La Carrozza ti Malacore

a cura di Vittorio Zacchino

Scarrozzando per la sua contea, il conte di Malecore si accorse che i suoi sudditi più anziani, ormai inetti al lavoro, se ne stavano a oziare al sole o sugli usci delle case; prammatico come era, intuì che le casse pubbliche non potevano mantenere tutti i nullafacenti di Malecore che pur mangiavano senza produrre alcunché. Sicché chiamato il pubblico banditore lo mandò ad annunziare questo decreto così concepito: Malecore non è più in grado di nutrire anche i malecoresi che non lavorano, sicché ordina che i vecchi, a cominciare dai settantenni, inetti al lavoro, vengano soppressi, con effetto immediato.  Comprendo che tale decisione è impopolare, ma lo esige il bene comune di Malecore; essa verrà   eseguita, a discrezione, a cura della famiglia del morituro.

I poveri malecoresi a sentire quelle condanne inappellabili ruppero in pianti, imprecazioni, bestemmie, e si strapparono i capelli.  Ma fu giocoforza obbedire pena la morte per i parenti che avessero contravvenuto all’ordine.

I dolorosi rituali delle eliminazioni   iniziarono speditamente, ma nessun malecorese aveva cuore e coraggio di eliminare fisicamente i propri congiunti vecchi, per cui optarono per spingerli nel mare sottostante alla rupe di Ortolito.  Raggiungere la Montagna Spaccata, a piedi, lungo l’unica strada polverosa, curvi sotto il peso del congiunto inabile, sotto il solleone agostano, richiedeva una marcia estenuante, anche per i più vigorosi giovani uomini di Malecore.

Uno di questi, portando il padre invalido sulla schiena, dopo un tratto di cammino, sostò esausto vicino ad una muriccia su cui depose il padre. Con un filo di voce, quest’ultimo disse: <<Figlio mio, il pensiero che un giorno la stessa sorte toccherà a te, rende più amare le mie ultime ore; forse un tuo figlio, un giorno, ti poserà su questa stessa muriccia durante il tragitto verso la Montagna Spaccata.>>. Il figlio, singhiozzando, gli rispose che gli era duro eseguire quell’ordine disumano; poi, lì per lì, maturò il disegno di nasconderlo in un casolare, immerso tra gli olivi, dove gli avrebbe portato del cibo ogni giorno al tramonto; e nonostante le obiezioni paterne, il giovane malecorese si intestardì nel suo proposito di ribellione.

Puntualmente tutti i giorni si recava a trovarlo per sfamarlo, e gli raccontava fatti e misfatti di una Malecore che via via si svecchiava.

Una di quelle volte disse al padre: <<Tata, il conte ha pubblicato un bando assai curioso: mette un premio ricchissimo a favore di chi gli saprà dire il valore preciso della carrozza d’oro con le due pariglie di cavalli. Ma se il concorrente sbaglierà verrà messo in carcere>>.

A quel punto il vecchio si animò e disse: << se te la senti di concorrere, io la risposta la conosco ed è questaale cchiui n’acqua ti marzu e di bbrile ti la carrozza tua a ddoi file (Vale più la pioggia di marzo ed aprile della tua carrozza a due pariglie). Infatti, figlio, le piogge primaverili sono aspettate come manna del cielo dai buoni contadini dell’amara contea di Malecore, sempre in lotta con la sete e la siccità, ed il bestiale sfruttamento del padrone. Tenta la fortuna. Vedrai che cambierai vita>>.

E il ragazzo, spronato dal padre, fece obbedienza sì come gli diceva.

All’udire la risposta al suo quesito il conte comprese la verità che vi conteneva: nessuna carrozza d’oro poteva valere più dei raccolti prodotti dalla pioggia di primavera.

Ma al tempo spesso lo insospettiva la saggezza di quel giovanotto imberbe, quanto la commozione nell’udire un vecchio proverbio udito in gioventù da suo nonno, che con gli anni gli era uscito di mente. Difatti parlò per sottolineare la verità proclamata dal ragazzo, e per aggiungere che non poteva essere farina del suo sacco.

Finì che il ragazzo, incalzato dal conte, dovette rivelargli la storia della sua disobbedienza, pur angosciato dal terrore per l’incolumità propria e del vecchio padre.

Il conte, dopo lunga pensosità, fece cercare il vecchio e lo fece condurre alla sua presenza. A lui tremante disse: <<Sei un uomo molto saggio e la tua saggezza ti salverà. Come il tuo coraggioso ragazzo, senza il cui amore di figlio, tu non saresti in vita. Sbagliavo a far morire i miei vecchi di Malecore. Non capivo che la forza fisica non è tutto: la vostra esperienza e saggezza, il vostro esempio, sono tanto più utili alla buona amministrazione, al buon governo, alla crescita e prosperità della nostra Malecore. Da questo momento il mio stupido decreto s’intende revocato, e ogni malecorese onorerà i vecchi della contea come meritano, e rispetteranno quest’altro importante proverbio: li vecchi olinu nnurati, li ggiovini olinu mparati>>.

Da quel giorno Malecore ha mutato il nome ed assunto quello beneaugurante di BONCORE.

Come si può notare chiaramente, questa fiaba propone ed esalta  un  archetipo senile,  che richiama la nostra antica civiltà contadina, e i suoi modelli mutuati  dal  De Senectute di Cicerone, e dalle Georgiche di Virgilio;  trasmessi di generazione in generazione, essi ripropongono  una nobile figura di vecchio patriarca, severo, solenne,  intorno al quale  si raccoglievano tribù, stirpe, famiglia, riconoscentisi  nella autorevolezza  del vertice patriarcale, le cui  decisioni avevano forza di legge,  perché assicurava con i suoi consigli  una guida sicura e  forte per tutti gli altri.

Dal mondo greco a quello latino, Leonida di Taranto e il mantovano- brindisino Virgilio, hanno perpetuato la bellezza e l’utilità della campagna e cantato il vecchio sobrio e previdente contadino che vive dignitosamente e si contenta del poco che riesce a portare a casa. Imperdibile è il brano virgiliano del vecchio di Corico:

<< E certo, se ormai al termine della mia fatica non dovessi ammainare le vele e dritta puntare la prua verso terra, forse canterei l’arte di rendere fertili e di ornare i giardini, rosai di Paestum due volte all’anno in fiore; come l’indivia si anima bevendo ai ruscelli e l’apio verdeggia sugli argini, o come attorcigliato in mezzo all’erba riesce gonfiandosi il cocomero; senza dimenticare il narciso d’autunno, lo stelo flessibile dell’acanto, l’edera pallida il mirto innamorato delle spiagge. Ricordo, sotto le torri della rocca di Taranto, dove il Galeso scuro bagna la bionda campagna, vidi un vecchio di Còrico che aveva pochi iugeri di campo abbandonato, terra infeconda al lavoro dei buoi, inadatta alle greggi, sfavorevole alle viti. Eppure, piantando qualche legume fra gli sterpi e intorno gigli candidi, verbena e gracili papaveri, in cuor suo si sentiva ricco come un re e, rincasando a tarda notte, guarniva la mensa di cibi non comprati. primo fra tutti nel cogliere la rosa a primavera e la frutta in autunno, quando l’inverno tetro spezzava ancora i sassi per il freddo e frenava col ghiaccio i corsi d’acqua, egli già recideva il fiore delicato del giacinto, beffandosi dell’estate tardiva degli zefiri a venire. Così prima di tutti aveva in quantità pupe di api, quindi uno sciarne numeroso, e spremendo i favi raccoglieva spuma di miele; aveva tigli, pini rigogliosi e i suoi alberi maturavano in autunno tutti i frutti di cui in fiore s’erano rivestiti a primavera. E in filari aveva trapiantato olmi già vecchi, peri durissimi, pruni che davano susine e un platano che offriva ombra ai bevitori. Ma io, impedito dall’incalzare del tempo, devo abbandonare questi ricordi e lasciare ad altri dopo di me che li tramandino.>>

 Oggi non è più così

La diffusione del benessere nel mondo industrializzato, la legge del massimo guadagno, mentre cancellava le strutture arcaiche   di un mondo antico defunto, disgregava l’unità della famiglia, e tramutava l’archetipo del patriarca, autorevole per età e rispettabilità, e l’anziano rispettato e riverito capofamiglia, in soggetti emarginati e alienati: una sorta di irreversibile svolta antropologica che ha causato il decentramento dell’anziano e il tramonto definitivo di un modello nobile.  Così dal mito del vecchio si è passati al problema dell’anziano.

Le figure venerande da cui abbiamo preso l’avvio sono state cancellate dalla moderna società industrializzata e così i legami affettivi e sentimentali della famiglia.

Chi è rimasto indietro, per negligenza, avvilimento, abbandono, precaria valetudine, o totale assenza di vita attiva e voglia di fare, finirà prima o poi all’ospizio, o in una casa per anziani, senza stimolanti prospettive.

Eppure molti anziani, acculturati, informati, inseriti nel tessuto sociale e in quello associazionistico, sono pronti a vendere cara la propria pelle, e di fatto vogliono partecipare a pieno titolo di una cittadinanza attiva, di comunità fervide e ricche di progetti, di nuove avventure esistenziali, che li veda co-protagonisti di un loro concreto contributo di lavoro, di produzione, di cultura.

Sono scopi che assolve con dedizione, e spesso con passione, l’Università della Terza Età col suo variegato dinamismo di proposte, che vanno dal viaggio, alle gite fuori porta, ai corsi creativi, di linguistica, informatica, cucina, cartapesta, recitazione, così via. Accanto ad essa un’alterità di organismi solidali e assistenziali, centri studi, con obbiettivi di ricerche e studi finalizzati alla conoscenza, alla valorizzazione dei beni culturali locali, ad una cultura pluralista ed educante.

Certo ammoniscono o turbano i versi di Dario Bellezza: Fugace è la giovinezza / un soffio la maturità / avanza tremenda vecchiaia/ e dura un’eternità.

In ogni caso- come rileva Bobbio – la soglia della vecchiaia si è spostata verso gli 80 anni, salendo di ben 20 anni rispetto al passato.

Nonostante il dileggio delle generazioni più giovani, essa è un archivio di esperienze e di memorie, una ricca banca di dati, di modelli, di esempi educanti, di ricordi, di scenari affollati di molti compagni di strada, che ci hanno preceduto nell’aldilà.

Intanto anche nell’al di qua, i vecchi e soprattutto gli anziani, fanno pubblicità televisiva che li esibisce pimpanti e sorridenti, felici di stare al mondo, e di goderselo pienamente.

Ciascuno vive anche la vecchiaia a modo suo; spesso consapevole di un cammino incompiuto, e impossibile ormai da compiere, offuscato dalla malinconia del non raggiunto, e dell’incompiuto.

Comunque senza illudersi, e senza dimenticare ca la miticina non ppo’ fare tuttu, come ha insegnato per secoli La Scuola Medica Salernitana:

La meticina, ca nne juta tanti,

Rriva a nnu puntu ddu nno bba cchiu nnanti.

Ca cuannu la natura à tittu: fine,

Non ci su cchiui rrimeti e mmeticine.

 

A stu puntu, cci face ommu sapiente?

Spetta la ffine ssua serenamente,

Comu tutti spittamu la nuttata

Topu la cchiu magnifica sciurnata.

Redazione

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