Incanto poetico: “Il direttore d’orchestra”, R. S. Thomas

di Renato de Capua

renato1

irlanda
un tipico paesaggio irlandese

Infine alla fine del giorno,

quando il sole era sepolto e

non restava più nulla da dire,

alzava pigramente la mano,

e cominciava sommessa

l’orchestra delle piccole stelle

a suonare le prime battute

dell’ouverture della notte.

Egli ascoltava col fiato sospeso

Del giorno, cercando conferma

Che ciò che udiva fosse all’unisono

Con il suo spartito, che nulla,

nessuna improvvisazione casuale

né il rintocco di un falso accordo

disturbasse la pace profonda.

Era così che adorava

Ignaro come un dio del peccato

L’io che aveva composto.

decapuaonline1L’immagine conclusiva di una giornata, esemplificata dal sole che tramonta, portando con sé la sua luce chiarificatrice e dialogante, lascia subito posto all’emersione del vero e proprio protagonista del componimento: un direttore d’orchestra che, con maestria e destrezza, dà l’attacco all’esecuzione dell’ouverture della notte, eseguita placidamente dall’orchestra delle piccole stelle.

La prima strofa presenta in sé un paradosso: l’idea della conclusione del giorno, sottolineata dall’accostamento di “infine” e “alla fine” con valore rafforzativo reciproco, si rivela essere in realtà l’espediente narrativo di un incipit di rinnovata vitalità.

 La notte, difatti, non assume la connotazione negativa di assenza di luce. Non è in antitesi con il giorno, ma è anzi in dialogo con esso, in grado di tradurre le parole e con esse ogni forma di linguaggio in musica, in un’armonia che reca in sé i tratti dell’estasi e della lontananza.

Quindi, questa figura dai tratti indefiniti, si pone come il detentore di una “pace profonda”, di un corpo che, sinergicamente, dispone i flussi energetici nelle sue membra.

Così nulla diviene casuale, l’uno ritorna all’unità, tutto si anima secondo un preciso meccanismo celestiale.

E il componimento si conclude con la trasformazione del ruolo del direttore d’orchestra: prima attivo demiurgo della natura, successivamente meravigliato osservatore della sua composizione, “dell’io che aveva composto” (v.18).

E a quest’ultimo verso, possiamo dare una duplice lettura interpretativa: quest’io di cui si parla può essere la struttura di una forma animae oppure, razionalizzando, una melodia, una nuova partitura, una nuova storia.

È certamente interessante notare come Thomas faccia coincidere così il piano ontologico dell’esistenza umana con quello della musica, dimostrando come la storia della nascita di un’anima sia assimilabile all’origine di una nuova melodia: entrambe pronte a narrare l’incanto della vita.

Come ho detto poc’anzi, il direttore d’orchestra, protagonista di questa lirica è un demiurgo (dal greco δημιουργός, “artigiano”) e richiama alla memoria la stessa figura descritta dal filosofo greco Platone nel “Timeo”, un dialogo che affronta, in uno dei suoi punti fondamentali, la questione dell’origine cosmologica del mondo.

Il demiurgo platonico è plasmatore dell’universo, colui che sa e che può dare forma all’informe caos preesistente, colui che infonde la presenza delle somme idee iperuraniche nelle cose.

Ecco perché, entrambe le figure, il direttore d’orchestra e il demiurgo platonico, sono accostabili per analogia.

L’autore della lirica presa in esame, R. S. Thomas, nacque a Cardiff nel 1913.

Suo padre era un ufficiale della marina mercantile, mentre la madre era una donna dedita ai lavori domestici che, rimasta orfana, aveva ricevuto una severa educazione di stampo anglicano. Thomas, avendo studiato presso lo University College of North Wales, ebbe modo di appropriarsi di quel senso d’identità gallese che è sempre presente nelle sue trame poetiche.

Egli studiò la lingua gallese che a quel tempo era considerata una lingua di livello basso, minoritaria, parlata soltanto da una minoranza linguistica che non era nulla in confronto all’immensa compagine di parlanti inglesi.

decapuaonline2Ma Thomas era fortemente convinto che all’interno di quella lingua e di quei territori intrisi di mistero, esistesse un’arcana società libera dalla corruzione dei tempi della tecnica, motivo per noi di profonda riflessione.

La sua prima moglie, Mildred Eldridge (1909-1991), era una pittrice che amava dipingere i paesaggi gallesi. Fu un artista di succeso, non solo per i suoi quadri ma anche per alcune illustrazioni che adornavano alcuni libri di narrativa per ragazzi.

Thomas si sentiva insignito di una missione che egli riteneva salvifica: dimostrare come la sopravvivenza della lingua gallese potesse essere importante per la tutela della natura originaria del territorio, ancora non intaccato dal dominio della tecnica che intanto aveva cominciato ad addomesticare e a logorare le autocoscienze degli uomini inglesi del suo tempo.

Nel 1954 fu chiamato in qualità di pastore a Eglwish dove per la prima volta celebrò il rito in lingua gallese e lì prende atto della sua incerta e indefinita condizione di scrittore, di lingua madre inglese ma di formazione di fede gallese.

Thomas cercherà di risolvere questa dicotomia continuando sempre a parlare e a scrivere del Galles ma avvalendosi della lingua inglese.

La poesia è quindi mezzo di elevazione e punto di contatto con un Dio onnipresente ma muto e remoto.  È infatti compito dell’uomo instaurare un dialogo con lui.

Data questa premessa di ordine pseudo-teologico, s’intende il perché il tono della poesia di Thomas sia aspro ed incline alla sofferenza.

Non riuscendo egli stesso a instaurare un approccio dialogico con Dio, ricerca quest’ultimo nella retorica del silenzio che bene si concretizza e si legge nei versi delle sue poesie.

Per comprendere i testi di Thomas, bisogna quindi far riferimento all’etica dell’ineffabile, dell’inesprimibile, nella quale forse sono insite le risposte ai nostri quesiti.

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