Il silenzio degli eroi: la storia di Rita Atria

Di Paolo Coronese

foto-paolo-coronese-1Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giuseppe impastato, don Pino Puglisi, ecc.. Questi sono i nomi di alcune delle centinaia di vittime di  mafia; uomini forti, capaci e coraggiosi che hanno dedicato la loro intera vita alla giustizia. I loro nomi e le loro gesta riecheggiano in ogni angolo dello stivale grazie alle tv, ai giornali, ai libri e alle piazze a loro intitolate, ma al di la di queste figure, quasi epiche ormai, la storia recente ci rimanda tante altre piccole storie da raccontare; storie di donne e uomini “qualunque”, che con grande coraggio hanno rotto le catene dell’omertà per portare avanti la lotta al fenomeno mafioso. Esiste un momento, nella nostra vita, in cui bisogna prendere delle decisioni, a volte molto difficili e dolorose, per il raggiungimento di un qualcosa di più importante. Un meraviglioso esempio di quanto la determinazione e la voglia di giustizia intacchi l’animo di alcuni esseri umani lo troviamo nella storia di una ragazzina: Rita Atria.

Rita nasce a Partanna, un paese nella provincia di Trapani, nel 1974 quando la Sicilia è sull’orlo della più grande guerra di mafia mai verificatasi. In quegli anni le situazioni che si potevano verificare erano due: o si apparteneva a una famiglia legata al mondo mafioso oppure si era estranei e, in quest’ultimo caso, l’unico modo per vivere era tacere e sopportare ciò che accadeva. Rita ha la sfortuna di nascere in una famiglia appartenente ad una cosca locale e prova sulla sua pelle l’orribile sensazione della morte già ad undici anni quando suo padre, tale Vito Atria, viene assassinato a seguito di un agguato mafioso. Con il passare del tempo la ragazza si lega ancora di più al fratello Nicola ,anche egli però un criminale, attraverso il quale viene a conoscenza delle più segrete ed intime informazioni sulla mafia partannese. Nel 1991 anche Nicola viene ucciso dinanzi agli occhi della moglie, la quale riconoscendo gli aguzzini li denuncia per poi diventare collaboratrice di giustizia. Da questo momento  inizia la vera e propria presa di coscienza di Rita che a soli 17 anni decide di seguire l’esempio della cognata e diventare testimone di giustizia. La ragazza, con questa scelta, capisce che, come lei stessa afferma “prima di combattere la mafia devi farti un auto esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è tra i tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo di comportarci…”

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Parole forti per un adolescente che, capendo come funziona la vita, mette in pericolo la sua per il raggiungimento di un sogno, impersonificato nella figura di Paolo Borsellino con il quale collabora e stabilisce quasi un rapporto filiale. Poi la strage di via D’Amelio, con la morte di Borsellino e della sua scorta, mette fine a questo rapporto facendo ripiombare Rita in uno stato di insicurezze e di paure. Rita non ce la fa e poco dopo  si toglie la vita  a Roma, dove vive in segreto perché con, quell’attentato, era morto anche il suo sogno di verità e giustizia. Rimangono impresse le sue ultime parole “Borsellino è morto per ciò in cui credeva, ma io ,Paolo, senza di te son morta”.

E’ proprio da questa frase che si capisce il dramma interiore di questa ragazza che aveva riversato tutte le sue speranze nel lavoro di uomini come Paolo Borsellino, ritrovandosi, alla fine, sola e abbandonata, ripudiata perfino dalla stessa madre che poco tempo dopo la sua morte avrebbe distrutto la sua lapide a martellate.

Nonostante la brutta fine, Rita in poco meno  di un ventennio di vita ha dimostrato che il suo passaggio sulla terra non è stato inutile e che chiunque nel proprio piccolo può dare una mano fondamentale per sconfiggere la mafia. Ci vuole solo un po’ di coraggio.

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Redazione

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    Molto interessante l’articolo.

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