La sindrome di Nimby e il cambiamento

Se si vuole dare una definizione dura del fenomeno, si può dire che «Esso si verifica quando una certa comunità non accetta di essere chiamata ad un sacrificio a vantaggio di un interesse generale» (Donatella Porrini, docente di Economia Politica – Unisalento).

Quando i lavori per la costruzione di qualcosa, che va a incidere significativamente su un determinato territorio, vengono ostacolati da manifestazioni di protesta di attori locali, si può parlare di sindrome NIMBY (Not in my back yard, letteralmente Non nel mio cortile).

Il problema di fondo è che quasi tutte queste manifestazioni (sottolineatura d’obbligo per non toccare la sensibilità di chi difende i NO TAV) non sono spontanee, ma strumentalizzate da soggetti di vario tipo, siano essi associazioni ambientaliste o gruppi politici, che sfruttano la disinformazione riguardo i benefici economici del progetto, per portare avanti le proprie battaglie. Se si riuscisse, dando per scontato che questi progetti siano formulati nel rispetto della tutela ambientale, a dare maggiore informazione riguardo le caratteristiche degli impianti, la percentuale di rischi e, soprattutto, i benefici (al netto dei costi coinvolti) allora sì che le proteste sarebbero realmente condivisibili.

Momento, quindi, fondamentale è il confronto con le comunità interessante. Esso può essere ex ante o ex post. Nel primo caso tutte le parti interessate (enti locali, cittadini, associazioni) vengono coinvolte in una fase preliminare, in cui si discute della localizzazione e delle forme di compensazione (di cui si tratterà più avanti). Nel secondo caso, le decisioni sulla localizzazione sono prese a livello centrale, sulla base di valutazioni tecniche, dove viene formulato il progetto da presentare alla comunità dell’area scelta. Il confronto in questo caso riguarda solo le forme di risarcimento.

Le forme di compensazione sono strumenti economici usati da chi costruisce per eliminare le proteste in sede di confronto, e possono essere l’assunzione di personale locale, il miglioramento dei trasporti, gli investimenti in opere di utilità pubblica, ma anche le agevolazioni sui prodotti derivanti da ciò che si costruisce, ad esempio sconti su biglietti aerei per gli abitanti nei dintorni di un nuovo aeroporto, etc.

Aggredire il problema NIMBY significa determinare le regole di un processo decisionale mirante a scegliere la localizzazione che garantisce che siano massimi i benefici complessivi, considerando le disutilità che la comunità ospitante comporta (Donatella Porrini).

In Italia il problema è molto diffuso, secondo NIMBY Forum sono 355 gli impianti contestati. Nel 62,5% delle rilevazioni è il comparto energetico il macrosettore più contestato. I promotori della protesta trovano spesso il sostegno dei rappresentanti della politica nazionale (24,8%) e degli enti pubblici (21,1%).

Per quanto riguarda la dislocazione geografica, l’Italia continua presentarsi come un paese diviso tra Nord e Sud. Le sole regioni Lombardia e Veneto ospitano ben il 29% delle contestazioni, contro il 21,6% delle Regioni del Sud.
L’impatto sull’ambiente si colloca al primo posto tra le ragioni di protesta (38,97% sul totale). Meno sentite, rispetto agli anni passati, le preoccupazioni per la salute e la qualità della vita, che calano rispettivamente al 13,6% e all’11,7%.
Le iniziative di comunicazione rimangono prerogativa degli oppositori (83,4%), i quali ricorrono in misura crescente a siti internet e social network (+6%). Diminuiscono gli incontri pubblici e le manifestazioni o sit-in (rispettivamente 21,8% e 17% sul totale).

Alessandro Beulcke, Presidente di Aris, l’associazione che promuove l’Osservatorio Nimby Forum, commenta questo dato così: «A dieci anni dalla nascita del nostro Osservatorio, il suffisso 2.0 è entrato in misura dirompente nel lessico di politica, economia, informazione. Anche il fenomeno Nimby è diventato 2.0, non solo perché, sempre più, viaggia in rete, ma anche perché ha ampliato il proprio raggio di influenza: non solo No Tav, ma anche No Expo, No Vaccini, No immigrazione, etc. In questo contesto, in cui vacilla anche la capacità della scienza di creare fiducia attorno a conoscenze condivise, è fondamentale non retrocedere sul terreno dell’informazione, della partecipazione e della semplificazione».

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Marco Mariano

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