La morte di Dj Fabo e le mie domande senza risposta

di Gianluca Vincenti

È di questi giorni la vicenda di dj Fabo, un ragazzo che, a seguito di un brutto incidente, sarebbe stato condannato a vivere la propria esistenza nella sua stanza; come unica soddisfazione le parole e la compagnia della sua dolce fidanzata, eroicamente sempre al suo fianco.

Fabiano Antoniani nella sua vita ha sempre seguito le proprie passioni e il proprio istinto.

Diplomatosi come geometra, ha poi praticato la professione di assicuratore, broker e anche altre occupazioni, senza mai trascurare la moto e la musica. In particolare, l’amore per la musica lo porta a “mollare tutto” e a partire per l’India, dove conosce la sua compagna Valeria e inizia ad affermarsi come Dj di grande successo. Fin qui una bellissima storia, a lieto fine, un self-made man che coltivando prima, assecondando poi una passione si realizza come persona.

Fatale sarà la notte del 13 giugno 2014, nella quale Fabiano a causa di una distrazione alla guida perde il controllo del veicolo, impattando con una macchina che transita nella corsia d’emergenza. A seguito dell’incidente diventerà cieco e tetraplegico. Emblematica la frase con la quale definisce il suo calvario: “un buio senza fine”.

Fabiano chiede allo Stato la possibilità di morire e portare a conclusione le sue sofferenze e questa sua vita disgraziata.

Ora inizia la mia riflessione, quella di un ragazzo, che grazie a Dio, oggi, vive appieno la sua vita, circostanza non da poco davanti a questo tema.

Appena ho appreso la notizia della storia di Fabiano, mi sono posto delle domande sulla sua scelta, prima di carattere morale, poi di carattere giuridico: “come si può tutelare al meglio queste persone? Cosa prevede la nostra Costituzione?”.

Inizialmente ero contrario alla decisione di Fabiano. Forse, egoisticamente, non concepivo l’idea che una persona potesse decidere di morire autonomamente e che dal punto di vista giuridico potesse nascere una contraddizione: lo stesso Stato che vieta e punisce categoricamente chi lede il diritto alla vita altrui, non può disciplinare e concedere il diritto a morire, ovvero, l’Eutanasia.

Per questo mi sono chiesto come le Istituzioni debbano agire in queste situazioni.

Da inguaribile sognatore, ho pensato che lo Stato dovrebbe essere presente, compiendo atti di assistenza sanitaria e di sostegno psicologico, creando intorno al soggetto una nuova visione del mondo, che non sia ristretta alle sole pareti di una stanza, ma che rappresenti una nuova concezione di vita, che lo renda attivamente partecipe della nostra società di persone sane ed egoiste.

Leggendo ed informandomi, vengo a conoscenza dell’articolo 32 della nostra Costituzione, e lo trovo di una lungimiranza tale da farmi dubitare dei nostri Padri Costituenti: saranno forse venuti da un futuro lontano?

L’articolo esclude che chiunque possa “essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

In poche parole, si prevede la possibilità che il soggetto malato possa rifiutare un trattamento sanitario, se la legge non lo rende obbligatorio. Ecco avanzare le mie prime domande: è possibile autodeterminare la propria vita? È legittimo concepire un diritto a morire?

Valutando al meglio questa disposizione, mi accorgo che il suo fine ultimo è quello di mettere su un piano superiore il bene della vita, rispetto alle regole senza etica e morale della scienza, dando dignità alla vita e difendendola dall’essenza stessa della scienza, che esiste solo per superare i propri limiti. Forse, prevedendo questo, i nostri Costituenti hanno preferito mettere dei paletti a questo superamento senza morale, perché l’etica sociale impartita e difesa dalla nostra Costituzione non si appiattisse a dispetto della scienza, dell’innovazione.

I miei dubbi aumentano.

L’innovazione di ogni scienza, l’evoluzione dei costumi della società hanno portato nella nostra etica sociale un nuovo principio: “Si può fare, allora perché non farlo?”.

È accaduto quello che i nostri Costituenti temevano, i canoni della scienza hanno scalzato i principi da loro disegnati e difesi e più l’innovazione accelera più l’etica fatica.

Se nel passato, come diceva Marx, la religione era l’oppio dei popoli, ora la scienza ha preso il suo posto, delineando nuovi modi di pensare.

A questo punto, il mondo del diritto e il legislatore in primis, devono compiere delle scelte: seguire i risultati scientifici o continuare a porre dei paletti? Piegarsi al volere, spesso incosciente, della società o disciplinare questi ambiti in modo razionale? Scienza o etica?

Mi dispiace, la mia riflessione si conclude con una serie di dubbi irrisolti e domande senza risposta. Non me la sento di sentenziare. Non me la sento di scrivere “SÌ, bisogna fare una legge che permette ad una persona di togliersi la vita”; non me la sento nemmeno più di dire quanto siano disgraziate queste vite relegate ad un letto.

Però, con fermezza, affermo che la vita non è nostra e come noi non decidiamo di esistere, pertanto non possiamo decidere di morire.

Non voglio tirare in ballo né la religione, né la scienza, né la mia morale; ma dal momento che la Natura permette la nostra esistenza senza nessun senso e senza nessun motivo, allora è bene che sia la Natura stessa a porre fine se stessa, senza nessun senso e senza nessun motivo.

Lo spirito di Fabiano, mi ha molto colpito, facendomi interessare alla sua storia e a questo tema così importante. Mentre scrivevo queste parole, è stata compiuta l’ultima volontà di Fabiano, deceduto alle 11.40 del 27 febbraio e come raccomandazione, indirizzata in particolare ai suoi amici, ha chiesto di utilizzare sempre le cinture di sicurezza come tributo alla sua vita. Da oggi, anche io metterò la cintura.

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