.  È vero che la sensazione che si ha negli ultimi tempi è di vedere gente mandata allo sbaraglio, senza nemmeno quel piccolo bagaglio di esperienza personale che si matura solo facendo le cose un po’ alla volta, ma è anche vero che il giornalista sportivo di oggi, con la complessità che è venuto ad assumere il fenomeno sportivo e calcistico, in particolare, deve essere una specie di tuttologo. Io quando ho cominciato credevo che avrei parlato solo di calci d’angolo e calci di rigore, in realtà la complessità del fenomeno ti porta a dover avere un’infarinatura di tutto: economia, diritto pubblico, medicina, infortunistica, etica sportiva e via dicendo.

Veniamo alla prima partita che hai commentato. Spareggio di coppa Italia tra Juventus – Bologna del 1970. Sei arrivato allo stadio con un quarto d’ora di ritardo. Come mai?

Era la prima telecronaca che mi mandavano a fare non appena arrivato a Milano e la Rai mise a mia disposizione una macchina con autista per raggiungere lo stadio di Como dove si sarebbe disputata la gara. Sennonché incontrai Beppe Viola (giornalista e umorista, n.d.r.) che mi convinse a ritardare la partenza. Andammo a mangiare insieme, partimmo in ritardo e arrivai un quarto d’ora dopo l’inizio. Per fortuna la partita sarebbe stata trasmessa in differita e io ebbi il tempo di rimediare a quel periodo di vuoto. Diciamo che come battesimo nei confronti dei miei capi non fu particolarmente tranquillo e lusinghiero, però quando vennero a sapere che c’era di mezzo Beppe Viola capirono subito. In realtà poi con Beppe ho vissuto da fratello più che da amico, anche se era pericoloso.

Hai commentato cinque mondiali, quattro europei, tutte le fasi di qualificazione e le amichevoli della nazionale ma, sicuramente, la partita che resterà più impressa nella tua mente è quella maledetta finale di Coppa dei Campioni del 29 maggio ’85 tra Juventus e Liverpool nello stadio dell’Heysel. Tu eri assolutamente contrario a che la partita si disputasse. Perché?

Francamente un po’ tutti erano concordi sul fatto che quella finale non doveva essere giocata, anche se nessuno di noi aveva la chiarezza di ciò che era successo. Si sapeva che qualcosa di tragico stava capitando e quindi, quando venni a sapere che la partita sarebbe stata disputata, manifestai anch’io le mie perplessità. Poi scoprimmo che furono le autorità belghe a prendere quella decisione per paura che, una volta fatto sfollare lo stadio, le tifoserie sarebbero venute a contatto, provocando una vera e propria guerriglia urbana. La partita inizialmente fu giocata quasi per formalità, poi, pian piano, emerse anche qualche barlume di agonismo. Ci furono delle polemiche per qualche eccesso di entusiasmo nel finale ma comunque resta una partita che non doveva essere giocata. Bisogna dire che buona parte della responsabilità è da attribuire ai belgi che, forse non aspettandosi tanta gente, gestirono malissimo il da farsi, a partire dal numero spropositato di biglietti falsi in circolazione. Ricordo che la mattina della finale alcune macchina col megafono passavano per le vie di Bruxelles invitando i possessori dei titoli d’ingresso a presentarsi con largo anticipo allo stadio proprio a causa dei biglietti falsi in circolazione. Nella curva riservata agli inglesi entrarono quattromila persone invece che duemila, la situazione implose e tutto si trasformò in una carneficina.

Boniperti parlò di una “coppa insanguinata” che però non fu mai restituita. Come consideri i festeggiamenti che ci sono stati una volta conclusa la partita. Semplicemente inopportuni oppure possiamo parlare di un momentaneo distacco dalla realtà per festeggiare la prima Coppa dei Campioni vinta dai bianconeri?

Sicuramente quel momento si sarebbe potuto evitare, oppure sarebbe stato un bellissimo gesto, una volta presa la coppa, portarla davanti alla tribuna e lasciarla lì. Sai, è sempre molto difficile capire quei momenti. La dimostrazione che l’imbarazzo esiste tuttora è che molti dei giocatori di quella Juventus non vogliono proprio sentire parlare di quell’episodio, il che significa che anche loro, a posteriori, sono rimasti molto feriti dal fatto che ci furono delle critiche anche eccessive verso questo loro atteggiamento. Io avevo anche pensato di non fare la cronaca, poi, essendo stato inviato lì, ho deciso di farla in maniera del tutto impersonale. Anch’io sono stato bersaglio di attacchi. Il punto è che quella partita non si doveva giocare.

L’annuncio che tu hai dato in diretta della strage dell’Heysel mi è subito tornato in mente allorquando è stata comunicata al radiocronista Bisantis la morte dello storico collega ed amico Livio Forma. Anche in quel caso ci fu un momento di grande commozione che ha compromesso poi la normale cronaca della gara. Ti chiedo: quali sono le differenze principali tra un telecronista e un radiocronista? La mia modesta esperienza da giornalista sportivo mi porta a considerare il radiocronista come lo sgobbone del calcio, quello attento alle minuzie, che non si lascia distrarre neppure dal buffet della sala stampa. Secondo te?

Si tratta di situazioni diversissime, salvo poi la reazione di fronte ad eventi come quello cui tu hai fatto riferimento, anche se, in quel caso, sapevamo tutti che la situazione di Livio era disperata e quindi era una notizia che purtroppo ci aspettavamo. Per quanto riguarda le differenze tra le due categorie: è vero, la radio è uno strumento fondamentalmente diverso, devi dire molte più cose di quante tu non dica in televisione. Devi, innanzitutto, aiutare e stimolare l’ascoltatore ad essere compartecipe di quello che tu dici attraverso la ricostruzione di quello che racconti: lo stadio, il tempo, il colore delle maglie, fa freddo, non fa freddo. I telecronisti, invece, sarebbe auspicabile che parlassero un po’ meno rispetto a quanto effettivamente fanno. Confesso che le domeniche che sono a casa e non mi trovo in qualche stadio o studio televisivo, le partite le ascolto alla radio. Mi piace perché ti senti più coinvolto, sei invogliato a cercare di ricostruire la partita, mentre di fronte alla televisione sei abbastanza disarmato, c’è l’impatto dell’immagine, per di più spesso con una verbosità eccessiva da parte del commentatore, quindi io preferisco ancora seguire il calcio per radio.

Dal “quasi goal” di Niccolò Carosio fino ad arrivare ad espressioni, oramai stereotipate, alla Piccinini. Qual è stata l’evoluzione della telecronaca in questi anni?

Dipende molto dalle situazioni oggettive e anche da com’è utilizzato il linguaggio televisivo. Molti mi chiedono com’è cambiata la telecronaca: è cambiata per immagini prima ancora che per parole; i cronisti televisivi hanno a disposizione un numero spropositato di telecamere ed essendo tutti di formazione cinematografica cadono nella tentazione di confezionare una “good television” dimenticando quello che devono fare: commentare la partita. Tutta l’attenzione data agli stacchi, alla ragazzina, al labiale, alla luna piena non ti fanno capire la partita. Spesso si dimentica che il calcio è coralità di manovra. Questo linguaggio per immagini così spezzettato finisce anche per compromettere il linguaggio per parole. A questo si aggiunga un’indicazione abbastanza categorica da parte dei “capi” delle emittenti di tenere su la partita, di sottolineare una semplice giocata quasi fosse un miracolo. Considera anche la complicazione data dal fatto che c’è tanta gente che fa questo lavoro. Noi a lungo eravamo soli, non esisteva neppure il commento tecnico e quindi andavamo avanti abbastanza tranquilli. Oggi, invece, ognuno cerca di imporsi, anche attraverso l’utilizzo di frasi che possono essere considerate tipiche di questo o quello, col risultato che non sempre risultano gradevoli o piacevoli.

A proposito di un tuo ritorno “in campo” per Spalato – Inter, preliminare di Europa League che tu hai commentato per La7, Andrea Scanzi ha scritto: “giornalista che si mette al servizio dell’evento, e non viceversa. Voce che conosce la lingua italiana e all’ostentazione preferisce la sottrazione. Uomo garbato, icona vivissima, conoscitore mai sapientino”. È stato generoso, ingeneroso, giusto?

Sicuramente è stato generoso. Sono andato lì quasi per scherzo, perché il direttore di La7 me lo chiese. Allora la feci, ben sapendo che avrebbe avuto un valore relativo, che l’Inter avrebbe vinto; ciononostante il mio commento ebbe un certo impatto, penso soprattutto per il tono: più pacato e realistico, con qualche riferimento di carattere paesaggistico; insomma, ho raccontato qualche storiella. Credo più di tutto colpì il contrasto rispetto al tono sempre così concitato e sopra le righe che invece è abbastanza caratteristico dei telecronisti di oggi. Certo, un po’ ci vuole, lo sport è tale in quanto trasmette emozioni e quindi anche chi lo racconta deve, in qualche maniera, far vedere di essere coinvolto. Non puoi commentare una partita con lo stesso tono con il quale racconteresti un processo o una messa, però servirebbe un atteggiamento un po’ più misurato quando non è il caso di urlare. Se c’è una raccomandazione che si può fare è che ognuno deve restare se stesso. Nel momento in cui si vuole imitare qualcuno oppure si cambia voce davanti ai microfoni, si capisce subito che c’è qualcosa di posticcio.

Chi, come me, frequenta gli stadi si sarà reso conto di quanto, oggi, sia più venerato il telecronista rispetto al calciatore. Era così anche ai tuoi tempi?

Non ai livelli attuali ma era così anche con noi. Si sentiva il calore e l’affetto del pubblico. All’epoca ad esempio c’era questa curiosità quasi morbosa di sapere per quale squadra tenessimo. Nessuno lo sapeva, anche perché era una specie di norma deontologica quella di non far trasparire le proprie inclinazioni. Adesso, invece ci si palesa subito in modo abbastanza evidente e, così facendo, si cade inevitabilmente nella trappola della passione calcistica italiana che ha una componente di tofo contro fortissima.

Io concluderei con un “tutto molto bello”, però ti chiederei, al contempo, come è nata questa espressione.

Non lo so. Molti me lo chiedono accusandomi di averlo studiato a tavolino. In realtà solo a fine carriera mi sono reso conto che era un mio modo di interloquire piuttosto frequente. Era un modo di dire maturato prendendo spunto dal linguaggio tipico dei calciatore durante l’allenamento. Sicuramente è venuto fuori a livello quasi inconscio.

Grazie a Bruno Pizzul

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Gabriele Pasca

Giornalista, anche sportivo. Interista, zapatista, pessimista e tante altre cose in -ista. Classe 1992, studente di giurisprudenza. Leccese ma anche modenese. Insomma, tutto e niente.

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