L’11 Novembre è la giornata internazionale della Vulvodinia

di Silvia Olive *

foto-1La Vulvodinia è una sindrome caratterizzata da dolore pelvico cronico che interessa i genitali esterni – non riconducibile a cause definibili e/o lesioni visibili – e si manifesta con sintomi di bruciore, irritazione e dolore vulvare, sensazione di punture di spillo, secchezza vaginale, scosse elettriche e fitte. È molto frequente la sensazione di avere dei tagli. Il dolore vero e proprio viene poi acutizzato dalla pressione e dal contatto – come indossare indumenti stretti, andare in bicicletta o stare sedute – e si manifesta in modo drammatico durante la fase penetrativa dei rapporti sessuali, rendendoli a volte impossibili, o durante una visita ginecologica o con l’inserimento di tamponi vaginali.  Di conseguenza, rende molto difficili anche azioni quotidiane semplici come camminare o vestire un paio di jeans. Anche indossare gli slip può risultare insopportabile.

Nonostante l’alta incidenza – la vulvodinia colpisce oltre il 14% della popolazione femminile mondiale e, in Italia, riguarda 4 milioni di donne – si tratta di una patologia ancora sotto-diagnosticata, con un ritardo diagnostico medio descritto dalla letteratura scientifica di almeno 4 anni.

Eppure, la vulvodinia ha un profondo impatto sulla qualità della vita affettiva, sessuale e relazionale delle pazienti: sono frequenti irritabilità, frustrazione, depressione, che inevitabilmente incidono nei rapporti con gli altri e compromettono la vita sessuale e di coppia, sottolineando la necessità di un counselling psicologico adeguato e costante.

vulvodinia2Per informare e sostenere le donne nell’affrontare il difficile percorso diagnostico e per sensibilizzare l’opinione pubblica su questa patologia tanto diffusa quanto sconosciuta, è stata istituita per oggi 11 novembre il Vulvodynia Day, ovvero la Giornata Internazionale della Vulvodinia.

Una delle cause organiche più comuni capaci di indurre dolore pelvico cronico è sicuramente una storia clinica personale caratterizzata da infezioni vaginali ricorrenti e/o croniche, che causano bruciori, pruriti, arrossamenti della mucosa; come conseguenza delle infezioni possono essere presenti microtraumi, igiene scorretta, eccessiva o troppo aggressiva, uso continuo del salvaslip, allergie da contatto (per esempio al preservativo o al nylon). La candidosi recidivante sembra essere l’infezione vaginale che maggiormente si associa a questa tipologia di disturbi. Inoltre, ripetute terapie antibatteriche e/o antimicotiche, che depauperano la mucosa vaginale del suo milieu acido, così come esiti cicatriziali di particolari interventi chirurgici nell’area vulvo-genitale possono generare sintomi dolorosi.

Altre cause possono essere infezioni ricorrenti del tratto urinario (UTIs), estremamente frequenti nel sesso femminile, come la cistite interstiziale; la stipsi prolungata, che facilita la possibilità di infezioni batteriche della vagina ed è spesso associata ad uno stato di tensione non solo dei muscoli peri-vaginali e rettali, ma di tutta la muscolatura addomino-pelvica;  l’endometriosi con localizzazioni particolari, quali localizzazioni infiltranti presenti a livello del setto retto vaginale, o focolai nel contesto della plica vescico-uterina; la chirurgia pelvica; traumi derivanti da fratture pelviche, interventi chirurgici, contusioni perineali/croniche, pressioni della muscolatura pelvica, correlate per esempio dall’uso costante della bicicletta.

Ma che cosa è consigliabile fare in caso di dolore vulvare cronico?

Quando si tratta di problematiche che coinvolgono aspetti così intimi e così delicati della nostra vita – e, come nel caso della vulvodinia, toccano profondamente la nostra autostima e il nostro senso di femminilità – accettare di avere un problema e riuscire a chiedere aiuto è difficile, perché significa mettersi “a nudo” di fronte ad un’altra persona, raccontare aspetti della nostra vita intimi e personali, con il rischio di non essere comprese e di non riuscire ad essere aiutate.  Tuttavia, PARLARNE resta il primo passo.

Il medico di medicina generale può rappresentare – insieme al sessuologo – il primo interlocutore, e attraverso l’anamnesi generale e una serie di esami può avviare una prima indagine diagnostica, fermo restando che la stretta collaborazione ed integrazione funzionale, di volta in volta, con il ginecologo, l’urologo, il dermatologo, renderà possibile l’approfondimento diagnostico e terapeutico, con l’obiettivo di gestire nel migliore dei modi il disturbo riferito dalla paziente. La diagnosi, in particolare, può essere fatta partendo dall’ascolto dei sintomi riferiti dalla paziente, l’esclusione di altre cause organiche che possono simulare la patologia (tramite tamponi vaginali, esame delle urine, vulvoscopia e dermatoscopia), l’esame obiettivo del vestibolo vulvare (ossia, dei genitali esterni) e, soprattutto, l’esecuzione dello “Swab-test”, che si effettua esercitando una pressione con un cotton fioc nell’area vulvare.

L’approccio multi-specialistico e multi-disciplinare è un elemento cardine della terapia della vulvodinia.

Il counselling è il primo intervento richiesto al sessuologo: con un approccio assolutamente non giudicante e accogliente e con un linguaggio semplice e comprensibile, il sessuologo spiega in modo chiaro la fase diagnostica e i suoi obiettivi, le prospettive e le modalità terapeutiche. Questo – soprattutto in un disturbo ancora poco conosciuto e poco diagnosticato – aiuta a sentirsi finalmente ascoltate, comprese, accettate e sostenute, e il counselling può fungere da contenitore delle emozioni e dei sentimenti provati nella relazione.

Ci sono sicuramente – già in fase di anamnesi clinica – dei rimedi pratici che possiamo suggerire, come seguire delle corrette abitudini igieniche e comportamentali: non abusare di detergenti, deodoranti e creme locali; utilizzare biancheria di cotone non colorata; far respirare l’area il più possibile evitando occlusioni (salvaslip, calze di nylon); non indossare pantaloni stretti e indumenti in fibra sintetica; non accavallare le gambe; non sollecitare il vestibolo vulvare, evitando di andare in bicicletta, a cavallo e di fare spinning.

Poi, come spesso accade in questi disturbi, non abbiamo a disposizione dei protocolli standardizzati per il trattamento, anche perché ogni situazione clinica  presenta degli aspetti specifici in relazione alla storia di vita del paziente, alla sua modalità di relazione con il mondo, al suo carattere. Parlarne resta il primo passo.

* Psicologa Clinica e Consulente in Sessuologia Clinica
Avatar

Redazione

leave a comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Create Account



Log In Your Account