Incontri che lasciano il segno

di Don Salvatore Barone

Un sociologo, osservando attentamente i comportamenti privati e pubblici della società contemporanea, ha affermato: «C’è qualcosa di tragico nel progresso: si crede di migliorare distruggendo il passato».

Il filosofo latino Lucio Anneo Seneca, morto nel 65 dopo Cristo, diceva: «È troppo breve e travagliata la vita di coloro che dimenticano il passato».

Il filosofo e scrittore spagnolo George Santayana, morto a Roma il 26 settembre 1952,  ha scritto: «Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo».

Anche nell’ambito religioso e morale abbiamo avuto negli ultimi anni una transizione preoccupante.

I nostri vecchi credevano in Dio e riferivano a Dio il concetto di bene e di male.

I loro figli hanno separato il concetto di bene e di male da quello di Dio.

I figli dei figli hanno infine cancellato il concetto di bene e di male, considerato non solo superfluo, ma universalmente dannoso.

Gli ultimi tragici episodi di omicidi e suicidi, provocati dalla maniacale ricerca di esporre liberamente e pubblicamente i propri e gli altrui istinti alla gogna mediatica, sono allarmanti. Così col concetto di bene e di male è stata cancellata anche la sostanziale libertà che distingue l’uomo dal gorilla e dai topi.

Sarebbe, credo, opportuno e urgente ripescare il concetto di Dio, che per millenni ha dato radice all’etica umana sotto ogni cielo.

Don Salvatore giovanissimo
Don Salvatore giovanissimo

Consapevole che il presente conserva molto del passato, torno con la memoria ai primi anni (1955-56), vissuti a Taviano da giovane prete, per raccontare le sorprese che mi hanno orientato e guidato nel ministero sacerdotale e nel graduale inserimento in un contesto religioso, sociale e politico, diverso dalle personali esperienze precedenti.

In quegli anni a Taviano c’erano due parrocchie: quella principale di San Martino, dove svolgevo il mio ruolo di viceparroco, guidata dal parroco don Gennaro De Lorenzis, nativo di Racale e quella della Beata Vergine M. Addolorata guidata da don Luigi Antonazzo, nativo di Copertino.

La città era amministrata da una  coalizione socialcomunista guidata dal sindaco Giuseppe Portaccio. Questo brav’uomo mi fu indicato la prima volta, mentre venivo accompagnato a Parabita, mio paese natale, percorrendo in auto la strada Taviano-Matino, non asfaltata.

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il sindaco Giuseppe Portaccio

Poco fuori le ultime case di periferia, l’autista, pensando di farmi una sorpresa, mi disse indicandomi un contadino che coltivava la terra sulla destra, a cinquanta metri dalla strada: «Vedi quell’uomo chino a zappare? Quello è il nostro sindaco».

Dopo alcuni giorni ebbi l’occasione di conoscerlo da vicino sulla casa comunale nell’esercizio delle sue funzioni amministrative e fui lieto di apprezzare le sue doti di umana cortesia e saggezza. Devo comunque precisare che a Taviano, dal dopo guerra al 1964, l’Amministrazione Comunale non partecipava ufficialmente alle pubbliche celebrazioni religiose.

Non posso negare che incontrare il sindaco contadino fu per me una sorpresa, perché nelle città visitate nel mio iter formativo in Puglia e nel Lazio, non avevo mai incontrato un sindaco agricoltore, senza nulla togliere a questa rispettabilissima professione.

Un’altra persona di Taviano, che mi ha umanamente e religiosamente sorpreso, è stata don Gabriele Mosco, un umile e simpatico Prete anziano, che viveva da solo al primo piano di una casa in Via Immacolata. Celebrava in San Martino alle otto del mattino sull’altare della Madonna di Lourdes, accompagnato dal vecchio sagrestano “Lisandro” Rizzo.

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Don Gabriele Mosco

Purtroppo non vedeva e non sentiva bene. Vestiva con la tonaca nera, il mantello e il cappello da prete. Portava sempre in tasca delle mandorle zuccherate, “mennule ricce”, che andava distribuendo alle persone che incontrava, specialmente ai ragazzi.

Arricchiva il suo dire con caratteristiche espressioni del volto e frequenti gesti delle mani.

Negli anni cinquanta, prima del Concilio Vaticano II, era proibito celebrare la Messa dopo pranzo, ma don Gabriele spesso tornava, anche di sera, in Chiesa per partecipare alla sacre funzioni: adorazioni eucaristiche, tridui vari e prediche.

Si accomodava dietro l’altare barocco, molto alto, e da lì, di tanto in tanto, dava uno sguardo ai presenti in Chiesa, ma, poiché non vedeva bene da lontano, tirava fuori un piccolo binocolo per seguire il rito e osservare il celebrante e i fedeli.

L’armeggiare col binocolo era seguito con curiosità anche da alcuni adolescenti, che frequentavano la Chiesa e sostavano accanto a lui durante le sacre funzioni. Costoro, qualche volta, si divertivano a mettere la mano davanti al binocolo all’insaputa del sacerdote, il quale, preoccupato, ripeteva tra se: «Non vedo niente. Come mai non vedo?» Provocando così l’ilarità dei piccoli impertinenti.

Quando, poi, don Gabriele si accorgeva dello scherzo malizioso dei ragazzi, si voltava verso di loro e irritato li apostrofava: «Scostumati, siete maleducati

“Papa” Gabriele, povero, solo e simpatico, era entrato nel cuore dei Tavianesi, che lo apprezzavano molto, perché visitava spesso le persone sole e malate. Di lui circolavano aneddoti graziosi, come quello di chiedere al macellaio la salsiccia con una dizione prettamente paesana. Ritengo che l’Amministrazione Comunale di quel tempo abbia fatto bene a intitolargli una strada.

Questa è storia di ieri, di sessanta anni fa. E oggi?

Alcuni ragazzi, tra i dieci e i quattordici anni, da un anno a questa parte, si ritrovano il sabato, a tarda sera, in piazza San Martino, per giocare, per consumare la pizza e per qualche bravata di cattivo gusto.

vandaliUn testimone oculare mi ha raccontato di aver visto e rimproverato qualcuno di questi ragazzi che, a mezzanotte, si divertiva a lanciare pietrini, raccattati dal pavimento della piazza, contro la statua di San Pietro, posta in una nicchia della facciata della Chiesa Matrice. L’atto vandalico  mi è stato confermato da alcuni operai che, nel risistemare la luce ai piedi della statua, hanno trovato questi pietrini.

Si dice spesso che l’umanità avanza. Quanto siamo strani!

Qualche giorno fa a Siracusa, in Sicilia, un vecchio fruttivendolo viene insultato e massacrato da un gruppo di ragazzi. Poi, gli danno fuoco. C’è da inorridire per tanta disumanità.

Il passaggio dallo scherzo infantile contro un prete anziano al lancio di pietre contro la statua di un Santo e al ridurre in fin di vita, per gioco, un anziano, a distanza di cinquanta anni, rileva ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, il degrado educativo e religioso nel susseguirsi delle generazioni.

Lo psichiatra Tonino Cantelmi il 16 settembre scorso, ha scritto su un quotidiano: «La verità è questa: per cambiare gli adolescenti di oggi c’è più che mai bisogno di cambiare gli adulti, perché questi non ci sono o sono inconsapevoli».

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