Il silenzio degli eroi: Vincenzo Agostino, un “hipster” assetato di giustizia

Gli ultimi ventisette anni di Vincenzo Agostino tra verità e giustizia

Vincenzo Agostino
Vincenzo Agostino

Da secoli uno dei tratti più distintivi dell’uomo è la barba, simbolo di virilità e saggezza. Negli ultimi tempi è diventata una moda assai comune, soprattutto tra i giovani, i quali spesso vengono chiamati hipster perché con il loro stile richiamano a questa “subcultura”. C’è chi, però, cresce la barba per motivi che vanno al di là dei semplici usi e costumi moderni; c’è chi cresce questa fitta foresta sul viso per nascondere le rughe scavate dalle lacrime provocate da un terribile dolore e da una ingiustizia senza eguali. Vincenzo Agostino, dal 5 agosto 1989 ha deciso di crescere la bara fino a quando non verrà fatta luce sull’ omicidio del figlio

Nino Agostino e Ida Castelluccio
Nino Agostino e Ida Castelluccio

Antonino (detto Nino) e della nuora Ida Castelluccio, ai tempi incita di 5 mesi. Questa storia è talmente ai limiti della realtà che sembra di trovarsi di fronte ad un film con una trama intricatissima, fatta di spionaggi, agenti segreti, criminali, poliziotti corrotti e omicidi. Tutto inizia con il famoso attentato all’ Addura, presso la villa del giudice Giovanni Falcone, poi fallito (stando alle parole del pentito Vito Lo Forte) grazie all’intervento di un poliziotto infiltrato, tale Emanuele Piazza, aiutato da un altro agente, proprio Nino. Quello stesso giorno, dopo l’esito negativo dell’attacco al magistrato, il boss Gaetano Scotto (condannato successivamente per l’attentato in via D’Amelio) pedina Antonino e sua moglie freddandoli davanti agli occhi del padre e della madre di lui. In quel momento, mentre i proiettili penetrano la carne delle due vittime, muore anche la verità. A distanza di ventisette anni ancora non si è fatta chiarezza proprio perché il delitto, stando alle parole dell’allora questore di Palermo, viene giudicato un delitto passionale. Naturalmente questa giustificazione non ha per niente convinto il padre Vincenzo, che nel portafoglio del figlio morto trovò un biglietto con su scritto “se mi succede qualcosa guardate nel mio armadio”. E’ proprio questa la questione che tormenta Vincenzo perché nell’armadio non è stato trovato nulla, questo però dopo alcune irruzioni di “agenti dello Stato” nell’appartamento della coppia. A questo punto entra in scena un altro personaggio, un agente di polizia di nome Guido Paolilli, apparentemente amico della vittima ma probabilmente legato a Bruno Contrada, capo dei servizi segreti italiani. Paolilli, ad oggi indagato per favoreggiamento, confessa a Vincenzo di aver sequestrato 6 documenti dall’appartamento il cui contenuto non sarebbe piaciuto a quest’ultimo. Oltre a questo Paolilli viene anche intercettato mentre confessa al figlio di aver distrutto tantissimo materiale trovato nella casa degli sposi. La domanda è: cosa contenevano quei documenti? Probabilmente questo non lo sapremo mai, ma la recente riapertura delle indagini da parte della procura di Palermo sta diramando un interessante quadro della questione, tirando in ballo nomi importanti come Antonio Daloisio (ex capo di gabinetto dell’Alto Commissariato anti mafia) e un tale Aiello (ex agente di polizia) legandoli al nome del boss Scotto e prefigurando una collaborazione tra agenti dello stato e cosa nostra. Tali informazioni, rese da alcuni pentiti, non suonano come una novità nelle orecchie dell’anziano Vincenzo che da quel 5 agosto combatte ogni giorno per fare luce sull’ orrenda morte del figlio e della quale, in cuor suo, ha sempre saputo la verità: Nino non è stato ucciso per caso, è stato ucciso da quelli per cui e con cui collaborava da anni e con i quali aveva condiviso parte della vita. Superare un lutto è sempre difficile ma quando la perdita riguarda un figlio la cui memoria viene costantemente sporcata da bugie e giochi di potere non c’è barba che possa nascondere il dolore.

 

Paolo Coronese

Paolo Coronese

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