Invito alla lettura: “E volevo sognare” di Alessia S. Lorenzi – Parte 1

Nel mese di giugno abbiamo recensito, grazie all’amico Renato De Capua, il nuovo libro della scrittrice salentina Alessia S. LORENZI “E volevo sognare…”.

Per chi volesse rileggere l’articolo, questo è il LINK: http://www.lapiazzamagazine.com/2017/06/volevo-sognare-libro-alessia-s-lorenzi/

Oggi, con il consenso dell’autrice, lo pubblicheremo a puntate sul giornale, con l’intenzione di farne dono ai lettori.

Come già anticipatoci da Renato, il libro è la godibilissima narrazione di una storia nella quale prevale alfine la speranza sul pessimismo, la fiducia in se stessi e nella vita sulla disperazione annichilitrice: “Se ti dicono che solo uno su mille ce la fa, tu sentiti quell’uno e comportati di conseguenza. E se anche ti dicessero che hai solo una probabilità su un milione, tu considerati quella probabilità. La tenacia vince sempre…”.

Iniziamo, così a pubblicare la prima parte del romanzo e invitiamo tutti voi a volerlo condividere sul vostro profilo, così da renderlo disponibile alla lettura degli amici. E se fosse?  J

Buona lettura e buona estate a tutti, cari Amici. (a.p.).


“E volevo sognare…” (Alessia S. Lorenzi)

 Capitolo 1

Se ti dicono che solo uno su mille ce la fa, tu sentiti quell’uno

e comportati di conseguenza. E se anche ti dicessero che

hai solo una probabilità su un milione, tu considerati quella

probabilità. La tenacia vince sempre…

 

(Prima parte)

 

Una nuvola di polvere, in lontananza, annunciava

sempre l’arrivo di qualcuno di importante perché, anziché

una sola vettura, almeno tre o quattro seguivano

quella principale alzando più sabbia del solito.

Il mio paesino, un puntino sperduto su una carta geografica

o, meglio, un puntino che alcune mappe nemmeno

riportavano. E come un “puntino sperduto” ci sentivamo

tutti; eravamo tanti puntini sperduti nel deserto

della vita.

L’auto procedeva verso la nostra direzione, sollevando

sempre più sabbia, mentre noi, incuriositi, non staccavamo

lo sguardo da quella “carovana” di vetture. Ma

di questo parlerò più avanti. Prima vi faccio conoscere il

mio “mondo”.

La nostra era una “baracca-casa-capanna”, nel senso

che non era né baracca, né capanna e tanto meno

casa, ma aveva un po’ l’aspetto, per così dire, “misto”.

In casa, oltre me, c’erano quattro fratelli e una sorella.

Io ero il più piccolo, l’ultimo, quello che arriva quando

la situazione è già critica, già compromessa. Non è che lo

fosse per colpa mia, diciamo che io giungevo a peggiorare

una situazione già precaria.

La vita non era difficile solo per noi, eravamo tutti

nella stessa tremenda realtà.

Non era solo un periodo critico, si moriva di fame

sempre. La gente, lì, lottava tutti i giorni, tutti i santi

giorni, per sopravvivere.

In casa mia facevamo più o meno un pasto al giorno,

e questa era già una gran cosa, considerando che in alcune

famiglie non c’era nemmeno quello. Tutto sommato,

quindi, la nostra situazione non era delle peggiori. Mio

padre aveva avuto la sfortuna di essere senza un lavoro e,

nello stesso tempo, la fortuna di prestare la sua opera di

volontario in un magazzino che si occupava dello smistamento

degli aiuti che provenivano dal resto del mondo.

Essendo presente all’arrivo dei camion con le risorse da

distribuire, aveva la possibilità di avere, prima degli altri,

la parte di derrate che erano destinate alle famiglie della

zona. Non tutti riuscivano a beneficiarne, non sempre

almeno. Anche se poi mia madre, spesso, dava via tutto

a chi si presentava a bussare alla nostra porta, perché era

arrivato troppo tardi e non era riuscito ad avere nulla.

Il fatto è che quando vivi così, non riesci a renderti

conto di come si viva altrove. Non hai la percezione esatta

della tua “povertà”. Non riesci a immaginare un mondo

diverso. Non puoi, perché non sai e, forse, questo è un

bene. Si soffre di meno quando non puoi fare il confronto,

puoi immaginare, ma non puoi capire fino in fondo

cosa ti manca: non può mancarti ciò che non hai mai

avuto.

Ricordo che in un periodo particolarmente difficile

non mangiammo per tutto il giorno e nemmeno il successivo

riuscimmo ad avere un pasto decente, se non pochi

grammi di riso e mais e della frutta secca. Nient’altro.

Spesso si mangiava il sadza, un porridge che ha come ingrediente

principale il mais bianco; mia mamma sapeva

prepararlo in tanti modi, a volte con madora, altre volte

lo accompagnavamo con verdure. A me piaceva tanto

il sadza, ma non sempre avevamo la fortuna di poterlo

mangiare.

In un periodo, dicevo, avrò avuto pochi anni di vita,

attraversammo momenti particolarmente difficili. Quando

si è molto piccoli, gli avvenimenti, belli o brutti che

siano, ti toccano profondamente. Mio padre non poté

lavorare per diversi mesi, che a noi parvero un’eternità.

Non è che mio padre facesse un lavoro retribuito, come

ho già detto, lavorava come volontario e gli venivano date

derrate alimentari per compensarlo della sua opera caritatevole.

Accadde un incidente e mio padre fu coinvolto.

Cadde da un camion, mentre era intento a scaricare del12

la merce. Il carico, soprattutto alimenti e medicine, era

giunto nelle prime ore del mattino per essere distribuito

nel villaggio. Nella caduta si fratturò un braccio e le

conseguenze furono terribili per tutti noi. Fu un periodo

talmente duro che per tanto tempo continuò a crearmi

angoscia anche solo ricordare quei giorni. Ora non ne

soffro più, ho capito che alcune situazioni si verificano

per farti comprendere la fragilità della vita e la facilità con

cui si può perdere anche il poco, in un battito di ciglia.

Al poco cibo e alla tanta tristezza si aggiungeva il nervosismo

dovuto a tutti quei disagi, a tutte le carenze di

ogni genere che eravamo costretti a subire “silenziosamente”.

Poi c’era la perdita della fiducia nel “Cielo” che

sembrava non notare ciò che stava accadendo. No, nemmeno

il Cielo ci dava una mano.

In tutti quei mesi, che non passavano mai, avevo una

sola distrazione: un libro illustrato sugli animali, regalo di

suor Angelita della missione “Arcobaleno”, presente nel

nostro villaggio. Era un libro magico per me.

Restavo ore a sfogliarlo. Non sapevo leggere, riuscivo

a malapena a riconoscere qualche lettera, frutto dell’impegno

di suor Angelita, che sicuramente mi aveva preso

in simpatia – o forse le facevo pena – e trascorreva tanto

tempo con me leggendomi storie, favole e aiutandomi a

distinguere un animale dall’altro, raccontandomi le abitudini

di ognuno.

Mi avevano talmente affascinato i dinosauri, che le

avevo chiesto più volte di rileggere la pagina. Lo aveva

fatto così tante volte che, a un certo punto, riuscivo a

leggerla da solo, pur non sapendo leggere: avevo imparato

tutto a memoria come se si trattasse di una piacevole

filastrocca.

Ricordo che continuavo a ripetere che da grande avrei

voluto studiare i dinosauri. E quando lei mi diceva: «Ma

i dinosauri si sono estinti da milioni di anni!» io rispondevo

sicuro: «E io voglio capire perché si sono estinti».

Lei allora si limitava a sorridere e a scuotere la testa. Ma

io ero fermamente convinto che da grande avrei studiato

i dinosauri: non riuscivo a immaginare niente di così interessante.

A parte il medico, forse. Sì, mi piaceva anche la figura

di quel “mago col camice bianco” che riusciva a guarire

le persone. Avevo avuto modo di vederlo all’opera e mi

aveva affascinato molto.

Mia madre, un giorno, era a terra con fortissimi dolori.

Si contorceva tutta, sembrava indemoniata. Poi qualcuno

chiamò il dottor Bennet, un medico che era, insieme ad

altri, nell’ospedale da campo allestito per le vaccinazioni

che si stavano effettuando in quel periodo. Io ero in

un angolo e guardavo dispiaciuto mia mamma che stava

soffrendo così tanto. Lui arrivò con una borsa nera, accompagnato

da un ragazzo che doveva essere una specie

di assistente o solo l’autista della jeep. Aiutò mia madre

a stendersi sul letto: dovette quasi prenderla in braccio,

perché lei era tutta irrigidita dal dolore. Le toccò la pancia

in più parti, tirò fuori un aggeggio strano, che poi ho

scoperto essere uno stetoscopio, e continuò a visitarla per

qualche minuto. Poi parlò con mio padre che stentava

a capire quello che gli stava dicendo, perché lo guardava

con aria interrogativa. Alla fine, anche con l’aiuto di

quell’altro ragazzo, capì che doveva andare a prendere un

po’ d’acqua. Dopo un po’ di minuti, mia madre stava meglio;

mi chiamò con un cenno della mano e mi diede un

grosso bacio sulla guancia. Il “mago bianco” e mio padre

parlarono ancora un po’: non parlavano la stessa lingua

ma riuscirono ugualmente a capirsi, immagino, perché

mia madre guarì.

 

(Seconda parte)

 

Tornando al libro di suor Angelita, continuavo a sfogliarlo,

a “leggerlo” come può leggerlo chi ancora non

sa leggere, osservando qualsiasi dettaglio di ogni singola

pagina, e scrutando tutte le immagini da ogni lato. E

continuavo a immaginare di poter essere, un giorno, un

esperto di dinosauri.

E volevo sognare anche, ma sapevo che non potevo abbandonarmi

ai sogni. No, non mi era concesso neppure

sognare. Era stata chiara mia nonna. Lo ricordo ancora

come fosse ieri.

«A quelli come noi» aveva detto con aria triste «non è

concesso neppure sognare. Perché i sogni devono avere

almeno una piccola speranza di realizzazione. Sognare è

un lusso che noi non possiamo permetterci, altrimenti la

delusione ci ucciderebbe. Sognare è illudersi che qualcosa

possa cambiare, ma noi sappiamo che qui non cambierà

niente».

Suor Angelita, invece, diceva che sognare non solo

non costa nulla, ma ci spinge a mettercela tutta per realizzarli,

i sogni, altrimenti tendiamo ad abbandonarci alla

rassegnazione.

«Sognare ci dà forza» diceva. «Chi non sogna, chi non

spera, muore, ragazzo mio!».

Mi sembra di risentire la sua voce calma e rassicurante

e, allo stesso tempo, piena di energia positiva. Amavo

stare con lei, perché mi faceva sentire “speciale” o, semplicemente,

un bambino “normale” e mi caricava di entusiasmo

e di speranza.

«Tua nonna dice così perché è “indurita” dalla vita,

dalle difficoltà, dalla povertà che ha vissuto, dalla sua situazione

che non è mai cambiata e non vuole che tu ti

faccia illusioni. Ma tu no, tu non puoi privarti della speranza,

alla tua età. Tu hai bisogno di sperare e di credere

che un giorno sarai ciò che vuoi essere. Perché se lo vuoi

davvero, lo sarai, ragazzo mio. Ricorda sempre che ogni

bambino ha il dovere di sognare».

Suor Angelita era stata, ancor più di mia mamma, una

guida preziosa, una persona che aveva saputo insegnarmi

tante cose e che era riuscita a farmi innamorare della vita,

nonostante le difficoltà in cui mi trovavo, nonostante le

situazioni estreme come la miseria, la carestia e la guerra.

«Il sole torna sempre!» diceva. E io ci credevo e continuo

tuttora ad affrontare la vita con lo stesso ottimismo,

con la stessa voglia di tentare, di osare. Ero stato fortunato

e sfortunato allo stesso tempo. La fortuna mi aveva

dato una mano nel farmela incontrare, la sfortuna era stata

tempestiva nel portarmela via.

Eh sì… avevo perso la mia “fata della speranza”.

«Il sole torna sempre!». E io continuavo a crederci,

perché lei non si sbagliava mai.

Diceva che se pensi cose belle, quelle, come una potente

calamita, sono attratte da te. Se, al contrario, penserai

cose brutte e continuerai a piangerti addosso, avrai

cose brutte e… continuerai a piangerti addosso. È una

catena, un circolo vizioso. È così che funziona, quindi:

pensa positivo, sempre.

«Perché sei venuta qui? In questo brutto posto? Tu non

avevi una casa?». Domande spontanee di un ragazzino,

quale ero io, curioso e di intelligenza vivace (almeno così

mi definiva la mia “suorina”).

«Perché qui ci sono bambini come te, che hanno bisogno

di me» fu la sua pronta risposta. «Certo che avevo

una casa. Più di un posto dove stare, veramente. Il

convento con le mie consorelle e poi la casa dove sono

cresciuta da bambina, la casa in cui vivevo prima di venire

qui…».

Divenne triste all’improvviso. Poi subito tornò a sorridere.

«Ma in tutti quei posti, non avevano così bisogno

di me» concluse tirandomi a sé e schioccandomi un

rumoroso bacio sulla fronte.

Devo riconoscere che da quando lei era arrivata nel

nostro villaggio, la vita mi piaceva un po’ di più. Lo so che

può sembrare assurdo quello che dico, ma la vita prima

era un vero schifo in quel posto. Non è che non amassi i

miei genitori o non fossi loro riconoscente per ciò che facevano,

o che tentavano di fare per farci stare meglio, ma

credo di aver apprezzato il posto in cui ero capitato per

una serie di circostanze, solo da un certo punto in poi…

e quel punto partiva proprio dall’arrivo di suor Angelita

nel mio piccolo mondo. Non faceva nulla di strano, ma

aveva sempre il sorriso negli occhi e mi faceva venir voglia

di “assaggiarla” meglio, la vita.

 (continua)

Avatar

Redazione

leave a comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Create Account



Log In Your Account