La festa di San Martino nel racconto di Pompeo Lupo

La festa di San Martino nel racconto di Pompeo Lupo

La festa di San Martino nel racconto di Pompeo Lupo

L’11 novembre è il giorno dedicato al Santo e ogni anno, da tempo immemorabile, in quel giorno noi tavianesi onoriamo il protettore con solenni festeggiamenti.

Quanti ricordi! Come è diverso il clima della festa di oggi da quello di un tempo! E ricreare quel clima e quell’ambiente è davvero impossibile; sono sentimenti riposti e custoditi gelosamente dentro di noi, sono angoli del nostro spirito che si rifanno alla nostra fanciullezza, ai racconti dei nostri nonni, ad un tempo in cui tutto sembrava semplice ed era vissuto certamente col cuore. Il nostro mondo contadino aveva allora pochissime occasioni di distrazione dalla fatica durissima di ogni giorno, che curvava la schiena e ossificava le membra e attendeva la festa anche per godere di un giorno o due di riposo e di gioia. E vi perveniva con spirito sereno, dopo un’attesa intimamente commossa, con sentimenti di dolce familiarità e di schietta amicizia. Era per i nostri nonni una predisposizione vera alla bontà, era il sapore dell’appagamento di un desiderio prima inconfessato, appagamento possibile solo qualche volta all’anno.

Quante cose erano rimandate a San Martino (come a Natale, a Pasqua): il vestito nuovo o le scarpe nuove, il cappotto per chi poteva permetterselo, le maglie di lana (quando non erano quelle di lana grezza fatte in casa ai ferri). Al figlioletto che azzardava talvolta il desiderio di una pur piccola e innocente cosa superflua, la mamma rispondeva: “Fiju meu, a Santu Martinu poi”.

Anche il pranzo era un’attesa, anche se poi si trattava di cicoria bollita con un pezzetto di grasso di maiale (“la manescia”), delle gustosissime “sagne” fatte in casa, e di poche polpette di carne tritata. Non mancava però quello che a San Martino era ritenuto l’elemento indispensabile per onorare il Santo: il vino, il vino sincero, nero, che tingeva il bicchiere ed era il frutto della vigna allora largamente coltivata, il frutto del lavoro di un anno fra tante ansie e tante aspettative, vissute sia da chi possedeva un pezzo di terra, sia da chi lavorava a giornata. Quel giorno il vino era di tutti, di chi mangiava molto (ed erano i pochi) e di chi mangiava poco; e questi ultimi facevano scena la sera in piazza e per quella viuzza che dalla chiesa matrice va fino a Piazza del Popolo (via che allora si chiamava Via Piazza, come la Piazza del Popolo si chiamava Piazza Municipio); quanti ubriachi! – si diceva; ma era San Martino e “ogni mosto era diventato vino”, e a quella innocente smodatezza si indulgeva con semplici schiette risate.

Il mercato di San Martino, poi, non paragonabile certo a quelli che si svolgono oggi per quantità e varietà di merci, era allora un fatto importante che richiamava venditori e acquirenti, paesani e forestieri. Si svolgeva, come oggi, principalmente il lunedì della festa, il lunedì detto di “Santu Martineddhu”, forse con riferimento alla piccola statua di San Martino custodita in una nicchia sul portale della chiesa.

Si vendevano oggetti di uso comune del tempo: scale, attrezzi da lavoro per il contadino e l’artigiano, stoffe, scarpe pe che si esponevano per terra; particolarmente attesi erano “i martinesi”, ritenuti ricchi commercianti, provenienti da Martina Franca, i quali vendevano modestissimi cappotti di panno, che i rari compratori provavano sotto la baracca e ne contrattavano poi il prezzo in un curioso andirivieni, teso ad ottenere uno sconto considerevole sulla richiesta. Una particolare attrazione costituivano i venditori di mele, di quelle napoletane dette “limoncelle”, piccole, oblunghe, di colore giallo, che i venditori disponevano sul banco ordinatamente in cassette, quasi fossero vassoi; costituivano una rarità e si compravano a unità e non a chili. Che tempi! La gente allora, come oggi, si accalcava ed era tanta, ma le “sporte” non erano tutte piene e contenevano appena ciò di cui non si poteva fare a meno. E quanti sacrifici costavano quelle povere cose!

I festeggiamenti cosiddetti civili erano poi quelli che richiamavano più che ogni altra cosa i forestieri; ed era forse anche per questi ultimi che i tavianesi preparavano la loro festa con una certa puntigliosità, in una specie di tacita competizione con i paesi vicini, per quanto concerneva le luminarie, i concerti bandistici e i fuochi d’artificio. Noi anziani ricordiamo “la villa”, consistente in archi con lampade colorate, alimentate a carburo: quelle volute luminose emanavano un odore non certo gradevole, ma era odore di festa, era odore di casa, odore che continuava per qualche giorno, perché i gazometri contenenti il carburo, al termine della festa, venivano svuotati per la strada, con delizia di noi ragazzi che andavamo alla ricerca dei pezzetti di carburo non consunti e che utilizzavamo poi nelle nostre pericolose “acetilene” giocattolo. Ma i nostri bisnonni ricordavano quando le luminarie erano fatte con piccole lucerne di creta contenenti un pò di olio e un minuscolo lucignolo; ornavano i davanzali delle finestre, le soglie delle case, i cornicioni della piazza e della chiesa. E ora? Ora si fanno ancora alcune di quelle cose; altre si trascinano stancamente e sono ormai in molti a non condividerle. L’animo è diverso: ad una vita intima, raccolta, familiare, paesana, povera magari, è subentrata una vita di certo più agiata, ma una vita dispersiva, psicotica, avida, distratta dai cento idoli portati da quel che si dice progresso.

Non si dà più il nome di Martino ai bambini, che si chiamano invece con i nomi più ricercati ed esotici. Il sole non torna più a brillare nella breve “estate di San Martino” per il generoso dono del mantello e ci si compiace della spiegazione scientifica del fenomeno; non si dice più: “Santu Martinu” quando si vuole augurare che …il pane cresca, o che comunque cresca il prodotto della terra che si sta raccogliendo, e non si risponde più “Na vanuta”.
Era meglio prima? È meglio oggi? A noi l’impegno di ricondurre il nuovo che non si può respingere alla dimensione più profondamente religiosa di un tempo; a noi anche il culto delle memorie, perché i nostri figli e i nostri nipoti sappiano e tramandino.

(© Pompeo Lupo da “Stoppie – Ricordi tavianesi”)

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