La fiera della “Cappeddha” nel racconto di Pompeo Lupo

Tratto dal libro “Stoppie” di Pompeo Lupo

Un tempo, in un piccolo paese come il nostro (contava allora circa 7000 abitanti) la vita era scandita da ricorrenze che si succedevano ogni anno a scadenze fisse. Non accadeva mai nulla di straordinario, quasi noi fossimo condannati a una coatta tranquillità, come acquietati, senza alcun sussulto, almeno apparente. Eppure… di sussulti allora ci sarebbe stato tanto bisogno.

Nel corso dell’anno si contavano cinque o sei giorni particolarmente significativi e quasi tutti richiamavano un fatto religioso, dalla cui sfera il costume quasi mai esulava. In Taviano, uno di quei giorni era l’8 di settembre: “A Cappeddhra”.

Il calendario, in quel giorno, richiamava da sempre (come richiama) la Natività della B. Vergine; è una indicazione, però, con la quale la ricorrenza della Cappeddhra non aveva attinenza alcuna, perché in chiesa, infatti, non si svolgeva nessuna particolare solenne funzione religiosa; il che sarebbe certamente stato, se la giornata avesse avuto, appunto, carattere religioso.

Cos’era allora la Cappeddhra?

Era quasi un fatto singolare (nei paesi vicini non vi era niente di simile); forse una semplice, ingenua cadenza di carattere mercantile-paesano. Era infatti una piccola fiera, un mercato di cose semplici, umili come i nostri contadini, immutabili, utili in casa e in campagna, da sempre; era certamente l’occasione più importante per potersi rifornire di quelle piccole cose di cui non si poteva fare a meno.

Una notizia controllata ci informa che trattasi di una fiera istituita con decreto di Ferdinando II di Borbone – Re di Napoli – il 17 novembre del 1831.

Ma perché noi la chiamiamo “A Cappeddhra”?

A Cappeddhruzza (dopo il restauro), Cappella un tempo dedicata a Santa Maria delle Grazie.

Essa si svolgeva su un breve tratto della via del Convento, limitato da una parte dalla Chiesa dell’Immacolata e dall’altra da una cappella piccola piccola, detta perciò “Cappaddhruzza” nel nostro dialetto; era dedicata alla Madonna della Grazie. La chiesetta fu sconsacrata dopo gli storici fatti del 1870, fu scorporata dai beni ecclesiastici e passata in proprietà dello Stato, e quindi del Comune.

A giudicare dal suo portale e da alcune cornici, invero di poco conto, si può dire che si tratta di una modesta costruzione tardo-barocca. Un particolare interessante è dato dai due caditoi, che sormontano, ovviamente, il portale e la finestra sulla fiancata; ciò sta a dimostrare che la chiesetta era fortificata, forse perché, quando fu costruita, rimaneva isolata; oppure perché si trovava ad una estremità dell’agglomerato urbano, anche se più avanti, lontano, vi era già il Convento. Il comune la adibì quasi sempre a deposito; durante il Fascismo fu sede dell’O.N.B.; restaurata di recente, accoglie oggi decorosamente la Biblioteca Comunale.

La Cappeddhra, quindi, era un mercato di cose umili, semplici, frutto dell’artigianato povero dei paesi vicini, che allora sembravano lontanissimi, perché a quel tempo i trasporti venivano effettuati unicamente con carretti trainati da magri asinelli (il cavallo non era alla portata di quellagente); erano ore ed ore di cammino, su strade polverose, spesso dissestate e fangose, sempre impervie. Ma chiamare quella della Cappeddhra “una fiera” è un eufemismo alla rovescia; più propriamente, e quasi esclusivamente, era un «mercato del figulo». Quasi tutta la mercanzia trattata, infatti, era costituita da oggetti di creta, grezza o smaltata: pentole, tegami, brocche, conche, orcioli, boccali, bocce, piatti, lucerne… di tutte le grandezze e dalle forme sempre piacevoli, per quanto rozze.

Ricorrevano così i termini dialettali di «pignate, pignateddhri, testi, taieddhre, limmi, ursuli, ummili, ucali, trufuli, ozze, menze, cofani, capase e capasuni…». Erano gli oggetti di uso più comune in tutte le famiglie, anche in quelle più agiate. Soggetti naturalmente a rompersi al minimo urto o a deteriorarsi presto, venivano rimpiazzati il giorno della Cappeddhra, con sacrificio, anche se costavano pochi soldi, per cui la rottura di uno di essi, (e avveniva, ovviamente, spesso) costituiva un fatto serio. Si pensi che quando uno degli oggetti più grandi (limmu, cofanu, capasune…) si crepava o addirittura andava in pezzi, veniva affidato alle cure «te lu conzalimmi e giusta cofani», un malandato ambulante che, per pochi centesimi, ricuciva magistralmente i pezzi con punti di ferro filato.

Gli stessi oggetti, di cui dicevamo innanzi, si rendevano poi simpaticamente riprodotti in dimensioni minime, quattro – cinque centimetri di altezza; erano i cosiddetti «coppi»; essi costituivano la gioia soprattutto delle bambine, le quali con quelli giocavano a far le massaie, sotto lo sguardo vigile della mamma, che col gioco le iniziava alle faccende della cucina e della casa.

Un momento della “fischiettata” per le vie del centro, svoltasi nella serata di ieri

Una peculiarità della fiera, e certo la più simpatica, era poi costituita dai «fischietti», sempre di coccio, piccoli strumenti- giocattolo, attesi dai bambini con indicibile ansia. Si pensi che nel corso dell’anno, quando un bambino faceva i capricci, per imbonirlo la mamma prometteva: «Se stai bbonu, alla Cappeddhra te ccattu nu fischettu».

I fischietti erano di forme diverse: a trombetta, a piffero, a flauto; a forma di cavalluccio, di cane, di uccello, di carabiniere con lucerna e pennacchio…; particolare era la cosiddetta «calandra», un pentolino sormontato da un uccellino: si riempiva di acqua e, soffiando nel fischietto incorporato, il liquido gorgogliava e produceva un suono tremolante e gradevole.

Altro strumento, che interessava soprattutto i giovani, era la «tromba»: aveva la forma del corno di ottone; era a uno, due o tre giri; occorrevano buoni polmoni per suonarla ed emetteva un suono, lungo, iterato, modulato, che sembrava un lamento. Le compravano soprattutto «i macchialuri», che trascorrevano l’estate nei «caseddhri», sulle macchie, dove attendevano particolarmente a seccare i fichi al sole, sui «cannizzi» Nelle serate tranquille, riuniti in crocchio, chiacchierando e guardando le stelle che a miriadi tralucevano nel cielo, i «macchialuri» si davano la voce a suon di tromba, quasi vigili scolte delle stupende notti stellate: suono lamentoso, caudato, affievolentesi, che inconsciamente accusava un certo che di serenità e di stanchezza. Da lontano, i villeggianti fortunati del mare avvertivano il suono che veniva dalla Serra e pensavano che l’estate stava per finire e che presto bisognava risalire in paese. Sì, la Cappeddhra era anche questo: la fine della villeggiatura e la ripresa dell’usata fatica. Come era anche l’offerta degli ultimi frutti dell’estate, alcuni dei quali quasi scomparsi, come le «meddhre» (nespole di Germania), le «verzalore» (azelore) e le «scisciule» (giuggiole).

Un altro articolo importante e caratteristico di quel mercato erano «e sporte». Intrecciate col giunco della palude (u fileddhru di color d’oro), sostituivano allora, bellamente, le attuali borse della spesa. E non vi era famiglia che non ne possedesse due-tre, di diversa diverse dimensioni, a forma cilindrica con due maniglie (sporte e spurteddhre), o con fondo quasi ovale e con coperchio ribaltabile, «sporti» (si noti la differenza del lessico). Belli e colorati erano poi «i panareddhri», con coperchio e «tracolla», nei quali i bambini che andavano «alla mescia» riponevano il pane per la colazione. Sporte e spurteddhre, sporti e panareddhri facevano anche a Cappeddhra.

La fiera finiva a mezzogiorno. Riposta la merce invenduta, i traballanti carretti ripartivano alla volta dei loro paesi: Lucugnano e Cutrofiano quelli dei figuli; Acquarica del Capo quelli delle sporte di giunco; Matino e Gemini quelli dei panieri di vimini; Salve, quelli delle «zzuche» (lunghe corde intrecciate con resistenti erbe della palude). Il «fabbro filosofo» raccoglieva falci, zappe e zappette, rastrelli, picconi, mazzole, asce, pale e palette, treppiedi e molle… e si ritirava a consumare in letizia il suo sudato bicchiere.

Tutto finiva così; solo i fischietti dei ragazzi allietavano (si fa per dire), ancora per qualche giorno, l’udito dei compaesani; poi finivano immancabilmente in cocci … e arrivederci al prossimo anno, quando tutto si ripresentava allo stesso modo.

La fiera ricorre ancora oggi l’8 di settembre e tutti sappiamo cosa è diventata e quale aria vi si respira (o non si respira). I tempi di svolgimento della vita cittadina non si scandiscono più su date fisse e la gente non ha più bisogno di attendere la fiera, per cui si può dire: «C’era una volta la Cappeddhra».

 

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