La musica e l’arte in generale dal punto di vista economico. Le ultime due fasi del modello microeconomico

La musica e l’arte in generale dal punto di vista economico. Le ultime due fasi del modello microeconomico

La musica e l’arte in generale dal punto di vista economico. Le ultime due fasi del modello microeconomico

La quarta fase è quella del consumo. Per attivarlo bisogna che si combinino al meglio due elementi: i beni artistici e il tempo del consumatore. Ascoltare oggi la Tosca di Puccini richiede lo stesso tempo di quando è stata creata. Cosa cambia però? Il continuo aumentare del costo del tempo. Di pari passo alla crescita economica, la società vede aumentare le possibilità di impiegare il proprio tempo libero, a cui rinunciare diventa sempre più gravoso. Moltiplicandosi le occasioni di consumo, diventando queste sempre più varie, minore sarà il tempo disponibile. Si è così creata una contraddizione nel consumo di arte[1]: all’aumentare della ricchezza e del livello di istruzione (che creano assuefazione, bisogno di sempre nuove esperienze culturali) si desiderano e si possono comperare più beni, ma si dispone di meno tempo per consumarli.

Se una società vuole aumentare il consumo di arte deve avvicinare a essa nuove categorie di consumatori, ma deve fronteggiare un processo di sostituzione in atto nei modi di fruizione dei prodotti artistici. Negli ultimi anni nuove categorie di beni, il cui uso produce servizi, hanno sostituito i servizi finali: così l’iPod e gli altri riproduttori audio hanno di fatto sostituito il concerto di musica dal vivo. Questo perché il costo dei beni sta diventando minore di quello dei servizi: cambiano i prezzi relativi. Tutto questo è favorito da una forte evoluzione tecnologica e da considerevoli aumenti di produttività. Il progresso tecnologico non ha abbassato i costi di produzione dei beni, ma ne ha anche accresciuto in modo enorme la qualità. Oltretutto acquistare un bene del genere permette di avere a portata di mano la stessa (o quasi) opera offerta dal servizio finale, con la comodità di riprodurla un numero illimitato di volte senza costi aggiuntivi.

Se si guarda uno spot pubblicitario si nota come i prodotti artistici siano utilizzati non solo per attività di consumo, ma anche di investimento. È ormai, ad esempio, consolidato il sistema dei festival musicali finanziati da grandi marchi, che utilizzano le canzoni nei propri spot, dopo aver investito per rendere quelle melodie famose. Per effetto di questa caratteristica i mercati diventano più complessi: ormai non agiscono più soltanto consumatori da un lato e artisti/produttori dall’altro, ma anche investitori, speculatori e intermediari.

L’ultima fase è quella della spesa. Il patrimonio artistico è stato accumulato nei secoli, per questo motivo si crea quello che può sembrare un paradosso: l’importanza limitata dell’arte dal punto di vista della creazione del reddito. La spesa relativa, infatti, è inferiore al fatturato di una grande impresa industriale. Si crea quindi il contrasto fra patrimonio inestimabilmente elevato e creazione di reddito limitata.

 

[1] Brosio e W. Santagata, Rapporto sull’economia delle arti e dello spettacolo, Edizioni Fondazione G. Agnelli, Torino, 1992

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Marco Mariano

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