La ferocia di “Papa Ciru”: storia del brigante Ciro Annicchiarico

di Giancarlo Panico

Anche l’area salentina ha subito il fenomeno del brigantaggio ed in maniera anche marcata se si tiene conto che uno dei più sanguinari briganti fu Ciro Annicchiarico detto Papa Ciru o Papa Giru. Si sa che sono i vincitori a scrivere la storia e spesso, purtroppo , la storia raccontata in buona parte si discosta dalla realtà.

Recenti studi hanno portato alla luce alcuni aspetti della vita di Papa giru che non vanno sottovalutati, che ci fanno capire meglio la complessità del personaggio che oscillò tra la Carboneria e i Borbone, tra la Chiesa e la massoneria, tra la vendetta e la difesa delle aspirazioni sociali del Popolo .

Ciro nacque a Grottaglie nel 1775 e ha 12 anni cominciò gli studi ecclesiastici a Taranto, in uno dei seminari più antichi e rinomati del regno di Napoli, sotto la guida dell’abate Giambattista Gagliardo, simpatizzante delle idee giacobine diffusesi dopo la rivoluzione francese. Dunque Ciro fu fortemente influenzato da quelle idee durante la sua formazione.

Terminati gli studi in maniera piuttosto brillante, fu nominato prete a 24 anni e tornò nella sua città natia, quindi entrò nella chiesa del luogo. Fu qui che Don Ciro iniziò una relazione clandestina con una giovane e bella vedova, Antonia Zaccaria, detta la curciola. Pare che la bella vedova si concedesse anche ad un altro prete, don Giuseppe Motolese, e ad uno studente di medicina, Giuseppe Maggiulli, nipote dell’arciprete. Secondo le testimonianze dell’epoca nel giugno del 1803 scoppiò una violenta disputa tra don Ciro e il Motolese nella segreteria della chiesa e i due furono divisi con difficoltà dagli altri preti presenti .

Nel 16 luglio del 1803 il Motolese venne pugnalato mortalmente sotto l’arco della Madonna del Lume, al termine della processione, da un uomo incappucciato. Fu accusato in fretta e furia don Ciro nonostante il delitto fosse imputabile maggiormente al Maggiulli in quanto si rese subito inreperibile dopo l’omicidio, mentre l’ Annicchiarico, avendo partecipato alla celebrazione religiosa non poteva trovarsi, per ovvii motivi logistici, sotto l’arco incappucciato in quel momento.

Prima di questa triste vicenda don Ciro s’era già dichiarato convinto giacobino e ne aveva divulgato  le teorie preso i fedeli, quindi il delitto venne sfruttato dalla fazione politica opposta dei Realisti, ai quali tra l’altro faceva capo proprio il padre della assassinato . Arrestato e processato, Ciro fu condannato a 15 anni nelle carceri di Lecce, dalle quali riuscì a fuggire dopo 4 anni di reclusione, con la complicità di un carceriere divenuto suo amico.

Approfittando della confusione politica creatasi dalla salita sul trono di Napoli di Giuseppe Bonaparte prima e Giocchino Murat dopo, Don Ciro ritornò a Grottaglie conducendo una vita tranquilla, avendosi  accattivato le simpatie delle autorità militari francesi dislocate in loco, in particolare quella del brigadiere Bourguignon. La cosa non era gradita al padre del Motolese che, essendo persona molto influente, fece emanare un nuovo ordine di cattura dal Tribunale di Lecce nel 1813 . Per  evitare spargimenti di sangue si ricorse a un tranello: il Bourguignon invitò a cena presso una locanda Don Ciro insieme ad uno dei suoi fratelli, al segnale convenuto le guardie presenti nella locanda spararono contro don Ciro mancandolo clamorosamente, ma venne ucciso il fratello ignaro ed innocente.

Ciro fuggí dandosi alla macchia e divenendo in poco tempo il capo di una banda di disertori che seminava il terrore in tutta la Terra d’Otranto (l’ odierne province di Lecce, Brindisi, e Taranto) .

La prima vittima di Don Ciro fu il padre di Don Giuseppe Motolese, freddato con una fucilata alla schiena, poi venne sequestrato il fratello di don Giuseppe e rilasciato dopo aver ottenuto un cospicuo riscatto. Poi ancora numerose rapine estorsioni ai danni di ricchi proprietari terrieri e aristocratici. Nel 1815 cadeva il regime di Gioacchino Murat e sul trono di Napoli ritornarono i Borbone (periodo della restaurazione) ed il regno prese la nuova denominazione di Regno delle Due Sicilie. Don Ciro presentò al sovrano borbonico le sue giustificazioni scritte al fine di avere un’ assoluzione, ma la risposta fu negativa.

La piazza di Francavilla Fontana, su cui venne giustiziato l’Annicchiarico (foto Michele Lenti)

A questo punto si realizzò la svolta politica di Papa Ciru: dopo aver preso contatti con la Carboneria salentina, entrò nella setta dei Decisi, ala estrema dei liberali di Lecce, nel 1816, divenendone presto il capo e dandole un programma politico/ sociale e un’organizzazione di tipo militare, il cui scopo era quello di costituire la Repubblica salentina. La banda era padrona assoluta della Terra d’Otranto, non erano ammessi atteggiamenti neutrali, venivano imposti contributi (oggi estorsioni), la setta si macchiò di vendette crudelissime e di orrendi delitti.

Per far parte dei decisi bisognava effettuare un rito iniziatico di affiliazione. I Borbone inviarono il generale irlandese Church per la cattura di Papa Ciru, ma la cosa in un primo momento fu fallimentare, le cose cambiarono quando i dirigenti carbonari tradirono Papa Ciru togliendogli appoggi e protezione.

Don Ciru, abbandonato da tutti, vago con la sua banda tra Brindisi e Grottaglie finché le imponenti forze impiegate, guidate dal generale Church, lo catturarono, non senza difficoltà, il 7 febbraio del 1818. Condotto a Francavilla d’Otranto (oggi Francavilla Fontana), venne fucilato il 8 febbraio del 1818 senza regolare processo. Nel suo memoriale, il generale Church, che sembrò quasi affascinato dalla scaltrezza di quel brigante, descrisse minuziosamente la caccia a Papa Ciru, le difficoltà avute nella cattura e la confessione di ben settanta omicidi.

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