Inaugurazione Anno Giudiziario 2018: l’intervento integrale del Presidente della CdA di Lecce Roberto Tanisi

Inaugurazione Anno Giudiziario 2018: l’intervento integrale del Presidente della CdA di Lecce Roberto Tanisi

Inaugurazione Anno Giudiziario 2018: l’intervento integrale del Presidente della CdA di Lecce Roberto Tanisi

Il 27 gennaio u.s. nell’Aula Magna della Corte di Appello di Lecce si è tenuta la cerimonia di inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2018, alla presenza delle principali autorità civili e religiose. Il racconto di una giustizia in movimento tra emergenze e riforme in atto, per costruire un sistema di protezione e di tutela sempre più a misura di società evoluta: è stato questo il tema centrale della relazione  del Presidente della Corte di Appello di Lecce, Dott. Roberto Tanisi, che qui proponiamo in versione integrale, invitandovi a leggerlo con grande attenzione.

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PARTE PRIMA: ASPETTI GENERALI

Autorità civili, religiose, militari, colleghi e avvocati,  gentili signore e signori, giovani studenti – e loro professori – in rappresentanza delle scuole della provincia,

Il Presidente della Corte di Appello, Dott. Roberto Tanisi

a nome della Magistratura del distretto rivolgo a voi tutti un cordiale saluto ed un sentito ringraziamento per essere intervenuti a questo annuale appuntamento, in cui la Giustizia racconta se stessa e, nel raccontarsi, si confronta con le Istituzioni e la società civile, provando a fornire un resoconto sull’attività svolta nel corso dell’ultimo anno, su quanto è stato fatto e su quanto resta ancora da fare, sulle criticità del sistema, ma anche sull’impegno e sull’abnegazione dei tanti che provano a superare tali criticità per rendere ai cittadini un servizio migliore e più efficiente.

Prima di iniziare, un affettuoso saluto all’avv. Giada Trevisi, che nei giorni scorsi è rimasta vittima di un infortunio, per fortuna non grave, nell’aula bunker  di questa Corte d’Appello; paradossalmente, in quello che è, un po’, il fiore all’occhiello della nostra edilizia giudiziaria e che denuncia, tuttavia, la delicata questione della logistica, la quale – tengo comunque a sottolinearlo, non è indifferente ai nostri pensieri, miei e del P.G.

Mi perdonerete, spero, un briciolo di emozione, dal momento che – come è noto – presiedo la Corte solo da 5 mesi, talché grande è il timore di non essere all’altezza di chi mi ha preceduto su questo scranno, da Marcello Dell’Anna, ultimo Presidente della Corte, a Mario Buffa – che è stato mio magistrato di affidamento nei tempi lontani dell’Uditorato – a Umberto Pagano e, via via, a ritroso nel tempo, ai tanti colleghi che, come quelli citati, hanno dato lustro alla Magistratura e a questa Corte d’Appello.

Consentitemi anche, per un attimo, di ringraziare Vincenzo Scardia, Presidente vicario, che ha retto magnificamente l’Ufficio prima del mio insediamento, lasciandomi – come ebbi a dire sin dal mio primo giorno di presidenza – la scrivania completamente sgombra, e di ricordare anche quei colleghi che, nel 2017 sono stati posti in quiescenza: il dott. Marco Di Napoli, Procuratore della Repubblica di Brindisi, il dott. Michele Petrangelo, Presidente di Sezione del Tribunale di Taranto, il dott. Piergiorgio Buccarella, Consigliere di questa Corte, il dott. Mario Benfatto, Presidente della Sezione lavoro del Tribunale di Lecce, cui mi lega un particolare affetto, sedimentatosi ai tempi dell’Uditorato presso la Pretura del Lavoro – composta all’epoca, oltre che da Benfatto, anche da Vittorio Delli Noci e dal compianto Francesco Cappuccilli – Sezione nella quale approdai, al mio rientro a Lecce, dopo l’esperienza piemontese, rimanendovi per tre anni.

Spero di non aver dimenticato nessuno. A loro, come al personale amministrativo collocato in pensione, auguro un futuro di serenità e ricco di vita.

Grazie anche alla mia Segreteria e al personale tutto della Corte per l’impegno profuso nell’organizzazione di questa cerimonia.

Preliminarmente consentitemi anche di ricordare che quest’anno l’inaugurazione dell’anno giudiziario nei distretti di Corte d’Appello, cade nella data in cui, in tutto il mondo, si celebra la “giornata della memoria”: memoria delle vittime dell’olocausto durante la seconda guerra mondiale, che può essere anche memoria di tutte le vittime degli orrori di tutte le guerre.

Com’è noto, al termine del secondo conflitto mondiale, un accordo fra gli Stati vincitori portò alla creazione,  un po’ in tutti i Paesi, di Tribunali speciali, destinati a processare coloro che si erano resi responsabili di crimini contro l’umanità.

Il più importante di tali processi si tenne a Norimberga e sono anche note le diatribe che ne seguirono, in ordine alla “Giustizia” amministrata da quei Giudici.

Uno di tali processi, tuttavia, contro alcuni kapo di Auschwitz, si tenne a Francoforte fra 1963 e il 1965 e fu celebrato  da un tribunale tedesco: il primo in cui giudici tedeschi giudicarono dei loro connazionali.

Peter Weiss ne trasse un’opera teatrale memorabile, “L’Istruttoria”, modulata sullo schema della tragedia greca, ma basata sostanzialmente sulle deposizioni rese da alcune vittime del lager durante il processo.

Un processo che, più ancora di quello di Norimberga (riservato ai grandi leader nazisti), ha raccontato al mondo l’organizzazione burocratica del massacro, sulla quale così si espresse Hannah Arendt: “La malvagità del sistema totalitario non è di natura  demoniaca ma amministrativa ed è, appunto, banale, nel senso che la natura terribile e inaudita dei suoi crimini viene neutralizzata in una complicata ragnatela di sistemi di comando ed esecuzione, all’interno della quale le distinzioni fra bene e male, fra giusto e sbagliato, fra verità e menzogna svaniscono”.

Come dire: talvolta è proprio la “banalità del male” che porta il burocrate di regime, per altro verso perfetto padre di famiglia, ad incarnare il “vero criminale del XX secolo”.  Credo che tutti dovremmo fare memoria di ciò, tanto più oggi che negazionismo e rigurgiti di neo-nazismo rischiano di destabilizzare l’Europa, perché – come ammonisce la scrittrice tedesca Christa Wolf – “se è possibile sapere quando comincia la guerra, non sempre è agevole avvistare la vigilia della guerra”.

Senza contare che, comunque, la “banalità del male” non è una prerogativa solo della shoah, ma si affaccia talvolta, subdolamente ed in contesti diversi, anche nelle aule di giustizia,come dimostrano i casi recenti di quei ragazzi di Verona che hanno dato fuoco ad un clochard solo per “vedere l’effetto che fa”, o della baby-gang di sedicenni di Napoli che, con mazze e catene, senza alcun motivo, ha ridotto quasi in fin di vita un coetaneo. D’altro canto, per quanto accaduto la scorsa estate, anche la nostra provincia non può considerarsi estranea alla “banalità del male”.

Venendo, ora, al proprium della mia Relazione, dico subito che proverò a non superare i 35 (forse 40) minuti di tempo, in cui, necessariamente, traccerò solo dei flash su alcuni degli aspetti, a mio modo di vedere, meritevoli di maggior attenzione, rimandando per il resto al testo scritto.

1 – Primo flash: Riforme e Giustizia.

La legislatura ormai conclusa si è caratterizzata, per la prima volta da molti anni a questa parte, per tutta una serie di interventi riformatori, tesi a migliorare il funzionamento della Giustizia. Ne va dato atto al Ministro Orlando, che molto si è speso in questa direzione, facendosi anche carico dell’espletamento di concorsi riservati al personale amministrativo, a distanza di circa venti anni dall’ultimo di essi.

Si tratta di un passo importante, certamente non risolutivo, ma che va nella giusta direzione e di cui sarebbe ingiusto non riconoscere la rilevanza, dal momento che nel breve volgere di qualche mese circa duemila giovani porteranno una ventata d’aria nuova nei nostri tribunali.

Ma molte sono state anche le riforme, normative e strutturali, che in questi anni hanno interessato il processo, sia quello civile che quello penale. Mi riferisco, in particolare, per il settore civile, al varo del processo civile telematico, alla legge che ha introdotto il c.d. “filtro in appello”, alla legge n. 69/13 che ha previsto l’inserimento nelle Corti civili dei giudici ausiliari.

A tale proposito, se, pur fra mille difficoltà, il processo civile telematico comincia finalmente a dare i suoi frutti, in termini di semplificazione e di maggior efficienza – come attestato concordemente dai Presidenti delle Sezioni civili della Corte e dei Tribunali – non così può dirsi del c.d. “filtro in appello”, che ha mostrato di possedere scarsa efficacia deflattiva (almeno rispetto alle attese), tanto che, secondo quanto riferito dai Presidenti delle Sezioni civili della Corte, almeno qui a Lecce, nei casi in cui l’appello presenta scarse probabilità di essere accolto ed è di pronta e facile soluzione, si preferisce emettere sentenza, eventualmente pronunciando decisione a seguito di trattazione orale, ai sensi dell’art. 281-sexies c.p.c.

Quanto alla introduzione dei giudici ausiliari, di cui alla legge n. 69/13, va detto che essa certamente si sta rivelando utile per una maggiore e più celere trattazione dei giudizi civili in appello, pur se si è ancora lontani dagli standard statistici, per vero eccessivi, prefigurati dalla normativa.

Di particolare importanza, poi, la legge n. 24/17 (altrimenti nota come Gelli-Bianco, sulla responsabilità medica), la legge n. 46/17 contenente disposizioni “in materia di protezione internazionale” e per il “contrasto dell’immigrazione illegale” (che vede istituite presso i Tribunali del luogo in cui ha sede la Corte d’Appello, dunque anche nel Tribunale di Lecce, le Sezioni specializzate in materia di immigrazione) e la legge n. 47/17 sui minori stranieri in stato di abbandono. Si tratta di leggi di recente emanazione, rispetto alle quali, ovviamente, non è ancora possibile fornire specifiche e definitive indicazioni circa la loro funzionalità.

Peraltro, con riferimento al fenomeno dei minori stranieri non accompagnati va evidenziato come esso abbia avuto negli ultimi anni un notevole incremento, in concomitanza con l’aumento dei flussi migratori.

Si tratta di minori soli, privi della presenza di adulti di riferimento che possano rappresentarli, provenienti prevalentemente dalla Siria, dai Paesi del Corno d’Africa o dall’Africa sub-sahariana, da dove fuggono per sottrarsi a discriminazioni e violenze di ogni tipo e per i quali occorre, da subito, provvedere alla nomina di un tutore; il numero delle tutele per questi minori – come segnalato dalla collega Capone per il Tribunale di Lecce – è passato delle 10 del 2010 alle 217 del 2016, con una pendenza di 362 tutele al 31.12.2016, con evidenti ricadute sull’Ufficio del Giudice tutelare e sui Tribunali per i minorenni del distretto (considerato anche che, dopo l’affidamento in strutture specializzate, ben un quarto di tali minori riesce a scappare, col rischio serio di finire nelle mani di organizzazioni criminali: come le ragazzine nigeriane, ridotte in condizioni di vera e propria schiavitù e destinate ad alimentare la prostituzione di strada).  Tutto ciò comporta che sia riservata particolare attenzione a questo settore.

Per chiudere, infine sulle tematiche dell’immigrazione, spiace rilevare che il Parlamento non abbia avuto il tempo e, ancor più, la volontà di approvare il disegno di legge sullo jus soli, avversato dai tanti c.d. sovranisti e considerato, a torto, come foriero di ulteriore immigrazione, laddove, invece, si trattava semplicemente di rendere  legale una situazione di fatto che riguardava – e riguarda – circa 800.000 ragazzi nati in Italia, che parlano la nostra lingua (e, talvolta, i nostri dialetti), frequentano le nostre scuole, giocano con i  nostri bambini, ma che ci ostiniamo a considerare e a trattare come apolidi. Lo ha ricordato Papa Francesco nell’omelia della notte di Natale, rammentando che “è Dio che ci consegna la cittadinanza, al di là dello jus soli”; il resto – etnie, divisioni, steccati, egoismi, odi, intolleranze, violenze – sono un prodotto dell’uomo.

Non occorre più di tanto per rilevare come l’introduzione temperata dello jus soli, quale prefigurata dal DDL, sarebbe stata un efficace strumento per favorire l’integrazione di questi ragazzi; la sola che, in qualche misura, può forse preservarci da derive estremiste e terroristiche.

Del resto, senza scomodare il Pontefice, sarebbe sufficiente ricordare che fu anzitutto il diritto romano – che pure si fondava sul principio dello jus sanguinis ed assegnava grandissima rilevanza alla cittadinanza romana – ad estendere agli stranieri liberi che versassero in determinate condizioni, lo status di civis romanus. Tale “politica”, intrapresa ben 123 anni prima di Cristo, consentì a Roma di integrare le popolazioni più disparate e di governare gran parte del mondo allora conosciuto per oltre 500 anni. Da noi, oggi, la paura del “diverso” ha avuto la meglio.

Da ultimo, prima di passare al settore penale, solo pochi dati sulla c.d. Legge Pinto (quella che prevede il riconoscimento di indennizzi legati alla eccessiva durata dei processi).

La modifica, intervenuta con la Legge di stabilità del 2016, assegnando la competenza a conoscere alla Corte d’Appello del luogo in cui si è celebrato il primo grado del giudizio per il quale viene invocata l’equa riparazione, ha portato ad una decisa diminuzione dei ricorsi.

Difatti dai 1977 ricorsi del 2015 (allorquando a Lecce erano assegnati i ricorsi per i ritardi del distretto di Bari), si è scesi ai 402 del 2016, con un  lieve rialzo ai 441 del 2017: ciò vale ad alleggerire il carico di lavoro di questa Corte, pur se gravano ancora sui nostri uffici alcune pendenze del passato. Parallelamente, si è ridotto l’esborso di denaro, corrisposto per ritardi da legge Pinto, dai circa 13,5 milioni di euro del 2015 ai circa 5,5 milioni del 2016 e del 2017.

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Nel settore penale molto intensa è stata l’attività riformatrice.

Delle riforme varate un po’ più indietro nel tempo, nel nostro distretto soltanto quella introduttiva della non punibilità per particolare tenuità del fatto ha avuto un impatto considerevolmente positivo.

Inferiore alle attese quello della messa alla prova, addirittura scarso quello della depenalizzazione (stando almeno ai dati forniti dal Tribunale di Lecce, pur se, con riferimento alla MAP, il nostro distretto occupa comunque i primi posti della classifica nazionale). Ma se il relativo flop della depenalizzazione si giustifica, probabilmente, per la limitatezza dell’intervento legislativo, le difficoltà incontrate sulla M.A.P. trovano probabilmente spiegazione in una certa macchinosità della procedura e in un difetto di coordinazione fra Uffici giudiziari, difensori e Ufficio per l’esecuzione penale esterna; cui si è cercato di ovviare, definendo meglio i contorni della procedura, con un protocollo, sottoscritto nei giorni scorsi, predisposto dai colleghi del Tribunale penale insieme all’avvocatura e all’UDEPE, per far sì che un importante istituto sotto il profilo dell’emenda del reo (oltre che quello squisitamente deflattivo) trovi adeguata applicazione. M.A.P. e L.P.U. sono istituti sostanziali e processuali troppo importanti e vanno valorizzati al massimo, perché costituiscono veri e propri investimenti per il futuro in quanto chi ne è coinvolto, finito positivamente il periodo di prova, trasforma quell’esperienza in un nuovo percorso di vita.

Ovviamente, non vi sono elementi di valutazione – anche perché successive rispetto al periodo preso in esame – rispetto alle più recenti riforme nel settore penale, introdotte dalla legge 23.6.17, n. 103 (nuova prescrizione; reintroduzione del concordamento della pena in appello; stretta sulle impugnazioni, con allargamento delle cause di inammissibilità; ampliamento dei casi di partecipazione a distanza nelle udienze, così da evitare o ridurre il c.d. “turismo carcerario”; ampliamento dei diritti della persona offesa;

maggiore certezza sui tempi delle indagini preliminari, sino alla previsione dell’avocazione dal parte del P.G,; modifiche sul giudizio abbreviato e sul patteggiamento; nuove ipotesi di estinzione del reato, e così via). Si tratta di un pacchetto di misure in certa parte condivisibili, i cui effetti, tuttavia, si potranno verificare solo nei prossimi anni, anche a causa della discutibile scelta di rinviare parte della riforma all’adozione dei Decreti delegati.

Peraltro, il Procuratore Generale – come immagino rileverà nel suo intervento – con grande tempestività ha prodotto delle circolari esplicative per il suo Ufficio, messe a disposizione di Magistrati ed avvocati, con cui ha dettato delle linee-guida sul nuovo concordamento in appello e sull’avocazione, così da fornire, nei limiti del possibile, certezze o comunque prevedibilità in ordine ad importanti snodi del processo.

Qualche perplessità devo, tuttavia, manifestare rispetto alla scelta adottata da Governo e Parlamento rispetto all’istituto della prescrizione, che reputo poco coraggiosa, forse anche in conseguenza dell’ostilità manifestata sul punto da parte dell’avvocatura.

Pur costituendo, infatti, le proroghe fissate dalla legge un tentativo di dare risposta alla ineffettività del sistema penale determinata dalla prescrizione, ritengo che esse non siano risolutive, apparendo preferibile una complessiva rimodulazione dell’istituto, in linea con gli altri paesi europei, che riduca in termini fisiologici la possibilità di estinzione del reato per detta causale.

Un milione e mezzo di processi conclusisi, negli ultimi dieci anni, con la dichiarazione di prescrizione, costituiscono un monumento all’ingiustizia nei confronti delle vittime del reato, ma anche degli stessi imputati, che hanno diritto ad una pronuncia di merito. E badate bene che non parlo pro domo mea, dal momento che il tasso di processi conclusisi con la prescrizione nella nostra Corte d’Appello è uno dei più bassi d’Italia e si aggira intorno al 5% del totale.

L’epilogo estintivo del reato, soprattutto dopo che vi sia stata una pronuncia di condanna in primo grado, segna, infatti, l’insuccesso della macchina giudiziaria, si traduce in un colossale dispendio di tempo e di risorse economiche, ha rilevanti aspetti criminogenetici e finisce con l’ingenerare un inevitabile sentimento di sfiducia nel cittadino, ovviamente portato a dubitare della capacità dello Stato di reagire al crimine.

Per non dire di altri gravi effetti distorsivi: così, per esempio, di fronte a reati di pari gravità e complessità di accertamento, in cui la durata del processo può subire variazioni macroscopiche a seconda che la notitia criminis sia emersa a ridosso della commissione del reato, ovvero a distanza di anni e nell’imminenza del termine prescrizionale (in ciò, più che nella indolenza dei P.M., risiede l’elevato numero di archiviazioni per prescrizione dichiarate dai Giudici delle indagini preliminari: reati venuti alla luce tardivamente, per i quali l’esercizio dell’azione penale appare inutile, se non dannoso); o, ancora, l’effetto disincentivante che l’attuale meccanismo estintivo rivela rispetto alle definizioni anticipate con riti alternativi; e potrei continuare.

Rispetto ad altre riforme, invece, il Legislatore si è comportato come una macchina che viaggi col freno a mano tirato. Mi riferisco, in particolare, alla possibilità di estinzione del reato a seguito di condotte riparatorie. Si tratta di una scelta certamente condivisibile nella sua ratio, di deflazionare il carico penale rispetto a reati di minor allarme sociale e, al contempo, di incentivare forme di giustizia riparativa, che tuttavia resterà probabilmente frustrata nella sua applicazione pratica a causa della sua correlazione ai “casi di procedibilità a querela soggetta a rimessione”, evidente essendo che in tali casi il risarcimento del danno produrrà direttamente la remissione di querela (nella mia lunga carriera professionale – mi pare di ricordare – solo in un caso l’attività risarcitoria non si è tradotta anche in remissione di querela). Lo stesso è a dirsi della estensione della perseguibilità a querela, che avrebbe potuto essere più coraggiosa.

Perplessità genera anche la modifica dell’art. 603 c.p.p., con l’introduzione del comma 3-bis – peraltro dovuta ad alcune note sentenze della C.E.D.U. – a causa dell’appesantimento istruttorio che rischiano i processi in caso d’appello del P.M., tanto che qualcuno, ancora una volta, ha posto l’accento sulla eccessività di tre gradi di giudizio (addirittura quattro se si considera tale anche l’udienza preliminare), che costituirebbero un lusso che il nostro Paese non può permettersi.

Sul punto, premesso che, a mio modo di vedere, va mantenuto il giudizio d’appello, un ragionevole punto di equilibrio era già stato trovato dalla consolidata giurisprudenza della Cassazione, dalla quale si attendono ora lumi circa l’interpretazione della norma citata.

Quanto al recentissimo Decreto Legislativo sulle intercettazioni, detto che entrerà in vigore fra cinque mesi e che, dunque, non è possibile, allo stato, fornire alcun dato concreto sulla sua funzionalità, debbo rilevare che non mancano motivi di perplessità, puntualmente rilevati dall’ANM.

Intanto, a mio modo di vedere, si è molto enfatizzato l’aspetto della c.d. “gogna mediatica” in danno di terzi, che deriverebbe dalla mediatizzazione dell’attività captativa. Una ricerca degli avvocati penalisti, pubblicata sul Corriere della Sera, ha rilevato che nell’arco di un semestre, su 7.730 cronache giudiziarie apparse sui media, solo il 7,3 di esse riportava intercettazioni, delle quali solo il 7,5 riguardava terzi estranei alle indagini. Eppure proprio tale motivo, reputato indifferibile, è stato posto alla base dell’intervento di riforma. Ma, a parte ciò, la normativa mi pare censurabile nella parte in cui, di fatto, attribuisce alla Polizia Giudiziaria l’iniziativa (peraltro non di facile attuazione) di scremare le intercettazioni più rilevanti, relegando le altre in un archivio riservato, con la sola menzione della durata della conversazione e delle utenze intercettate, senza alcuna indicazione, neppure minima, circa il loro contenuto. Si tratta di una scelta, non del tutto tranquillizzante, che mi pare contrasti col dettato costituzionale, che vuole la P.G. alle dipendenze del P.M.

A fronte di ciò non vale sostenere, infatti, che il P.M. ha sempre la possibilità di accedere agli audio delle intercettazioni, attesa la grande difficoltà, in concreto, di individuare, nel mare magnum delle conversazioni non trascritte, quelle che possano essere rilevanti per il processo (si badi bene, non solo contro, ma anche a favore dell’imputato, posto che il P.M. – com’è noto – nel nostro Ordinamento non è un mero organo d’accusa).

Ma, ancora peggio andrà al difensore, che voglia ascoltare gli audio per rintracciare qualcosa che possa giovare al suo assistito, avuto riguardo al ristretto lasso di tempo a sua disposizione, appena 10 giorni (prorogabile di altri 10), ed al fatto che dei file ascoltati non potrà estrarre copia (probabilmente solo gli studi più attrezzati, in cui lavorino numerosi avvocati e praticanti, potranno sperare di ottenere qualche risultato).

* * *

Di particolare rilievo la riforma della Magistratura onoraria (D. L.vo n. 116/17), della quale, tuttavia, anche in questo caso, gli effetti si vedranno soprattutto nei prossimi anni.

Mi preme qui sottolineare il ruolo, spesso misconosciuto, svolto in questi anni dalla Magistratura onoraria: credo si possa dire senza tema di smentite che tanto i Giudici di Pace quanto i GOT e i VPO abbiano fornito un contributo rilevantissimo all’amministrazione della Giustizia, di cui ci rendiamo compiutamente conto, come spesso accade, solo quando marcano la loro assenza, ossia in occasione delle loro astensioni dalle udienze: tantissimi sono, in tali evenienze, i processi che si debbono rinviare.

Dunque la magistratura onoraria è assolutamente necessaria se si vuole garantire un minimo di efficienza all’Amministrazione della Giustizia.

Onestamente non so se la riforma da poco varata sia in grado di migliorare effettivamente la qualità della risposta giudiziaria, anche in termini di maggior accelerazione delle decisioni, e se sia in grado di rispondere alle esigenze reiteratamente manifestate dalle organizzazioni di categoria.

Da più parti sono state sollevate critiche alla riforma e le stesse organizzazioni rappresentative della Magistratura onoraria hanno lamentato il mancato riconoscimento di loro diritti, primo fra tutti quello di natura previdenziale, nonostante l’enunciato di alcune sentenze e direttive emesse in sede europea.

Di primo acchito, se appare positivo il rafforzamento dell’Ufficio del processo anche con l’utilizzo dei Giudici onorari di Pace nei primi anni dalla loro nomina, problematici mi sembrano tuttavia i rapporti fra i Giudici onorari che comporranno tale organismo, i giudici professionali ed il Presidente del Tribunale, cui sono rimessi importanti compiti di direzione, coordinamento e controllo; come pure eccessivi mi paiono la possibilità, pressoché generalizzata, di affidamento ai G.d.P., da parte del Presidente, degli affari giudiziari e l’aumento di competenza dei Giudici di Pace di cui al capo X della legge; a fronte, peraltro, di una retribuzione che rischia di essere, se non deteriore, certamente non particolarmente migliorativa rispetto a quella attuale.

Ad ogni buon conto siamo solo alla prima tappa di un lungo crono-programma che giungerà a maturazione solo fra diversi anni, sicché solo più in là nel tempo sarà possibile esprimere su questa riforma un giudizio più ponderato e completo.

Concludendo, dunque, su questa prima parte della mia Relazione, ritengo che, pur con le riserve manifestate, vada comunque apprezzato lo sforzo del Ministro della Giustizia di procedere ad un ampio disegno riformatore, finalizzato a rendere più efficiente la macchina della giustizia, e non anche, come accaduto in passato a qualche suo predecessore, a promuovere riforme destinate solo a giovare alla causa di qualche imputato eccellente.

* * *

Prima di passare all’analisi della Giustizia del nostro distretto, sotto il profilo ordinamentale, non posso non spendere alcune parole in ordine al c.d. “memorandum” predisposto dai vertici delle Giurisdizioni superiori, col quale si starebbe prevedendo una integrazione degli organi collegiali di vertice di ciascuna delle Corti superiori con magistrati provenienti dalle altre allorquando si debbano trattare questioni di “alto e comune rilievo nomofilattico”.

Pur condividendo, infatti, l’esigenza che ne è alla base, ossia l’armonizzazione delle funzioni di nomofilachia, ritengo, col dovuto rispetto, come essa – secondo quanto evidenziato dal CSM – a Costituzione vigente, possa e debba realizzarsi “nell’operare dei rispettivi organismi di studio, con la circolazione di modelli ed esperienze, l’osmosi dei saperi ed il dibattito scientifico”, laddove, invece, a dir poco discutibile appare la strada indicata dal memorandum in questione, di integrare le Sezioni Unite della Cassazione  con magistrati provenienti dalle altre giurisdizioni. Tale soluzione mi pare urti con l’art. 111 Cost., che attribuisce la funzione regolatrice esclusivamente alla Corte di Cassazione, alla quale si accede per concorso fra i magistrati ordinari – salva la deroga, di carattere eccezionale, Contenuta nell’art. 106 – magistrati che – giova ricordarlo – si connotano per uno statuto di autonomia e indipendenza consacrato in Costituzione, non rinvenibile, invece, nelle altre Magistrature. Una riforma che realizzi, secondo questo schema, il principio dell’unità della giurisdizione dovrebbe, a mio parere, necessariamente passare da una modifica della Carta Costituzionale.

* * *

2 flash – La situazione della Giustizia nel distretto.

Venendo, ora, a trattare più concretamente, dell’Amministrazione della Giustizia, con particolare riferimento al nostro distretto, devo rilevare come, pur con tutti i suoi problemi, il barometro del sistema giustizia, in linea generale, tenda al positivo.

Sono anni, ormai, che il totale dei processi definiti supera, in qualche caso abbondantemente, le sopravvenienze (peraltro quasi sempre in costante aumento), con conseguente riduzione del pesante fardello costituito dai giudizi pendenti.

I dati CEPEJ dicono che i magistrati italiani sono fra i più produttivi d’Europa e molti degli uffici giudiziari del nostro Paese sono ormai in linea con gli standard europei quanto alla durata media dei processi.

Anche per quanto riguarda gli uffici giudiziari del distretto il trend è, complessivamente, positivo (io non fornirò alcun dato e mi limito a rimandare alla disamina contenuta nella Relazione scritta, ufficio per ufficio, e alle statistiche, diligentemente redatte dalla dott.ssa Tarantino).

E tutto ciò nonostante organici, di magistratura e di personale amministrativo, largamente insufficienti e con rilevanti scoperture, dovute a trasferimenti od applicazioni ad altri uffici.

Sotto tale profilo, registro con soddisfazione l’aumento, sia pur limitato ad una sola unità, dell’organico dei magistrati della Corte e del Tribunale di Lecce, auspicando che siano coperti al più presto; tanto più che il semplice ricorso, sempre più ampio, alle tecnologie informatiche, per quanto importante, non può considerarsi risolutivo.

Le riforme di sistema vanno necessariamente accompagnate da maggiori risorse, in termini di uomini e mezzi. Così, per esempio, accentrare presso il Tribunale in cui ha sede la Corte d’Appello le misure di prevenzione antimafia, personali e reali, peraltro modificate e rese più incisive dalla riforma del D. L.vo n.159/11, ha certamente senso e trova adeguata giustificazione nella necessità di una maggiore specializzazione dei giudici chiamati ad applicarle, avuto riguardo alla rilevante incidenza in termini di prevenzione generale dei reati che tali misure rivestono, ma rischia di risultare improduttivo senza un adeguato potenziamento del personale amministrativo, tenuto conto anche del fatto che il ricorso alle applicazioni, pur previsto dalla recente Circolare del CSM, non sempre è di facile esecuzione e talvolta genera insoddisfazione e risentimento in chi lo subisce; ed anche perché tutti i capi degli Uffici del distretto, senza distinzione alcuna, lamentano pesanti carenze di personale amministrativo, onde è estremamente difficile attingere personale da tali Uffici.

La speranza è che, con le ormai imminenti o già in itinere assunzioni di assistenti giudiziari, la situazione possa in qualche misura migliorare (anche se – è inutile nasconderlo – ad essere coperti per primi – ed in maniera più incisiva – saranno i posti di quegli uffici che registrano maggiori scoperture rispetto a Lecce).

Come detto la durata prevista del mio intervento non mi consente di soffermarmi sui tanti aspetti, meritevoli di essere evidenziati, del decorso anno giudiziario.

Mi limito ad effettuare alcune sottolineature.

In particolare, quanto alla Corte d’Appello, intendo evidenziare:

  1. La difficile situazione in cui versa il settore lavoro nella Sezione distaccata della Corte d’Appello di Taranto, affidato ad un solo Consigliere, coadiuvato da tre giudici ausiliari. Nella città dell’ILVA, con una sopravvenienza di giudizi in continuo aumento, appare necessario correggere quanto prima tale assetto organizzativo, nonostante i lodevoli risultati raggiunti dalla collega addetta al settore e dai giudici ausiliari che la coadiuvano;
  2. Le difficoltà che incontrano le sezioni penali della Corte d’Appello, di Lecce e di Taranto, dovute al rilevante carico di lavoro, alla particolare complessità di certi processi ed alle scoperture d’organico, anche a causa di perduranti applicazioni. Nonostante i giudici abbiano prodotto una media di circa 300 sentenze a testa, il saldo fra sopravvenienze e processi definiti è stato, in questo settore, sia pure di poco, negativo.

Abbiamo motivo di ritenere, tuttavia, che nel corso del presente anno si possa recuperare il terreno perduto, grazie ai nuovi arrivi ed al fatto che, per quanto riguarda Lecce, il Presidente Scardia, sgravato dei compiti del vicariato, possa dedicarsi ancor più alla Sezione da lui presieduta, alla quale, per parte mia, proverò a dare anch’io una mano.

Con riferimento ai Tribunali evidenzio, invece:

  1. Il preoccupante aumento di contenzioso civile per responsabilità medica, che probabilmente involge anche la difficile situazione in cui versa la sanità pubblica;
  2. La costante lievitazione dei ricorsi per separazione consensuale e divorzio in sede contenziosa o a domanda congiunta, questi ultimi definiti in tempi brevi dai Tribunali. Scarsa incidenza deflattiva ha avuto la riforma di cui al D.L. n. 1323/14, convertito con modificazioni in l. 162/2014, che ha previsto l’accordo a seguito di convenzione di negoziazione assistita, con nullaosta o autorizzazione del Procuratore della Repubblica;
  3. Nel settore del lavoro e previdenziale, il sempre rilevante numero di giudizi attivati, pur a fronte di una tendenziale riduzione delle sopravvenienze, soprattutto fra le cause di lavoro;
  4. La sostanziale invarianza, rispetto all’anno precedente, nel settore del dibattimento penale, mentre presso l’Ufficio GIP-GUP di Lecce, che può considerarsi paradigmatico circa l’evolversi della criminalità nella provincia, si registra un discreto aumento dei procedimenti, tanto a carico di noti che di ignoti, con una crescita dei reati contro la Pubblica Amministrazione, fatta eccezione per le più gravi ipotesi di corruzione e concussione, pressoché stabili rispetto al passato.

Merita ancora di essere evidenziato quanto rappresentato dal Presidente del Tribunale per i minorenni di Lecce circa l’aumento di condotte genitoriali “pregiudizievoli” nei confronti dei figli minori, non solo in contesti socio-economici degradati: si tratta di carenze genitoriali che – scrive il Presidente – “attengono più strettamente alla sfera educativa intesa come capacità di sostenere ed orientare positivamente la crescita dei figli adolescenti e preadolescenti nei confronti dei quali il pregiudizio si traduce nel consumo di sostanze stupefacenti (in aumento l’uso di cocaina e droghe sintetiche), di alcool, nell’uso degli strumenti informatici in maniera irresponsabile con conseguente commissione di atti di bullismo e cyberbullisno ovvero nella relativa vittimizzazione, nella commissione di atti di autolesionismo fino al tentativo di suicidio”. Un’analisi grave, sulla quale tutti, come genitori ed educatori, dovremmo riflettere.

Sul fenomeno del cyberbullismo auspico possa rivelarsi efficace la legge n. 71/17, recentemente entrata in vigore, germinata dal gravissimo episodio occorso a Novara, che nel 2013 costò la vita ad una giovanissima studentessa, indotta al suicidio proprio da episodi di cyberbullismo.

Con riferimento, poi, al fenomeno, certamente inquietante, delle c.d. baby-gang, protagoniste di gravi episodi di violenza e devastazione, a Napoli e non solo, qualcuno, nel sottolinearne la gravità, ha proposto delle modifiche normative in termini di maggiore deterrenza. Non so se sia una soluzione giusta al problema, non lo escludo in via di principio, ma è certo che prima di adottare provvedimenti di tal genere lo Stato debba fare lo Stato, in particolare facendosi carico dei gravi problemi dei più giovani, garantendo e comunque favorendo il diritto allo studio, intervenendo per eliminare o ridurre le sacche di degrado, soprattutto nelle grandi città, in cui pullula e prospera la devianza giovanile, favorendo il diritto al lavoro e allo sport, sostenendo la scuola e le famiglie, soprattutto quelle in difficoltà economiche e sulla soglia (o ancor più sotto la soglia) di povertà. Poi, certo, si può anche parlare di maggior deterrenza, ma sempre tenendo presente che interesse primario dello Stato è quello di recuperare al consorzio civile le condotte devianti.

Da ultimo, con riferimento alla situazione della popolazione carceraria, ritengo doveroso rilevare come – secondo quanto evidenziato dalle Presidenti dei Tribunali di Sorveglianza – passato l’effetto della normativa definita “svuota-carceri”, il numero di detenuti all’interno delle Case Circondariali del distretto tenda nuovamente a salire, pur se è ben lontano dai livelli di qualche anno fa (tanto è vero che le richieste risarcitorie ex Sentenza CEDU Torreggiani sono in costante diminuzione).

Peraltro, almeno con riferimento alla Casa Circondariale di Lecce, la situazione dovrebbe sensibilmente migliorare con la messa a disposizione dei 200 posti del  nuovo padiglione da poco realizzato, sempre che questi siano destinati alla popolazione attualmente detenuta a Lecce e  non anche a spostare a Borgo San Nicola persone ristrette altrove.

Di particolare rilievo l’attivazione in Puglia, a Carovigno, di una  Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza Detentive (REMS), dotata di venti posti letto,  destinati ad ospitare internati sottoposti alle  misure di sicurezza dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario o della Casa di Cura e Custodia, che siano residenti nel territorio del distretto della Corte; ed inoltre, a completamento del processo di superamento degli OPG, l’attivazione di una sezione intramuraria per la tutela della salute mentale delle persone ristrette, all’interno della Casa Circondariale di Lecce, già operativa dal 18.9.17.

Tale sezione, unica in tutta la Puglia, rappresenta una vera e propria Unità Operativa del Dipartimento di Salute Mentale della ASL di Lecce ed è destinata ad ospitare fino ad un numero massimo di venti detenuti appartenenti al circuito c.d. “media sicurezza”, inviati dall’Autorità Giudiziaria o condannati a pena diminuita per vizio parziale di mente.

[Carta dei servizi predisposta dalla ASL e dalla Direzione della Casa Circondariale].

* * *

Con riferimento alla tipologia dei reati che hanno caratterizzato la criminalità nella nostra provincia – e più in generale del distretto – lascio, ovviamente, al Procuratore Generale di riferire più dettagliatamente sul punto.

Io mi limito ad evidenziare che, con riferimento a quelli di maggior allarme sociale, stando all’analisi compiuta dal Coordinatore della Sezione Gip-Gup del Tribunale di Lecce, nella nostra provincia si registra un considerevole – e per certi versi inusuale – incremento per fatti di omicidio volontario e tentato omicidio volontario (24 iscrizioni presso l’Ufficio GIP-GUP di Lecce, a fronte delle 7 precedenti), oltre ai delitti di estorsione (203, contro le 141 precedenti), rapina (216 contro le 91 precedenti) e di furto aggravato: un dato, questo, che appare in controtendenza rispetto al resto del Paese e che, ovviamente, non può non destare preoccupazione sotto il profilo della sicurezza dei cittadini.

Sostanzialmente in linea con gli anni precedenti, invece, i reati da incidente stradale, mentre sono in lieve calo – ma restano sempre troppi – gli infortuni, mortali e non, sul lavoro.

A proposito della mutata disciplina in materia di incidenti stradali (con le nuove disposizioni di cui agli artt. 589-bis e 590-bis c.p.), se può certamente comprendersi lo scopo dissuasivo della nuova normativa rispetto a condotte di guida scorrette e pericolose, non di meno non si può non evidenziare come ciò si sia tradotto in un aggravio di lavoro per le Procure, che si sarebbe potuto contenere, almeno rispetto al delitto di lesioni, conservando la perseguibilità a querela, ovvero prevedendo la possibilità di estinzione del reato a seguito di condotte riparatorie.

Sempre per restare alla tipologia dei reati, rappresento come presso la Corte d’Assise di Lecce si sia concluso il lungo e complesso giudizio per la vicenda del caporalato nel territorio di Nardò, originato dall’indagine della Procura di Lecce denominata SABR che, sul piano normativo, ha portato all’introduzione nel nostro tessuto legislativo di una nuova fattispecie penale, l’art. 603-bis c.p, ulteriormente novellato nel dicembre del 2016.

Non è mia intenzione, ovviamente, indulgere in autocitazioni, tanto più che il verdetto di primo grado, di condanna per la gran parte degli imputati, può essere riformato nei successivi gradi di giudizio, attesa anche la delicatezza delle questioni giuridiche, relative al concetto di schiavitù, che ne hanno costituito oggetto di trattazione. Tuttavia, quale che sia l’esito futuro del processo, resta il dato, ineludibile, di una grave forma di sfruttamento del lavoro perpetrata ai danni di cittadini stranieri, privati financo della dignità di persone, sottoposti a condizioni di vita e di lavoro incivili ed inumane; a Nardò, come a Rignano Garganico, come a Rossano ed in altre parti d’Italia. Parlare di sicurezza del lavoro, in casi come questi, appare un fuor d’opera, perché nelle nostre campagne talvolta si soffre e talvolta muore.

Un fenomeno, questo, che grazie alla nuova normativa, si spera ora possa essere meglio fronteggiato.

È amaro rilevare, tuttavia, come ciò accada in una Repubblica che, secondo il dettato Costituzionale, risulta “fondata sul lavoro”.

Così pure è amaro considerare come, al di là della rilevanza penale di talune condotte, la deriva neo-liberista che ha investito non solo l’Italia ma l’intera Europa, abbia prodotto prevalentemente forme di lavoro precarizzato, sottopagato, senza alcun range minimo di sicurezza e prospettive serie di miglioramento, con gravissime conseguenze per le future prospettive di vita delle generazioni più giovani: causa non ultima, questa, del decremento demografico che da anni attanaglia l’Italia.

Sono i frutti avvelenati della c.d. sharing economy, grazie alla quale tanti che pensano di essere divenuti “imprenditori di se stessi”, sono in realtà costretti a lavorare senza limiti di orario, per una paga minima, con ritmi produttivi obbligati e gestione a proprio rischio esclusivo. Qualcuno li ha definiti gli “schiavi del nuovo millennio”, per i quali lo sfruttamento è talmente ben organizzato che neppure se ne rendono conto.

Del resto, quello che rileva oggi non sono certo i principi di eguaglianza e di solidarietà scolpiti nella nostra Costituzione, né il diritto di ogni cittadino di “avere diritti” (come ricordava Stefano Rodotà, richiamando Hannah Arendt); ciò che rileva, in un’epoca segnata dallo strapotere delle oligarchie tecnocratiche che dominano l’economia e la finanza globalizzate, è esclusivamente la crescita del PIL, quello stesso PIL che – come affermò Robert Kennedy in un famoso discorso, poco prima di essere ucciso – “non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago; non tiene conto né della giustizia nei nostri Tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi; misura tutto in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Allora, forse – e concludo – tutti quanti dovremmo guardare con rinnovato interesse alla nostra Costituzione, sulla quale, almeno con riferimento agli aspetti economici, aleggia l’ombra del dimenticato John Maynard Keynes.

Purtroppo la crisi economica e finanziaria degli ultimi anni ha spinto gli Stati dell’Unione Europea – dunque anche l’Italia – a concentrarsi più sulla governance economico-finanziaria che su quella sociale, nonostante il dettato costituzionale e quello della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione. “Vi è stato – afferma Giovanni Maria Flick – un progressivo abbandono della via dei diritti a favore soltanto di quella degli interessi e dell’euro”: da qui i ricordati processi di precarizzazione del lavoro che, lungi dal giovare all’economia, hanno, invece contribuito al declino economico italiano.

Ora gli economisti più accorti sembra se ne stiano finalmente rendendo conto e tutto ciò dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, la saggezza e la lungimiranza dei Padri Costituenti, che scelsero di temperare il principio della libera iniziativa economica con quello dell’utilità sociale.

Il che vale a confermare come la nostra Costituzione, a 70 anni dalla sua entrata in vigore, mantenga intatta la sua freschezza e, prima ancora di essere modificata (come da più parti ancora, pervicacemente, si invoca), meriti, invece, di essere pienamente attuata; nella consapevolezza che quello che di buono c’è e c’è stato in questi anni nel nostro Paese, in termini di crescita, di benessere diffuso, di solidarietà, di socialità, lo si deve soprattutto a Lei. Alla Costituzione!

Grazie.

 

* foto Facebook di “Camera civile salentina”

 

Redazione

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