La sindrome di Baumol: ecco spiegata la malattia dei costi

Nel 1966, William Baumol e William G. Bowen pubblicarono Performing Arts: The Economic Dilemma. Questo lavoro è generalmente riconosciuto come la prima analisi dell’arte dal punto di vista economico. La legge o sindrome di Baumol[1] indica una tendenza incomprimibile all’aumento dei costi relativi nei settori nei quali non vi è possibilità di modificare la tecnologia senza snaturare il prodotto. Non si può, ad esempio, ridurre i nove ruoli solisti nella “Turandot” di Puccini, o sostituire l’orchestra con una registrazione senza far diminuire la qualità della rappresentazione. In sostanza non è possibile diminuire i fattori produttivi utilizzati senza intaccare  la produzione. È questa appunto la definizione di un settore a tecnologia stagnante.

W. J. Baumol

La maggior parte delle attività economiche moderne è però caratterizzata dalla possibilità di ottenere guadagni di produttività. Prendiamo ad esempio un settore tradizionale come quello della lavorazione del legno; un falegname impiegava tre giorni almeno a realizzare un tavolo; nell’industria moderna vi sono realtà che producono decine di tavoli al giorno. I settori con tecnologia in evoluzione avvalendosi di tecniche produttive capital-intensive, che aumentano la produttività del lavoro, riescono a pagare salari più alti, pur diminuendo i costi medi di produzione Nel tempo, dunque, i redditi degli occupati nei settori progressivi aumentano.

I settori stazionari, avvalendosi di processi produttivi ad alta intensità di lavoro, non migliorano nel tempo la loro produttività. Continuando con l’esempio di prima: supponiamo che nell’industria della lavorazione del legno sia possibile, in seguito all’affinamento dei macchinari e all’addestramento della manodopera, aumentare ogni anno del 10% la produzione di ogni lavoratore. Senza provocare aumenti dei costi e dunque dei prezzi e senza modificare la distribuzione dei redditi è possibile aumentare della stessa percentuale la remunerazione dei lavoratori e anche del capitale. I settori a tecnologia stagnante sono allora obbligati ad aumentare le remunerazioni pagate, pena la progressiva scomparsa di persone disposte a impiegarsi in essi. Ma se occorre aumentare le remunerazioni senza la possibilità di aumentare la produttività dei lavoratori, è ovvio che i costi di questi settori sono destinati ad aumentare.

Questo sviluppo sbilanciato fra le due tipologie di settori spiega la crisi di molti mestieri. Ciò spiega anche perché il settore dello spettacolo necessiti dell’intervento pubblico. Essendo un settore di fondamentale importanza per la crescita culturale della popolazione, lo Stato deve intervenire per rimediare a questo handicap intrinseco a questo tipo di settori. “La giusta necessità di ridurre gli sprechi non può, con ottuso populismo, far prevalere l’idea che il comparto possa autofinanziarsi perché con la sola vendita dei biglietti non si potrebbe far fronte ai costi di produzione, se non snaturando totalmente il prodotto artistico” [2].

[1] W. J. Baumol e W. G. Bowen, Performing arts: the economic dilemma, Twentieth Century Fund, Cambridge, 1966.

[2] S. Russo, Caratteristiche del settore dello spettacolo dal vivo https://www.docenti.unina.it/downloadPub.do?tipoFile=md&id=205996
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Marco Mariano

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