La coscienza di Omran (e la nostra coscienza)

Di Vincenzo Pacillo

Nella vicenda letteraria dei “Miserabili”, Victor Hugo crea il personaggio del poliziotto Javert come paradigma della rigidità della legge in contrapposizione con la misericordia e con l’amore. Se tutto il cammino umano del protagonista, Jean Valjean, è infatti segnato dall’incontro con la grazia (quello con il vescovo Myriel) che cambia il destino del malfattore e lo redime, il cammino di Javert è quello di un tutore del potere costituito – incarnato nella legge dell’uomo – cieco e sordo di fronte al destino che può segnare l’individuo oggetto dell’atto normativo. Perfino quando si tratta di ricevere un giudizio su se stesso, Javert invoca la giustizia dell’uomo e non la bontà della redenzione: salvo poi essere – infine – redento dallo stesso Valjean e cambiare la propria prospettiva sulla società in cui vive.
Oggi, sovente, chi (come papa Francesco, ad esempio) cerca di indirizzare il cammino della società sulle tracce della misericordia più che su quelle della giustizia del potere umano viene tacciato come “buonista”: terribile neologismo che finisce con l’indicare un “pappamolla”, uno smidollato incapace di assumersi virilmente carico dei problemi che assillano la quotidianità e risolverli a muso duro, senza paura di ferire o umiliare. E’ il “modello Javert”, il modello del servizio cieco al potere della forza, in cui il debole è oggetto e non soggetto del diritto: anzi, la debolezza – più si incarna in soggetti umani “diversi” dallo stereotipo della maggioranza: stranieri, rom, omosessuali, appartenenti a minoranze etniche e nazionali – diventa per il “modello Javert” una colpa intollerabile.
Ma siccome in una cultura ancora impregnata della misericordia cristiana il modello Javert è in fondo difficile da metabolizzare del tutto, c’è bisogno di una catarsi collettiva diretta a stemperare la cattiva coscienza del “cattivismo”: è il caso – ad esempio – della commozione social che si è manifestata di fronte alla foto del piccolo Omran Daqneesh, il bimbo di Aleppo estratto dalle macerie di una casa bombardata e ritratto – maschera calcinata dell’orrore supremo che ti lascia vivo e conscio e della tragedia – seduto immobile come un pupazzo di polvere su una poltrona arancione. A parte chi, in un ultimo impeto di cattivismo, ha addirittura messo in discussione l’autenticità della foto, anche i sostenitori del modello Javert hanno parso orientarsi verso un moto di umana commiserazione. Commiserazione, appunto, non misericordia: un moto che spinge a mettere un “like” su una pagina Facebook o a fare una digressione durante l’aperitivo, ma che non porta a nessun reale interesse per il destino di Omran come persona, e per il destino delle persone come Omran.
Già. Perché la verità è che di Omran in Siria ce se sono stati a centinaia, a migliaia, ed altrettanti sono destinati ad esserci da oggi in avanti mentre gli alfieri del modello Javert – nell’indifferenza generale dell’Occidente – affermano che “prima gli italiani!” Come in un tragico ranking – che assomiglia sempre di più ad una roulette russa – i cattivisti dispongono i punteggi della spesa pubblica, delle politiche migratorie, della comunicazione politica non sulla base dell’emergenza umanitaria che stiamo vivendo, della fraternità che deve accomunare gli uomini, della necessità di non lasciare che nessuno resti indietro, quanto piuttosto sulla base della cittadinanza, dell’etnia, della provenienza geografica. Si arriva al paradosso di mettere in competizione i disgraziati di questa epoca (terremotati Vs richiedenti asilo) secondo una logica da fase finale della Coppa del Mondo di calcio: partita secca, chi perde è fuori senza possibilità di appello.

omran
Omran ha coscienza di questo? I tanti Omran calcinati in Siria, in Iraq, nei gironi infernali del Medio Oriente hanno coscienza di questo? Forse soprattutto i più piccoli sono troppo impegnati a sopravvivere per crearsi una coscienza critica sul futuro dell’Occidente. Quello che più stupisce è come il modello Javert sia così ottuso da tradire persino i presupposti sui quali si fonda: perché – sissignori – se anche vogliamo giustizia del potere piuttosto che misericordia, dobbiamo aprire la strada agli Omran, non limitarci alle reazioni su Facebook.
Prima di tutto la Convenzione di Ginevra del 1951, vigente in Italia, afferma che “nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”.
Il divieto di respingimento è applicabile a ogni forma di trasferimento forzato, compresi deportazione, espulsione, estradizione, trasferimento informale e non ammissione alla frontiera. È possibile derogare a tale principio solo nel caso in cui, sulla base di seri motivi, un rifugiato venga considerato un pericolo per la sicurezza del Paese in cui risiede o una minaccia per la collettività. In base all’art.1 della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, il termine di rifugiato è applicabile
“a chiunque, nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi”.
Inoltre la Direttiva europea 83/2004/CE all’art.2(e) definisce persona ammissibile ad un’altra forma di protezione (la cd. “protezione sussidiaria”)
“ogni cittadino di un paese terzo o apolide che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno, e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto paese”.
Anche al di fuori di questi casi, quando si parla di “migranti economici irregolari”, gli Stati membri del Consiglio d’Europa sono tenuti tuttavia a rispettare un nucleo fondamentale di norme in materia di diritti umani, tra cui l’accesso alle necessarie cure mediche per tutti (compresa l’assistenza sanitaria di emergenza e di base, per esempio la possibilità̀ di consultare un medico o di ottenere medicinali indispensabili), all’assistenza sanitaria nel caso delle donne in gravidanza e all’assistenza sanitaria e all’istruzione nel caso dei bambini, senza discriminazioni rispetto ai cittadini dello Stato in questione, alla giustizia (con l’introduzione di un meccanismo che permetta a una persona di sporgere denuncia e di ottenere riparazione, per esempio un risarcimento in caso di infortunio sul lavoro, e procedure eque e certe in caso di espulsione).
Qui non stiamo parlando del Papa, della misericordia, del buonismo. Stiamo parlando di un potere legale che non accetta l’indifferenza di fronte agli Omran, e ne impone l’accoglienza sulla base di un principio (che è giuridico, prima che di coscienza) che è quello del rispetto della vita umana.
E non solo. Esistono tutta una serie di situazioni in cui sono coinvolte categorie “vulnerabili” (elencate nella direttiva 2013/33/UE) quali:
– minori
– minori non accompagnati
– disabili
– anziani
– donne in gravidanza
– genitori singoli con figli minori
– persone che hanno subito torture, stupri, altre forme gravi di
violenza psicologica, fisica o sessuale,
nei confronti delle quali il sistema di accoglienza deve rivelarsi particolarmente attento, magari impedendo del tutto che queste persone possano dover subire la “galera amministrativa” rappresentata dai CIE fuori da ogni garanzia di carattere giurisdizionale.
La coscienza di Omran imparerà presto a capire se si trova di fronte a Javert o a Valjean. La nostra coscienza, se proprio non ce la fa a prendere le parti di Valjean, che almeno rispetti quella legge formale cui ha deciso di sottomettersi Javert.

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