La “Distilleria Sociale di Melissano”

Di Fernando Scozzi

UN’ESPERIENZA DI COOPERAZIONE TRA LE CANTINE SOCIALI, I PRODUTTORI DI MATINO , TAVIANO, MELISSANO E LA “BANCA AGRICOLA DI MATINO”.

Basta guardare le nostre campagne ed in particolare i terreni un tempo coltivati a vigneto, per constatare che l’agricoltura è ormai diventata un’attività economica del tutto marginale: concorrenza dei prodotti esteri, prezzi non remunerativi, mutamento dei gusti dei consumatori, sono le cause più importanti di una crisi profonda. La situazione è aggravata dall’invecchiamento e dalla mancata sostituzione degli agricoltori, molti dei quali, ormai pensionati, si dedicano alla coltivazione della terra più per hobby che per trarne un reddito significativo. Quindi, se non interverranno cambiamenti sostanziali, la viticoltura diventerà ben presto un ricordo dei tempi passati, quando dalle nostre cantine partivano migliaia di ettolitri di vino per la Francia e l’Italia settentrionale e nulla andava perduto dei preziosi acini, dei quali la distilleria melissanese commercializzava perfino i semi.
Erano gli anni in cui la lavorazione sociale delle uve costituiva l’unico modo per battere lo strapotere contrattuale degli acquirenti e quindi la “Cooperativa fra Produttori Agricoli di Matino”, la “Cantina Cooperativa di Melissano” e la “Cooperativa fra produttori agricoli di Taviano” erano diventate realtà produttive di notevole importanza. La “Banca Agricola di Matino” era l’istituto di credito di riferimento per i commercianti e gli industriali del settore enologico tra i quali a Melissano, i Caputo, i Marsano, i Manco, i Fasano, che avevano trasformato gli antichi palmenti in stabilimenti vinicoli capaci di produrre 70-80.000 quintali di vino all’anno. E fu proprio la “Banca Agricola di Matino” a promuovere, nel 1957, la costituzione della “Distilleria Sociale”, attività che a Melissano vantava una tradizione consolidata poiché il primo impianto del genere, di proprietà Emilio Manco, risaliva agli ultimi anni del 1800.
La cooperativa “Distilleria sociale di Melissano” si prefiggeva gli scopi di utilizzare in comune i prodotti e i sottoprodotti delle cantine e dei soci per la produzione di alcool, sostanze tartariche, oli vegetali e panelli; vendere ed utilizzare in comune prodotti e sottoprodotti della lavorazione; ripartire tra i soci il ricavato delle vendite.
Il capitale sociale, sottoscritto all’atto della costituzione, ammontava a L. 2.950.000, suddiviso in azioni del valore nominale di L. 1.000 cadauna. L’avv. Pietro Fasano e il Sig. Giuseppe Moschettini furono eletti, rispettivamente, presidente e vice-presidente della cooperativa; l’avv. Vito Panico, il Sig. Giulio Giannelli e il Sig. Antonio Causo, componenti del consiglio di amministrazione; il dr. Giorgio Primiceri, presidente del collegio sindacale.
Nel 1958 la cooperativa acquistò i locali e l’apparecchio distillatore di un opificio già esistente (di proprietà del Sig. Antonio Caputo) ubicato in Melissano, alla Via Palermo. L’apparecchio distillatore, costruito dalla Ditta “Cassese & Bottiglieri”, di Nola, del tipo “Egrot e Barbet”, poteva distillare 200 ettolitri di vino al giorno, ottenendo alcool “buon gusto” di qualità finissima, a gradi 95-96, con una resa del 98%.
Il costo dell’impianto ammontò a L. 4.726.400 poiché il contratto di acquisto ne stabiliva il prezzo in L. 800 il Kg., con esclusione delle spese di montaggio della macchina e del costo degli impianti idrico, a vapore e dell’apparecchiatura necessaria per la produzione del ghiaccio per l’acqua di refrigerazione dell’alcool. L’apparecchio, di notevole complessità, era costituito da un regolatore di vino, uno scaldavino a fascio tubolare, un economizzatore di calore a serpentino, sei colonne (distillazione, rettificazione, concentrazione, depurazione, oli) per un totale di trentasei tronchi, due condensatori centubolari, un refrigerantino, un decantatore, un refrigerante finale, un provino ad esaurimento, due regolatori di vapore, due pozzetti, tre talpotassimetri, un termometro a custodia, nonché rubinetti e briglie di ottone.
La materia prima era il vinello, ottenuto mischiando acqua e vinaccia. Il liquido passava, quindi, nell’impianto di distillazione e alla fine di un complesso procedimento si otteneva alcool puro, la cui produzione era costantemente controllata e registrata da un finanziere. L’alcool era esportato perfino in Australia, mentre la grappa, dopo l’invecchiamento in botti di rovere, veniva acquistata da un’azienda nazionale che produceva il noto liquore “Oro Pilla”.
La vinaccia non esauriva il suo impiego solo con la produzione del vinello perché veniva pressata e posta nello spartisemi per separare le bucce dai semi che, dopo l’essiccazione, venivano acquistati da ditte specializzate per l’estrazione dell’olio. Le bucce, invece, erano usate come combustibile per la caldaia della distilleria, mentre la cenere veniva impiegata per concimare la terra.
La “Distilleria Sociale”, fin dalla sua costituzione, poteva contare su ottime prospettive di sviluppo essendo la materia prima abbondante ed i capitali sufficienti, tanto che nel 1958 l’ing. Francesco Caputo venne incaricato di realizzare i progetti di ampliamento dell’opificio e del potenziamento dell’impianto che avrebbero fatto della distilleria una delle maggiori industrie del settore nel mezzogiorno d’Italia. I progetti prevedevano un utilizzo più razionale dei locali esistenti e la costruzione attorno al nucleo originario di altri vani destinati alle fasi della produzione. La “sala raccolta alcool”, il “magazzino doganale”, il “gabinetto analisi”, le cisterne interrate e quelle sopraelevate ( n. 23 per una capienza complessiva di hl. 5.300) tutto doveva essere finalizzato alla razionalizzazione del ciclo produttivo. Ma dopo pochi anni si manifestarono le prime difficoltà, soprattutto per la commercializzazione del prodotto. Il progetto di ampliamento fu definitivamente accantonato e la distilleria, come la maggior parte degli impianti per la produzione di alcool della Provincia di Lecce, cessò di funzionare alla fine degli anni sessanta. Le cantine sociali, invece, continuarono ad assolvere alla loro funzione; basti pensare che nel 1975 le due cooperative melissanesi lavorarono ben 174.828 quintali di uva ottenendo 3.209.590 gradi-glucosio ed ancora nel 1986 la quantità di uva conferita ammontava a circa 100.000 quintali.
Poi, dagli anni novanta, un declino così grave che oggi è difficile pensare ad un nuovo sviluppo della viticoltura. Eppure non è escluso che nel medio periodo, per una serie di prevedibili congiunture, prima fra tutte la diminuzione dei trasferimenti dello Stato (pensioni, indennità, contributi alle aziende, ecc…) l’agricoltura tornerà ad essere un’attività importante per il Mezzogiorno. Allora è necessario salvaguardare i terreni agricoli, non per una sorta di nostalgico legame con il passato, ma per conservare l’unica risorsa naturale che potrà costituire, come alla fine del XIX secolo, la fonte di ricchezza dei nostri paesi. Invece, dove verdeggiavano i vigneti, sedicenti coltivatori diretti e contadini più che ottantenni possono costruire ville con piscina (pardon, locali per il deposito di attrezzi agricoli!) con gravissimo pregiudizio dell’ambiente e della futura utilizzazione del territorio.

Per ulteriori approfondimenti sulle vicende della viticoltura si può fare riferimento alla pubblicazione di Fernando Scozzi “Melissano dell’uva e del vino”, Melissano, 2004.

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