La torre dell’orologio di Taviano: cronaca di una costruzione

Questo articolo mi venne recapitato un pomeriggio di dieci anni fa, o più, da Carlo Piccinni, valentissimo avvocato appartenente ad una nobile famiglia di giurisperiti; un caro Amico che, or non c’è più da molti anni, amava Taviano e la sua storia come nessuno. Il giornale nasce dalle nostre conversazioni al caldo del camino della cucina della casa ove abitava in via Immacolata, adesso una delle stanze ove è allocato il Circolo Amici dello Sport, tra un bicchiere di porto sorseggiato piano e tanta passione nel raccontare, lui a me, i momenti più belli della nostra storia recente. Dal racconto alla scrittura, poi, il passo, pur ardito, è stato breve. Avrei voluto invecchiare con Carlo, ma il nostro tempo non risparmia nessun affetto. Gli dedico quel che riesco a fare, convinto che starà versando un porto di ottima annata in bicchieri pronti ad accompagnare i nostri sorrisi. (Antonio Pasca)

Foto di Giancarlo Panico

ANGELO D’AMBROSIO (1841-1900)

Terzo figlio di Vincenzo D’Ambrosio, perito agrario di Racale; rimasto orfano di madre fu allevato unitamente ai fratelli e sorelle dallo zio sacerdote Ippazio Vito Previtero. Entrò in seminario per seguire le orme dello zio, dal quale assimilò lo spirito liberale e risorgimentale. Non proseguì gli studi ecclesiastici, ma si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza senza conseguire la laurea a causa dell’improvvisa morte dello zio che agli studi lo sosteneva. Cittadino esemplare assunse cariche pubbliche di consigliere comunale, di giudice conciliatore, di tesoriere di congregazioni religiose. Sposò Rosa Portaccio ed ebbe sei figli. La scarna biografia già pubblicata su Questo Giornale in occasione del primo estratto dal memoriale di Angelo D’Ambrosio, certamente non è esaustiva della sua larga cultura, della sua umanità, dell’attaccamento alla famiglia quanto alla cosa pubblica. Per la sua formazione culturale non si può prescindere dall’essere vissuto nella famiglia di Ippazio Vito Previtero, di aver assimilato la sua filosofia, di aver respirato l’aria di libertà che regnava in quella casa. Era il primo di numerosi figli della sorella dell’Arciprete Previtero prematuramente scomparsa, ed era quello nel quale lo zio aveva intravisto il carattere più simile al suo, libero nello spirito, critico nelle valutazioni, disponibile per chi chiedeva aiuti e consigli, e riposto in lui ampi e ricchi progetti. Il momento storico della formazione culturale e spirituale di Angelo D’Ambrosio era quello a cavallo tra lo spegnersi del regno borbonico e il sorgere del regno d’Italia. Aria e area di illuminismo non era soltanto Napoli e i grossi centri del regno, ma s
opratutto la provincia, dove un fermento di nuove aspirazioni si muoveva nella classe media borghese. Se infatti i feudatari e i signori legati alla corona vedevano in forse i loro privilegi, la detta classe borghese non aveva nulla da perdere, ed era tartassata da tasse e balzelli. La povera economia agricola consentiva al 95% della popolazione appena la sopravvivenza, i cui costi di fatica erano almeno di dodici ore al giorno di duro lavoro. Senza dire dello stato di polizia che non perdonava segni di libertà pur di conservare il potere forte al Re e ai feudatari e signorotti.
Non vanno dimenticati in questo clima i gesti eroici di Epaminonda Valentini, Antonietta De Pace, Sigismondo Castromediano, Oronzo De Donno, Giuseppe Libertini, tanto per rimanere nell’ambito della provincia. È certo che costoro trassero le idee dalla Giovine Italia di Mazzini; e le sette segrete e la Carboneria proliferarono sino a Taviano dove i Regoli agivano nascostamente per istaurare le idee repubblicane e comunque antiborboniche. Non si è mai saputo chi fossero i Regoli di Taviano. E’ comunque certo che intorno alla famiglia D’Ambrosio vi fossero massoni ispirati dalle stesse idee con punte di anarchismo. Non è un mistero l’appartenenza alla massoneria di Cesare Leopizzi, cognato di Angelo D’Ambrosio. Non sappiamo se Angelo D’Ambrosio fosse massone anche lui, ma è certo che suo figlio, l’allora emergente Avv. Rodolfo D’Ambrosio, pronunciò l’orazione ai funerali laici di Cesare Leopizzi. Nel clima mazziniano e antiborbonico si era formato Ippazio Vito Previtero e aveva trasmesso al nipote tutto lo spirito libertario che man mano aveva maturato. L’Arciprete Previtero era un soggetto scomodo per la Curia Diocesana legata al regime che andava morendo come d’altronde l’intera Chiesa. Don Vito dal pulpito non porgeva il vangelo ai fedeli secondo i canoni della chiesa; le sue omelie erano dei comizi, l’interpretazione del vangelo era aperta e critica secondo le idee illuministe che alimentavano ormai anche le classi meno acculturate. Pare che il Vescovo di Nardò proibì a Don Vito i discorsi in chiesa, e certamente interdì l’omelia per la ricorrenza della festa di San Martino. Solo attraverso l’iter della formazione morale e spirituale di Angelo D’Ambrosio si può giungere a valutare la sua opera. Opera ben inteso che al momento non va oltre il fortunoso ritrovamento del suo memoriale. Non risultano altri scritti. Le annotazioni giornaliere di ciò che faceva e di ciò che succedeva in Taviano ci descrivono minuziosamente fatti e comportamenti non altrimenti rilevabili. La storia della costruzione della Torre dell’orologio è minuziosa e denota l’attaccamento e la passione che Angelo poneva nella gestione della cosa pubblica. L’affanno, le paure che le cose non fossero fatte per bene, l’entusiasmo del primo rintocco, la suspence degli uomini che appendevano le campane al gancio sono veramente pagine intense che fanno rivivere al lettore le emozioni di centotrenta anni fa. L’avventuroso viaggio di ritorno da Lecce è un thrilling più che la descrizione di una avventura. Il linguaggio usato da Angelo D’Ambrosio merita una notazione particolare. Tra la fine del ‘700 e i primi dell’ ‘800 la lingua usata nelle opere letterarie o negli scritti in genere era aulica vicino a chi scrive e lontano da chi legge. Manzoni per primo si pose il problema di rendere un linguaggio omogeneo di facile lettura, si che la sua opera ebbe il maggior successo quale romanzo popolare: non solo nei contenuti, ma sopratutto nel linguaggio. A Firenze Manzoni non andò a lavare i panni nell’Arno come sempre sostenuto; egli si rese conto che un linguaggio omogeneo cioè comune sia al popolo che alla classe erudita si trovava solo in Toscana. Così riuscì a livellare il linguaggio di Lucia e di Renzo con quello del Borromeo e di don Rodrigo. Tale dissertazione è stata necessaria per dimostrare che Angelo D’Ambrosio a tale metodo si era già uniformato scrivendo le sue memorie: Le parole scorrono come in un discorso tra persone dello stesso rango sociale, ovvio simbolo di democrazia e di libertà. Lo scritto in sostanza non è diretto a una minoranza ristretta di intellettuali, ma a tutti, contadini e professori, avvocati e operai. In ciò consiste lo stile letterario di Angelo D’Ambrosio.

Cronaca della Costruzione Della TORRE DELL’OROLOGIO.

<<Dal Registro Giornaliero di Angelo D’Ambrosio>>

SABATO 9 ott.75- Tramontana -chiaro.

In questo giorno fu stipulato il contratto a trattativa privata tra il Sindaco del Comune Giuseppe Scategni e Vincenzo Mangione fu Serafino, muratore scalpellino di Soleto, domiciliato in Taviano, per la costruzione della Torre del pubblico orologio, giusta il progetto e il capitolato d’appalto dell’ingegnere Raffaele Leo di Copertino, opera da consegnarsi compiuta infra il giorno di mesi sei. Il preventivo valore fu fissato a £.1.500, salvo i risultati della misura finale, essendosi il travaglio appaltato a misura e non a corpo. Il contratto fu redatto da me, e Mangione presentò come fidejussore mio cognato Girolamo (Portaccio). Abbiamo a questo modo rotto la camorra di Aniello Cimino, il quale, perché solo muratore in Taviano che avesse il certificato di idoneità dell’ingegnere per altre opere pubbliche menate a termine, pretendeva sforzare l’Amministrazione ad aumentare i prezzi al 20%. La dispensa di tale requisito ottenuto dalla Prefettura, ci ha messo nelle condizioni di rompergli in mano le uova appaltandogli l’opera a Mangione.

LUNEDI’ 25 OTT. ’75 Ponente impetuoso cielo torbido-acquarugiola al vespro.

al mattino ho tracciato le misure per le fondamenta della Torre dell’Orologio: ma sorte difficoltà per la sporgenza dell’angolo citeriore della detta torre, diedi incarico al Sindaco di scrivere all’ingegnere Leo per accedere sopra luogo, e fissare egli medesimo le basi dell’edificio.

MARTEDI’ 2 novembre 1875 Tramontana fredda cielo chiaro con nuvoli vaganti.

Alle 11 a.m. è giunto l’Ingegnere Leo per l’impianto della fabbrica dell’orologio, e dati gli opportuni schiarimenti all’appaltatore Vincenzo Mangione, in sua presenza ha fatto fermare le basi della torre e quindi è partito circa le 3 p.m.

SABATO 6 nov. ’75 tramontana cielo annuvolato.

Ritiratomi in paese assistei alla fabbrica della torre dell’orologio, che procede regolarmente, ed è giunta alla terza bugna sopra il piano della zoccolatura.

SABATO 13 nov.’75 Tramontana cielo chiaro.

Visitai Vitantonio al mattino e alla sera: lo trovai meglio. In casa allo stesso verso un’ora di notte scrissi una lettera all’ingegnere Leo di Copertino, raccomandadogli fortemente Michelangelo Minerva che si recava da lui per delucidazioni sulla esecuzione del fabbrico della Torre dell’Orologio che in società con Vincenzo Mangione sta erigendo.

MARTEDI’ 16 nov ’75 scirocco- cielo annuvolato.

Ho fatto la formetta del cornicione del pianterreno della Torre dell’orologio e l’ho consegnata a Vincenzo Mangione per eseguirla sulla pietra mater gratiae: in giornata è al caso di mettere a posto un buona porzione della prima parte del cornicione che completa il pianterreno e sul quale si ergerà il primo piano collo stemma comunale.

MERCOLEDI’ 17 nov.1875 Levante cielo annuvolato con acquarugiola.

Ho passato la giornata in paese assistendo per un buon pezzo i lavori della torretta dell’orologio, ritirandomi circa il mezzogiorno.

MARTEDI’ 23 nov. 75 scirocco cielo annuvolato- pioggia al mezzogiorno e alla sera.

Nel pranzo fui avvertito che fosse giunto l’Ingegnere Leo, e finito appena ricevei la sua visita. Mi parlò della perfetta esecuzione de’ lavori della Torre dell’orologio, meno per quanto riguardava il cornicione che coronava il pianterreno cui si era data la sporgenza di 20 centimetri appena, mentre nel disegno era di 30 centimetri. Ciò riguardava meramente lo sfregio al principio di arte, inquantochè diminuite qui le dimensioni dovevano ridursi anco quelle del piano sovrapposto per non parere troppo pesante. Fummo insieme la sera in casa a Piccinni, dove in appunto con Vincenzo Mangione che avrebbe fatto venire domani mastro Donato Manni per il lavoro de’ capitelli dorici e jonici del 1° e 2° piano, impresa del Comune, e sfere pe’ quadranti dell’orologio. Ci dividemmo a 2 e 1/2 di notte.

MERCOLEDI’ 24 nov.75 cielo chiaro tramontana.

Uscito di buon mattino m’incontrai coll’Ingegnere Leo presso la torretta dell’orologio, il quale discorreva con Vincenzo Mangione e Donato Manni sull’argomento del lavoro de’ capitelli dorici e jonici, e costatò che il Manni era un abile scalpellino tanto da affidargli il lavoro in parola. Si osservarono nella tavole disegnate dal Gesuita Guarini, intercalati nella sua opera di elementi di Architettura civile, i disegni che più confacevano, e lasciossi l’incarico al Manni della perfetta esecuzione. Dopo ciò riscosse £.117:00 per suoi diritti di progetto dell’orologio e trasferta del 2 nov.’75 per l’impianto, salutato Vitantonio Piccinni partì per Copertino accompagnandosi con me sino alla traversa dell’Anzina non senza aver prima assistito ad uno spiacevole incidente cagionato da GBattista Moschettini, il quale si era incocciato a credere che spostando l’angolo della chiesa con nuovo rivestimento di fabbrico che toccasse l’angolo a ponente della torretta corresse grave rischio di cadere il cappellone di S. Martino e con quel suo vocione da orco profferiva parole piuttosto stupide che insultanti. Ero presente io e mio cognato Girolamo, e stimamo prudenza non intavolare discussioni con lui non valendo la pena spender inutili parole per persuadere quella testa di selce, tanto maggiormente che è mio programma lasciar braitare la gente di piazza, e seguire dritto al mio scopo: altri grida io fo.

MARTEDI’ 2 dic.’75 scirocco tempo vario.

Mi recai a visitare maestro Donato Manni, che dava cominciamento a lavorare in pietra leccese lo stemma del Comune che deve mettersi alla torretta dell’orologio. Ebbi tanto piacere che mi trattenni due buone ore e ritornai nuovamente a vespro, quantunque in quel primo tempo assistessi al lavoro di sgrossamento. Oh come è bello vedere uscire le forme ideali sotto i colpi dello scalpello, e in poco d’ora bozzato sopra informe masso un disegno. E quanto maggior diletto non dover provare di assistere nello studio di uno scalpellino al lavoro dell’artista, che, ispirato da genio, vi da sul marmo una statua? Io che non avevo mai visto i lavori degli scalpellini, provai molta impressione in questo lieve lavoro del Manni. Lo stemma di cui parlo è semplicissimo. Lo scudo è traversato orizzontalmente da una fascia, in cui sta scritto T A V I A N O, dalla quale si elevano tre rami di palma. Al medesimo si sovrappone una corona, e, contornato lateralmente da cartocci, tiene sotto due cornucopie. La valentia del Manni mi fa sperare la bontà dell’esecuzione. Questo stemma verrà situato sulla facciata di ponente della torretta al di sopra del Lustro del primo piano.

VENERDI’ 17 dic. 1875- Tramontana-forte gelata. scirocco dopo. cielo chiaro.

Alla facciata nord della Torretta dell’orologio si è messo oggi uno scudo ornato di cartocci e ghirlanda delle medesime dimensioni dello stemma del Comune situato alla facciata ovest. In esso ho fatto incidere i seguenti motti:

Metitur irreparabile tempus quot horarum ictus tot ad mortem passus – Mdccclxxv

MERCORDI’ 12 gennaro 1876 scirocco impetuosissimo cielo annuvolato.

All’1 p.m. di quest’oggi è giunto l’Ingegnere Leo di Copertino chiamato dall’amministrazione per fissare i livellimenti nella costruzione delle strade interne di Melissano. Rimase soddisfattissimo della esecuzione della torre dell’Orologio quasi terminata dall’appaltatore Vincenzo Mangione, coadiuvato ne’ lavori di scalpello da Donato Manni. Lesse la lettera ed il progetto del sig. Giovanni Campazzi orologiere meccanico di Novara, al quale abbiamo scritto per la macchina dell’orologio, ed approvò l’idea della Giunta. Secondo il progetto la macchina dell’orologio comprende 4 corpi di ruote, suona le ore ed i quarti d’ora colla ripetizione delle ore in ciascun quarto, e suona il Mezzogiorno, la Mezzanotte l’Alba e la ritirata. Batte sopra una campana da 400 chilogrammi. Messa a posto costa £.2750 e si garentisce per un anno. Nel prezzo non sono comprese le campane.

MARTEDI’ 8 febraro 1876 tramontana cielo chiaro.

Ho scritto all’ingegnere Raffaele Leo ufficialmente per recarsi qui il giorno 15 corrente pel collaudo della Torre dell’Orologio, che sarà compita col cadere della volgente settimana.

LUNEDI’ 21 feb. 1876 Tramontana Cielo chiaro.

In Taviano trovai l’Ingegnere Raffaele Leo chiamato per collaudare i lavori della Torretta dell’Orologio già terminata. Mi trattenni con lui la sera in casa di Vitantonio, e ci occupammo in conversazione su di un progetto di trappeto che la vedova di Settimio Portaccio intende costruire di pianta.

MERCORDI’ 23 feb.1876 scirocco cielo chiaro.

Ho scritto a Campazzi orologiere meccanico di Novara in continuazione di precedente corrispondenza, se creda conveniente che le campane dell’orologio pubblico abbiano il peso di Kil 100 a 160, invece di 300 a 400. Inoltre che mandasse in doppio il contratto su carta di una lira per essere firmato dalla Giunta Municipale.

LUNEDI’ 6 marzo 1876 Scirocco cielo annuvolato.

Ho scritto a Campazzi inviandogli un originale del contratto di acquisto dell’orologio firmato dalla Giunta, depositando nell’archivio comunale l’altro originale in carta da £. 1.

DOMENICA 21 maggio 1876 tramontana cielo chiaro.

Verso le 11 a.m. di questo giorno è giunto Giovanni Campazzi orologiere meccanico di Novare venuto per mettere a posto l’orologio comunale da lui comprato. È un vecchietto alto, snello a’ circa 60 anni. Leggermente canuto ha il suo mostacchio tirato sino all’estremo della mascella inferiore che lo farebbero scambiare co’ favoriti, ed un naso alla borromea, di modi decisi e quasi quasi burberi, è il tipo del vero operaio che non sa perdere il tempo in ciarle ma l’occupa solo al lavoro. È rimasto dispiaciuto per non aver trovato completa e messa a posto l’armatura di ferro che serve per sostegno delle campane, ed ha fatto le possibili premure all’amministrazione che al più presto disbrigasse tale affare. Ha preso alloggio sulle stanze di Francesco Cino. Aperta la cassa dell’orologio si è trovata rotta in due punti la base in ferro su cui poggiano tutti i pezzi della macchina. Campazzi però assicura ch’è cosa da nulla e che si ripara con due spranghette di rinforzo fissate con chiodi. Maledetta ferrovia!! non c’‚ alcun riguardo alle merci.

LUNEDI’ 22 maggio 1876- Tramontana cielo chiaro.

Feci consegnare a Filomeno Fersini dal Sindaco un mandato di £.80 per comprare il legname necessario per il palco della camera dell’orologio su cui deve situarsi la macchina. Fui fortemente agitato perchè l’Esattore non offriva il danaro per andare a Lecce a comprare le campane dell’orologio ed il ferro necessario per l’armatura di sostegno delle medesime, mentre il tempo stringe e Campazzi strilla che lo si fa stare ozioso. Dopo un va e vieni di Vitantonio Piccinni, impegni del Sindaco e l’ira di Dio, ho saputo che forse domani sarà pronta la moneta e posso andare a Lecce.

MARTEDI’ 23 maggio 1876 Tramontana cielo chiaro.

Chiamai Vincenzo Mangione e feci accomodare gli assiti (andite) a due prospetti della Torre dell’orologio per potersi dipingere i quadranti. Diedi gli opportuni ordini a Filomeno Fersini che nella mia assenza lavorasse l’impalcatura della camera della macchina, e prese le misure del terrazzino della Torre dell’orologio. Partì per Lecce alle ore 9 a.m. insieme a Camillo Macrì e Saverio Cafiero. Dovendo passare da Copertino prendemmo la linea di Nardò ove giungemmo alla 1/2 p.m. e ci trattenemmo fino alle tre p.m. per dare un rinfresco agli animali. Non avendo niente di caldo mangiammo del prosciutto, e presa una tazza di caffè partimmo. Alle 4 p.m. fui in Copertino per consultare con l’Ingegnere Leo sull’armatura in ferro pel sostegno delle campane dell’orologio, ed avere da lui non solo degli schiarimenti sulle dimensioni delle aste di ferro, ma l’indirizzo e raccomandazione a qualche costruttore meccanico che potesse fornirmi in Lecce l’armatura tutta lavorata a norma del disegno. N’ebbi vaghe parole e tanto insulse quasi quasi da irritarmi, specialmente quando voleva sostenermi che le aste della piramide quadrangolare della lunghezza di metri 5 potevano sostenere le due campane del peso di tre quintali facendole della sezione quadrata di m.0,02; mi diede inoltre un biglietto di visita pel sig. Antonio Scrimieri, fabbro meccanico nell’ospizio Garibaldi. Compresi che nulla di buono poteva ricavare, e risolsi di menare a termine da solo questo benedetto affare che gravavami di tutta la responsabilità. Partì per Lecce ove giunsi circa le 6 p.m.; spolverai appena gli abiti all’albergo della ferrovia e corsi con Camillo Macrì da’ Fratelli Olita per le campane. Raffaele Olita ci accolse con squisita gentilezza, ci mostrò le campane che scelsi tra le più grandi, una di Kil 159,500, l’altra di Kil 120; e alla mia richiesta di indicarmi qualche buon fabbro per la costruzione dell’armatura rispose dandomi l’indirizzo di un tal Luigi Venesio, da Torino, fuori porta San Biaggio presso al molino a vapore di Chittino. Con Macrì mi recai al momento da Venesio che trovai gentilissimo nelle maniere come tutti gli operai altitaliani e dalle varie cose discorse mi accorsi ch’era abbastanza colto e d’ingegno. Gli esposi innanzi la carta della proiezione ortografica della Torre dell’Orologio, gli delineai la forma e le dimensioni del terrazzino su cui doveva impiantarsi ed erigersi l’armatura, l’altezza della medesima cioè di cinque metri fuori la corona dell’attico ed il peso delle campane di circa tre quintali che doveva sostenere, perché con questi dati egli potesse scandagliare lo spessore da darsi alle colonne della piramide che formar dovea l’armatura, e il modo de’ ligamenti e contrasti perché riuscisse un lavoro solido ed elegante. Ci dividemmo nell’appuntamento che al domani alle ore 6 a.m. mi avrebbe presentato un progetto dettagliato del lavoro, coll’indicazione precisa del costo dell’opera. L’ora tarda, l’enorme stanchezza che mi affliggeva, mi consigliarono a ritirarmi all’Albergo immediatamente dove arrivato presi letto senza cenare, contento però del buon avviamento preso nel disbrigo della mia incumbenza.

MERCORDI’ 24 maggio 1876 tramontana cielo chiaro.

Alle 5 a.m. fui fuori letto, e sorbita una tazza di caffè con Cafiero e Macrì, mi recai all’officina di Venesio. Era innanzi al suo tavolino con compassi e squadre ed altri strumenti che delineava colla matita il disegno dell’armatura. Salutatomi cortesemente “signore, mi dice, ecco la bozza del disegno dell’armatura, ma l’idea chiara e precisa l’ho qui, e si segnava col dito il fronte”. “la vien pesante però e ben costosa, ecco, proseguì, “l’ing. Piscopo che consultai jer sera mi ha consigliato che i bastoni della piramide quadrangolare dell’armatura non siano meno di cinque centimetri di sezione quadrata, attesa quella lunghezza di circa 6 metri ed il peso che debbono sopportare di tre quintali delle campane. Calcolate le traverse, i ligamenti ed altro, avremmo un peso di circa 800 chilogrammi di peso che non potrei dare meno di £.1,25 di chilogramma lavorato e messo a posto: sicché il costo approssimativo dell’armatura sarebbe di £.1000. – “Possibile !, diss’io, costernato a tale notizia” “Certamente , soggiunse, è risultato di calcolo preciso.  Però permettetemi di studiar meglio il progetto, vedere di ridurre le dimensioni de’ ferri, e tanto sarà facile che c’intendessimo” “Va bene, a rivederci alle 8” E prestamente rientrai in Lecce. Veramente ero preoccupato. Passai da’ fratelli Olita per le campane, le feci misurare e provare nel suono, come feci misurare le due campane vecchie d’orologio che dava in cambio. Combinai il prezzo a £.4,10 il rotolo; sicché le campane nuove del peso di rot. 313, davano £.1283: tolte £.178 = prezzo della campana vecchie del peso di rot. 84 a £.2,12 il rotolo, rimasero a versarsi a saldo £.1105, di cui £.550 furono consegnate nello stesso momento e per £.555 firmai una cambiale scadibile a 12 giugno ’76. In questo che ero presso i fratelli Oliva, sopraggiunse Venesio e mi disse che riveduti i calcoli, fatte le riduzioni nelle dimensioni senza menomare la solidità dell’opera, e calcolati i prezzi a miglior partito, poteva offrire l’armatura del peso approssimativo di Kil.500 = a £. 1,00 il chilogrammo tutta messa a posto. Non c’era da stare in forse sulla bontà della proposta ed io l’accettai premurosamente: sicché recatomi con Venesio sull’albergo redassi un contratto in cui segnai tutte le condizioni dell’opera sia per riguardo al prezzo, sia per riguardo al tempo (fino al 31 maggio), sia per riguardo alla forma dell’armatura altezza e ligamenti della medesima, contratto che egli firmò e portai meco in Taviano a giustificazione. Ero contento dell’opera mia e di buon grado mi misi a pranzo verso le due p.m. Feci acquisto di due canne di mussola velata per vesticine a Clorinda e Rodolfo, per la quale spesi £.8,50. Alle 5 p.m. partimmo per Taviano, dove giungemmo alle 12 circa. Un accidente semiserio ci occorse nel viaggio. Per evitare la girata della via nuova Galatone, Gallipoli, Taviano, permisi al vetturale Giovanni Pellegrino di battere la traversa S. Nicola, Alezio, per poi un tre kilometri di via vecchia carrozzabile da Alezio a Macchiaforte, riuscire in S. Pietro de’ Samari. Alle 8 p.m., passato Alezio c’internammo nell’oliveto, che già era oscuro da non vederci la testa del cavallo. Camminavamo a passo tra mezzo a sussulti e trabalzi in una via piena di accidenti, e già un’ora di cammino ci faceva sperare la meta vicina sulla strada nuova, quando il vetturale ferma il cavallo; osserva, mormora tra’ denti, forse qualche bestemmia e ci dice “si è sbagliata la via” “Benissimo benissimo” tra le risa gridammo in coro io Cafiero e Macrì. “Partita sicura: o rimanere qui tutta la notte, o rifare la via sino ad Alezio”. “No fino ad Alezio rispose il vetturale; “noi abbiamo sbagliato la via a cento metri di qui, rifacciamola e saremo in porto”. “E sia pure” rispondemmo. Scesi dallo sciarabà gli abbiam fatto fare la girata, ed a piedi lo seguimmo fino al voluto posto dello sbaglio, dove giunti, montammo sopra, prendemmo la via a dritta, ed avanti.  Ma non andò quasi che fuori venne la stessa sonata “siamo fuori via” “Ma perbacco cosa havvi a fare esclamammo”. All’oscuro, in mezzo ad un fitto oliveto, su luoghi incogniti dove non voce d’uomo ne abbaiar di cane si sente ?.”al muover delle stelle mi accorgo, diss’io, che su questa via noi camminando a ponente, ebbene proseguiamo, che tanto ci sarà fatto incontrare la via nuova per Taviano”. “Rifacciamo la via già fatta mi rispose il vetturale, e un pò più oltre tanto a vedere di orientarmi: se non mi ci capacito accoglieremo il vostro partito”. “amen” risposi, e non potendomi contenere diedi in una rumorosa risata, che mi veniva dal cuore nel vedere l’imbarazzo del vetturale stordito e balordo per lo strano caso, nel sentire le classiche ed originali bestemmie di D. Saverio, e il borbottare dell’altro vetturale Domenico Duma che a sentirlo ti pareva il gorgogliare dell’acqua in pentola che bolle. Girati gli sciarabà riuscimmo sulla prima via, e guarda a dritta guarda a manca speravamo d’incontrare il desiderato sentiero. Peggio di peggio. La confusione in che era caduto Giovanni Pellegrino non gli faceva riconoscere la via giusta: pochi minuti prima egli giurava che avevamo sbagliato la strada, che non ci si trovava, ch’ era gioco forza rimanere li sino al giorno, oppure tornare a camminare a ventura in direzione del Ponente avendo a guarda le stelle. Era questo l’unico partito da accettarsi: voltammo per la quarta fiata gli sciarabà e proseguimmo la via che sola ci confortava di qualche speranza non fosse altro che per la direzione. È inutile dire che noi camminavamo a piedi seguendo con la punta del bastone il sentiero, e cammina cammina fummo fortunati finché battemmo una strada. Ma al meglio questa venne a mancare, che giunta in una casa di campagna non presentava più sbocco. Fu un momento di vero imbarazzo per tutti! La stanchezza ci avea cominciato a togliere la spensieratezza ed il brio, e ci faceva sentire un pò meglio la difficile nostra posizione. Era impossibile tornare ad Alezio che due ore di cammino ce ne separavano: impossibile andare avanti senza la strada: impossibile andare a destra o a manca perché perdavamo la direzione. Dunque? “Dunque diss’io, si attenda sempre alla direzione del Ponente e si traversi pe’ campi alla ventura. A questa sola condizione possiamo ottenere lo scopo.”. “Purtroppo, disse D. Saverio, avanti per questa linea per Dio! e si dirocchino anco i muri di fondi”. Era abbastanza irritato da perdonargli non solo l’enfatico per Dio, ma una seguenza di imprecazioni a’ Santi e specialmente a S. Oronzo. Si proseguì il cammino. Si passò l’oliveto, si passarono alcuni beneficati, incontrammo una macchia. Un venticello fusco e leggero che spirava proprio di collina non ci faceva dubitare che noi eravamo al ridosso di un’altura, ma dove in qual direzione non lo sapevamo. Forse sulla spianata di Cappuccini di Gallipoli? La massa nera d’un fabbricato ci fece accorti che incontravamo una masseria. Dissetatoci insieme a’ cavalli al pozzo: ma non potemmo avere alcuna notizia del luogo essendo priva di abitanti, e a tante nostre grida niuno rispose, non un cane, non un uomo. Mentr’eravamo intanto fermi vicino al pozzo intenti a decidere che si dovesse fare e a prendere un po’ di lena, ci vien dato sentire un rumore….era il rumore del mare che batteva verso la nostra sinistra. Figuratevi…ci sembrò la voce d’ un amico. Passò la stanchezza, ci tornarono le forze e con esse il brio e l’allegrezza. “Avanti avanti” gridammo ridendo “Fianco sinistro marcia. Montammo la collina, e giù giù per una china facile e piana; poi per terreni seminatori; finché a capo di altra mezz’ora di cammino la strada nuova che si presentava come una striscia bianca al poco chiaror delle stelle, ci venne incontro. Riconobbimo i luoghi: eravamo ai beneficati di Auverny. Gli orioli segnavano le 11,30. Tre ore e mezzo di cammino da Alezio alla via Nuova!.C’era da convenire che la scorciatoja ci aveva allungato il tempo. Alle 12,30 p.m. picchiava al portone della mia casa, facendo fermo proposito di non avventurarmi mai più per strade vecchie lasciando la nuova, peggio in tempo di notte.

GIOVEDI 25 mag.1876 Tramontana cielo chiaro.

La dimane esposi la serie delle mie operazioni in Lecce al Sindaco e a Campazzi, i quali rimasero contentissimi, e Campazzi più di ogni altro conoscendo egli di persona il sig. Venesio, per cui si riprometteva un buon lavoro per l’armatura. Risero a squarciagola per l’avventura dello smarrimento. Filomeno Fersini dopo aver dato due mani di acqua di colla su’ quadranti, incominciò a tingerli con ceraso ed olio di lino.

VENERDI’ 26 maggio 1876 Tramontana cielo chiaro.

Filomeno Fersini pose mano all’impalcatura nella camera dell’orologio, dove deve fissarsi la macchina. La si costruisce di grosse travi di larice per esser più forte e durevole. Liborio Giannì ha riparato la base della macchina applicandovi due sbarrette di ferro con saldissimi chiodi.

SABATO 27 maggio 1876 scirocco cielo annuvolato.

Compiuta l’impalcatura Campazzi pose mano a montare la macchina. Fersini diè la seconda mano di ceraso sopra i quadranti. Non potei assistere a’ lavori perché al vespro fui alla celebrazione del matrimonio di Girolamo My colla signora Filomena Piccinni…

LUNEDI’ 29 maggio 1876 tramontana impetuosa cielo chiaro.

Alle 11 1/2 a.m. ricevei telegramma da Luigi Venesio per spedire il traino a rilevare l’armatura in ferro per il sostegno delle campane dell’orologio, e all’1 p.m. feci partire il traino di Sebastiano Cavalera con Salvatore Cino, a’ quali consegnai la mia lettera per Venesio.  Passai la giornata con Campazzi che montava la macchina dell’orologio

MARTEDI’ 30 maggio 1876 Tramontana impetuosissima cielo chiaro.

Campazzi incominciò a segnare i caratteri sui quadranti, ma non potè menare a termine il lavoro, perché il vento impetuosissimo di tramontana minacciava quasi quasi portarselo in aria con tutto l’assito. Si occupò a registrare la macchina. Circa le 9 p.m. giunse da Lecce il traino con l’armatura e le campane. Venne il fabbro Luigi Venesio col suo giovine Giusto Niceforo, che ebbero alloggio e vitto per conto dell’Amministrazione nell’albergo di Cino. Visitai l’armatura. La trovai solida abbastanza avendo i bastoni della piramide la sezione quadrata di 0,04, ed un apparecchio di traverse e di tiranti sufficientissimo a vincere qualunque spinta laterale. Stretta la mano e Venesio, lo condussi all’albergo e mi ritirai.

MERCORDI’ 31 maggio 1876 tramontana impetuosissima cielo chiaro.

Levatomi alle 4 a.m. diedi subito ordine che si scaricassero dal traino l’armatura e le campane, e si desse cominciamento al travagliare. Raccomandai che non si esponessero a pericoli per il vento indiavolato che spirava. Essendomi accorto che ci era bisogno di ajuto, feci venire i due muratori Agostino e Gaetano Coppola che lavorassero cogli altri all’inalberamento della Piramide. La perizia di Venesio spiccò grandissima in questa ricorrenza, giacché in men di tre ore fu innalzata la piramide e attaccate le traverse e i tiranti; come distintissima fu la condotta degli operai Mangione Vincenzo, Agostino, Gaetano, Adriano Coppola e Salvatore Cino, che con una sveltezza incredibile, quali scojattoli, si arrampicavano, si sospendevano, si voltavano e giravano su’ bastoni di ferro e scalette di legno come se fossero sul nudo e piano suolo. Alle 2 p.m. furono salite sulla torre le campane senz’altro apparecchio che una robusta scala di legno, ed una grossa fune: il che mi diede maggiore commodo a valutare la bravura de’ nominati cinque operai, e dar loro un bicchiere di vino generoso ed un bravo di cuore per animarli alla parte più scabrosa del lavoro, la sospensione delle campane all’armatura. Fin qui avean lavorato da soli e dalle 12 alle 4 p.m. Venesio avea preso un pò di riposo. Venuto a quest’ora si diè mano a livellare la piramide, curando che i quattro bastoni poggiassero su quattro lastre di calcare duro ben impiombate nel lastrico del terrazzino, le quali impedissero il benché menomo spostamento dell’armatura nel senso verticale. Oltre a questo intorno a’ medesimi furono fabbricati quattro plistrini dello spessore di cinquanta centimetri di lato, i quali portati all’altezza di m. 0,90 abbracciavano tutta la gamba di ciascun bastone sino all’altezza dell’attico. L’armatura con ciò era fissata; mancava a montar le campane. “Coraggio, figlioli, gridò Venesio, all’opera”. Quattro di loro si piantano su quadrato delle traverse di mezzo, ed ajutati da altri che di sotto sollevavano la campana la tirano a tutta forza di braccia fino a quel livello: pronti si fanno scorrere tra traversa e traversa de’ tavoloni e sui medesimi la si depone. Sono a mezza strada si respira. Numerosi spettatori dalle vie, da’ terrazzi della chiesa guardavano: attenti, e raccapricciavano alla vista del pericolo. Si ricomincia il lavoro che devono fare?  Levar di peso sulle mani la campana, ergerla al di sopra del livello della loro testa, infilzare il grosso sperone a vite a cui essa è attaccata nel buco della grappa che chiude il vertice della piramide, apporci la madrevite e in tal modo fissarla. Nel generale silenzio tra la comune aspettativa si videro otto nerborute braccia afferrare e smuovere la campana: avviticchiate le gambe sugli sprangoni quei quattro imperterriti la sollevano, la innalzano, la portano al di sopra degli omeri; un altro passo e sono fuori. Ma un movimento non concertato di uno di loro può esser fatale, il menomo squilibro può fare scappare dalle mani quell’enorme peso e trascinarli nell’abisso. È un momento di anzia terribile, di batticuore per tutti, si trattiene financo il respiro. Su, su, la campana è al di sopra delle loro teste sospesa: si prende da un quinto lavoratore (Cino Salvatore), montato già al vertice della piramide in mano il perno della medesima, lo si raddrizza al buco della grappa, si da un ultimo e poderoso sforzo; è dentro. Si appone la madrevita, e la campana rimane sospesa! A guardarci l’un l’altro in quel momento avea ciascuno il volto pallido per l’emozione…….” È imponente, imponente davvero quest’opera” disse Campazzi che attonito aveva assistito al lavoro. E così è senza dubbio quando si rifletta che i bastoni della piramide, vestiti sino all’altezza di m.0,90 da quattro pilastri di solidissimo fabbrico vengono tra loro sostenuti da un primo telajo orizzontale di bastoni di ferro del diametro di m.0,04 attaccati con vitoni. A 3 metri da un secondo telajo di spranghe (sezione quadrata m.0,04) A quattro metri da due altre traverse che sostengono il cavalletto della campana grossa; e finalmente in cima ad una grappa a vitoni che lega il vertice della piramide indicata. La prima e seconda intelajatura orizzontale vien richiamata su ciascun lato da due tiranti a croce S. Andrea, e quattro ramponi impiombati nell’attico abbracciano ciascun’asta della piramide. Sfida qualunque urto un simile apparecchio, e può sostenere altro che i tre quintali di peso delle campane: la piccola delle quali pende dal vertice, la grossa poi da un cavalletto al di sotto della prima.

GIOVEDI’ 1 giugno 1876 Tramontana cielo chiaro.

Fu messa sull’armatura la seconda campana, cioè delle ore; e quattro ramponi che coll’un estremo abbracciano i bastoni della piramide e coll’altro s’internano nel fabbrico dell’attico in un buco profondo venti centimetri, ove sono impiombati con zolfo liquefatto. Campazzi lavorò sulla macchina. Dovendosi montare i martelli. Pregai Venesio a rimanere ancora un altro giorno in Taviano per lavorare tutto l’apparecchio di sostegno, attesa l’insufficienza de’ nostri ferrai. Cortesemente accettòl’invito e domani si porrà all’opera.

VENERDI’ 2 giugno 1876 Scirocco cielo chiaro.

…tornai in Taviano per assistere ai lavori dell’orologio. Oggi furono messe le staffe di tenuta sul perno della campana piccola per ben fissarla e renderla immobile all’urto de’ martelli. Si diè mano al lavoro dell’apparecchio de’ martelli, che furono messi a posto. Si disfecero gli assiti esterni, essendosi completato oggi da Campazzi il quadrante nord.

SABATO 3 giugno 1876 scirocco cielo annuvolato.

Luigi Venesio, avendo terminato il suo lavoro, partì per Lecce dopo esserglisi consegnate lire 360 a saldo del prezzo dell’armatura che pesò chilogrammi 560, e per la quale a Lecce avea ricevuto a conto £.200. Partì contentissimo del trattamento avuto in Taviano, come noi rimanemmo contentissimi di lui.

MARTEDI’ 6 giugno 1876 tramontana cielo chiaro.

Campazzi ha fatto situare la cassa che racchiude la macchina dell’orologio, e dopo aprire i buchi nella volta della camera per far passare i fili de’ martelli. Ho fatto tingere l’armatura color rosso da Giusuè De Maria a più mani col minio per preservare il ferro dall’attacco della ruggine, come per avere un coibente all’attrazione dell’elettricità atmosferica.

GIOVEDI’ 8 giugno 1876 scirocco cielo chiaro.

Passai la giornata con Campazzi, il quale terminò la collocazione dell’orologio, e domani può funzionare al pubblico col suono delle ore e dei quarti, mentre le sfere da due giorni seguono le ore sui quadranti.

VENERDI’ 9 giugno 1876 scirocco cielo chiaro.

L’orologio pubblico oggi alla 9 a.m. ha cominciato per la prima volta a battere le ore ed i quarti. Non si è potuto far funzionare la suoneria del mezzogiorno, non essendo stati ancora attaccati al quarto corpo i fili de’ corrispondenti martelli che senza meno si metteranno domani. Il suono delle campane è abbastanza chiaro ed intenso da sentirsi a più di due chilometri dall’abitatio, come mi han riferito di averlo inteso dalle Cupe, dall’Anzina, da Melissano e da Racale. Penso che sia un’opera elegantissima questa dell’orologio fatta dal Comune, riuscita a meraviglia, della quale Campazzi stesso va superbo tanto da dire che è una delle migliori tra tante situatene in 38 anni di esercizio di professione, che che ne dicano gl’inetti critici del paese le cui ciarle e melensaggini fanno proprio pietà. Non si è risparmiato danaro e fatica per riuscirci; ma il popolo dovrà benedire alla memoria degli attuali amministratori, che non sciuparono il denaro pubblico, ma lo adibirono ad opere utili, strade, fanali, camposanto, orologio, per immegliare le condizioni del proprio paese. La spesa complessiva per l’impianto dell’orologio, inclusa la torre, la macchina, le campane, l’armatura, tutto insomma è di lire circa 8.500.

SABATO 10 giugno 1876 scirocco cielo chiaro.

Passai la giornata sulla Segreteria comunale e sulla Torretta dell’orologio dove furono attaccati i fili per le suonerie del mezzogiorno e mezzanotte, alba e ritirata, che hanno funzionato bene oggi per la prima volta. Sicché col 10 giugno può dirsi completato l’Orologio, val dire dopo otto mesi e 29 giorni a contare dal 9 settembre 1875, epoca della formazione del contratto con Vincenzo Mangione per la costruzione della Torre, dopo otto mesi e otto giorni a contare dal 2 ottobre 1875, epoca in cui fu impiantata la prima pietra della base del fabbrico in presenza dell’ingegnere Leo; dopo quattro mesi e 24 giorni a contare dal 12 gennaro 1876, epoca della prima lettera venutaci da Campazzi per l’acquisto della macchina dell’orologio.

DOMENICA 11 giugno 1876 tramontana cielo chiaro.

Mi recai all’esattoria con Giovanni Campazzi al quale fu consegnata in mia presenza la somma di Lire 1375 contro mandato quietanzato, per la prima metà del prezzo dell’orologio, giusta le condizioni del contratto. La sera fui in casa del Sindaco con Campazzi fino alle 10 1/2 p.m.

LUNEDI’ 12 giugno 1876 tramontana cielo chiaro.

La sera in casa del Sindaco fuvvi trattenimento musicale, e Campazzi e De Roma furono meravigliati della perfezione della nostra filarmonica. Scrissi ai fratelli Olita in Lecce che vogliano compiacersi di attendere agli ultimi di giugno lo sconto della cambiale da me firmata pel residuo prezzo delle campane, mentre il Tesoriere non poteva pagarla. A quanti atti umilianti ho dovuto sottomettermi con grave discapito dell’Amministrazione e della mia delicatezza per questa maledetta Esattoria!

MARTEDI’ 13 giugno 1876 ponente cielo chiaro.

Con Campazzi mi recai sulla Torre dell’orologio per istruirmi sulla condotta della macchina nell’intendimento di condurla io, ove non si trovasse ad appaltarla, non per mancanza di personale, ma per la gamorra che potessero usare verso l’amministrazione. Fui con Campazzi in casa del Sindaco fino alle 10 p.m.; poi mi congedai da lui, mentre al mattino non potevamo incontraci, dovendo io partire alle 2 a.m. per Leuca, ed egli per Francavilla Fontana, dove piazzava un altro orologio. Fu doloroso per me e per lui il dividerci, essendo stretti in amicizia cordialissima. Mi consegnò il suo biglietto di visita, e mi offrì le più sentite proteste di attaccamento. Dotato d’un indole amena e cortese, giovialissimo nel conversare, istruito più che ad un operajo convenga sia per lettura di libri come per viaggi sostenuti, riusciva gradita la sua compagnia a chiunque lo avvicinasse, e generalmente lasciò di sè cara memoria. Nel lavoro però taciturno, serio, direi ispido e stizzoso, aveva poco piacere di essere visitato: perché, diceva egli, quanto ne va per la bocca, si perde nelle mani. Era il tipo dell’operaio, altro che quelli nostri.!!!!

VENERDI’ 16 giugno 1876 ponente cielo chiaro.

Chiamati sulla Segreteria Comunale Filomeno Fersini, Liborio Giannì, Fiorentino Margari, e Cosimo Corsano per vedere se vogliono prendere in appalto la regolatura dell’orologio pubblico col corrispettivo di annue lire sessanta si sono tutti denegati colla speciosa ragione che loro non possono assumere la responsabilità a’ sensi del capitolato. Provvisoriamente si è commessa la detta regolatura a Giosuè De Maria. Però io non l’approvo essendo un individuo che spira poca, anzi niuna fiducia: e ce l’ho detto al Sindaco per lavarmi le mani.

DOMENICA 9 luglio 1876 tramontana cielo chiaro.

Venne chiamato dal Sindaco il Professore Raffaele Gentile di Matino per istudiare il luogo dove situare una meridiana. Fu scelta la facciata del Palazzo Marchesale, ora de’ fratelli Portaccio, come quella che guarda il mezzogiorno quasi a perfetta orientazione ed è sulla pubblica piazza. Gli si è raccomandato che insieme ne facesse una piccola da porsi sulla facciata di mezzogiorno della torretta dell’Orologio per comodo del regolatore. La gran meridiana sarà disegnata sopra in lastrone di leccese.

MERCORDI’ 27 dicembre ’76 tramontana freddissima nuvoloni vaganti- nevischio nella notte.

A Lecce ritirai un globo di majolica dal negoziante Falardi, statogli incombenzato dal Sindaco per il vertice della piramide dell’orologio, che fu pagato £. 30.

 

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