La Quaremma nella tradizione popolare

di Vito Bergamo – Casa Museo della civiltà contadina e della cultura grica

La quaremma ( quaresima ),  nella tradizione popolare è un fantoccio fatto di stracci o di paglia che rappresenta una vecchietta vestita di nero con un fazzoletto in testa; ha nella mano sinistra un fuso e sotto il braccio una conocchia, mentre con l’ altra mano regge un filo alla cui estremità è appesa un’ arancia amara nella quale sono  infilzate sette penne di gallina.

La vecchietta rappresenta la vedova del Carnevale; ecco perché appare il mercoledì delle Ceneri (quando appunto finisce il Carnevale ed inizia la Quaresima) appesa ai camini oppure seduta su una sedia sull’uscio di casa.

Tutto ciò che la vecchietta ha addosso ha una precisa spiegazione: la conocchia serve per tenere assieme la lana e quindi trasferirla al fuso che girando su se stesso la trasforma in filo che rappresenta il filo della vita.  Il gomitolo che la vecchietta raccoglie nella tasca del grembiule si riferisce all’umanità.  L’ arancia amara rappresenta l’amaro del digiuno, della penitenza, dell’astinenza, della privazione che tutti dovrebbero rispettare nel periodo quaresimale.

Le sette penne infilzate nell’arancia rappresentano il tempo che intercorre tra  l’apparizione della Quaremma e la sua fine che coincide con il Sabato prima della Pasqua. Infatti il tempo di esposizione della Quaresima dura sette settimane (quaranta giorni, da cui Saracostì ) . Nel sabato di ciascuna settimana si toglie una penna e, sfilata l’ultima, un tempo si dava fuoco al fantoccio della vecchietta.

Un’ usanza molto importante che riguardava Calimera, i paesi della Grecìa Salentina era  il tradizionale Santu Lazzaru, poema cantato in griko per le vie del Paese (in altri paesi del Salento la Passione era cantata nel dialetto salentino).  I cantori, che solitamente erano due, avevano talvolta un accompagnatore o due: uno con la  fisarmonica e l’altro reggeva un ramo d’ulivo agghindato con nastrini colorati e santini. Si cantavano quattro, cinque strofe ad ogni angolo di strada fino a fare il giro del Paese. Parecchi anni fa, l’esecuzione de Lu Santu Lazzaru avveniva spesso nei cortili delle masserie, che talvolta avevano più abitanti dei piccoli paesi.

I riti che caratterizzano la Settimana Santa variano in parte da paese a paese.

Durante tutto questo periodo, un tempo non si suonavano le campane, perché il loro suono è gioioso, in contrasto con la dolorosa Passione del Cristo ed allora, per avvertire i fedeli dell’inizio delle cerimonie religiose, veniva utilizzata la tronula. Un incaricato della parrocchia andava in giro per le strade del paese battendo il rumoroso attrezzo che avvertiva la popolazione dell’inizio della  cerimonia. Sempre in segno di dolore, per tutta la Settimana si ricoprivano di drappi viola tele, crocifissi e statue nelle chiese.

Il Giovedì Santo si celebra la S. Messa per l’Ultima Cena e si effettua la Lavanda dei Piedi.

Un’usanza praticata da tutti è ancora oggi la visita dei Sepolcri (Sabburchi) il Giovedì e Venerdì Santo. Piantine di grano, di legumi, di lupini, vengono fatte germogliare e crescere in ambienti bui, per farle restare di color bianco a causa della mancata azione della clorofilla. Con esse si addobbano poi pavimenti di chiese e cappelle in onore di Gesù Morto.

In tutti i paesi si svolge la tradizionale processione del Venerdì Santo, nella quale le statue di Gesù Morto e della Vergine Addolorata girano per le strade del paese, un tempo accompagnate dal suono sordo della tronula e dai componenti delle congreghe, incappucciati in segno di dolore. In questo giorno si celebra la cosiddetta Missa scerrata, detta così perché è una Messa prolungata dal primo pomeriggio fino alla sera.

FILASTROCCA DELLA  QUAREMMA

 Fila lu tiempu comu la quaremma.

Ci rimase, rimase cu la spina;

mo trase la quaremma e se disciuna,

mo ni tocca allu pane e cipuddha.

De osci nu vvau  cchiu alla vuccerìa

cu lla sporteddha.

Ci tene vambacella cu lla fila,

ci nu lla tene cu vascia sse la trova.

Le palore, mara a nnui,

su’ comu le cerase,

te bbinchi ca no vvoi cchiui.

E la quaremma ca sta trase,

a nna manu porta pretiche

e all’auddha lu cilìciu

e camina chianu chianu

cu nu pozza scrufulare.

A Carnevale, ci stae cu la speranza

de l’auddhi e nu cucina,

a discinu rimane de la sira

alla matina.

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Redazione

comments
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    Grazie per averci spiegato cos’e’ la tronula. Ho trovato questo termine in una poesia grika di Antonio Tommasi.
    Angelo Corbas, Grecia

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