Il Salento da cartolina di Vittorio Bodini

di Vittorio Zacchino

zacchinoRaffaele Gorgoni scrivendo tempo fa sul Corriere del Mezzogiorno del regista Ferzan Ozpetek e dei suoi due film salentini, nonché di Peppino Ciracì e di Mine Vaganti e di Allacciate le Cinture, ha richiamato l’ironia dell’hidalgo Vittorio Bodini, ormai eletto a furor di popolo poeta salentino di Kult, celebrato qua e là, declamato, delibato.

In un passaggio della sua piece, scrittura sempre colta e raffinata, si  fa cenno all’“esile tradizione orale di  sfottimenti e di battute di Vittorio Bodini  su laureatissimi poeti italiani “con l’auspicio “che i salentini ritrovino, grazie alla verve di Peppino Ciracì, quella ancestrale e sacrosanta voglia di non prendersi troppo sul serio che rischia di contagiare anche il neo-salentino Ferzan, di modo che il bravo regista “sappia dissolvere qualche permalosità ottomana incompatibile con quest’aria di casa”.

Ben detto Raffaele.

vittorio-bodiniMa forse ti sfugge che colui che col suo ispido dialetto magliese dissacrò e macellò Bodini e il suo Sud letterario, riducendolo a comune cartolina, è stato un certo Nicola de Donno che nel 1980 gli oppose il poema A Bbodini.

Certo l’hidalgo Bodini, in questa stagione di ritrovata popolarità, si è preso una qualche rivincita sul meno gettonato poeta magliese, letto e riletto come è, declamato dappertutto in Salento, nonostante Mondadori lo abbia già da tempo destinato al macero, come rivelava Donato Valli.

Ma al poemetto A Bbodini di De Donno non è facile sottrarsi. Basta rileggerlo oggi, come ho dovuto fare io, anche se non saranno in molti ad accorgersene. Infatti, il Salento di Bodini, che abbiamo lungamente interiorizzato e amato, fu smontato dal poeta di Maglie e svelato come paese totalmente inventato e immaginato:

“Stu paese sunnatu, ca te codi /Stu ndormisciutu paese ca odi / nu esiste, stu Salentu coluratu / forsi non c’è mai statu». (Questo paese di sogno che godi, / questo paese sonnolento che odi, / questo Salento colorato non c’è più, / forse non c’è mai stato).

Il poeta Nicola De Donno
Il poeta Nicola De Donno

Il ruvido De Donno ti fa risentire l’eco dell’antica accusa all’intellettuale conformista  di epoca fascista che si rimirava l’ombellico, aggravata dall’altra accusa, di aver abbandonato il Salento «pe ccittà de briosce,/ de ministeri e dd’università», (per città di briosce, di ministeri e di università) a caccia di ottime carriere; mentre De Donno, mutilato e reduce dalla Russia, aveva rinunziato a tutto, inclusa la carriera universitaria, scegliendo studio, lavoro, famiglia, all’interno di una comunità immobile e priva di prospettive. Certo irrefrenabilmente amara si fa strada la consapevolezza che «Nu bbasta se ve strusce sentimentu / de nostalgia, nu bbasta carità, / e lla sula puisìa / nu ccangia la realtà, e a seguire, l’affermazione orgogliosa che è più utile restare che emigrare: «lu postu veru de cumbattimentu, / lu postu de curaggiu e dde umiltà / è dde ci resta; nu cci se ne va». (Se vi consuma sentimento / di nostalgia non basta, non basta la carità, / e la sola poesia /non cambia la realtà. /Il posto vero di combattimento, / il posto del coraggio e dell’umiltà / è quello di chi resta, non di chi se ne va).

Nicola De Donno e Donato Valli
Nicola De Donno e Donato Valli

Spietatamente,  l’aguzzo De Donno vi ha scorto l’inganno nel paesaggio amabile ma inautentico, immutabile nel suo incantesimo, nelle istantanee di una realtà mitizzata, punteggiata di case bianche di calce come dadi, che punteggiano  distese di biblici ulivi,  il guizzo di lucertole sui muretti di pietra a secco, tra serti di foglie di tabacco messe a seccare, di grappoli penduli di pomodori, di grandi piatti di conserva sulle cimase, di siepi di fichidindia, di santi sotto campane di vetro sui comò.

Certo la «patria salentina», che De Donno salutava nascere dal sangue dei martiri di Otranto, trucidati dai turchi, e il Salento borbonico-barocco che «l’hidalgo di Lecce», aveva esaltato in La luna dei Borboni sono tutt’altra cosa.

In questo controcanto serrato, incalzante, rivestito di loico raffinato dialetto, De Donno ha voluto mostrarci che dietro le gobbe della luna bodiniana, si celava un Salento oleografico, senza identità e senza memoria, una terra mitizzata, da cui sono state cancellate e rimosse sofferenze e sopraffazioni secolari. Un Salento, ridotto, a propaganda turistica, a «nu manieratu coru paisanu / de vanterie turisticupuètiche […] ca fannu tantu Sud letterariu» (coro di maniera, paesano, di vanterie turistico-poetiche…che fanno tanto Sud letterario), a cartolina patinata e colorata.

Un De Donno duro e spietato, in abito di rivolta, che giudica, altero e senza sconti, dalle altezze della sua poesia aspra e solitaria, in cui ha saputo armonizzare un lessico ricco e speciale di bellezza rara, a problematiche civili, sottigliezze argomentative, visione amara, realistica e coerente, della realtà.

De Donno e Giulio Camber Barni
De Donno e Giulio Camber Barni

Forse, a causa di quell’ostico dialetto, il poema dedonniano A BBodini seguita a subire scarti, rimane poco conosciuto. Soprattutto ai “bodiniani” più accaniti.

E sì che avrebbe meritato di raccogliere ben altri consensi stante l’altissima resa della sua poesia dialettale, che del verso di Bodini niente ha da invidiare.

Lo stesso Mario Marti, già nel 1984, aveva parlato di «solitudine periferica in una terra fabulosa e arcaica, barocca e borbonica», alludendo al Salento che «spingeva il nomade Bodini a progetti di fuga, da una terra dove il ritorno è sempre deluso e deludente». Il Salento che Bodini si portava nel cuore, «anche perché era il suo sicuro ancoraggio, e la sua continua salvezza, nell’ulissismo della sua umana vicenda. Insomma la sua isola».

 Pure Maria Corti nel 1996 aveva riconosciuto lapidariamente a De Donno che il mondo cantato dal Bodini era un «Salento letterario, immaginario, intessuto di fili magici, surreali, simbolisti».

 Chi, in tempi più recenti, ha totalmente solidarizzato col De Donno, denunciando una periferia lagnosa e inconcludente, che arranca e non riesce ad avanzare, è stato Pino Mariano, il poeta linguista europeo di Minervino, diviso tra Salento e Lussemburgo, l’autore di Grekìa, or ora assunto tra i grandi accademici di Atene.

mario-marti-premio-ottaviano-2009
Mario Marti, Premio Ottaviano 2009

Nei versi amari e sconsolati della «Lettre te l’esiliu» (Lettera dall’esilio) dedicata all’amico di Maglie, se ne può cogliere l’ideale continuità: «Caru De Donnu, ttocca cu mme scusi / se pare ca te fazzu cuncurrenzia / ggiungennu li sunetti mei raspusi / a cquantu dici tie cu lla cuscenzia/. Vau nchiatu puru jeu de li lagnusi chiantilli/ ca nu ffannu pruvitenzia, / ma cchiui de tie me stuffu de ddi musi /ca ne fannu stare am penitenza. / Cce bbo ffaci? Spittamu tiempi bboni -me manni ddire tie – ca ci mmantene, ommu se face mmenzu li vagnoni. / E ccusì la pijamu comu vene. / Ma ci rrimane cquai nu’ nn’aie bbene».   (Caro De Donno, devi scusarmi / se sembra proprio che ti faccio concorrenza, / unendo i miei sonetti acerbi / a quanto tu esprimi con coscienza. / Ne ho anch’io le scatole piene di quei lagnosi / pianti che non risolvono niente, / ma più di te sono stufo di chi / ci obbliga a fare penitenza. / Ma che vuoi farci? Aspettiamo tempi migliori -/ mi mandi a dire tu – ché chi resiste / uomo diventa fra i ragazzini. / E così la pigliamo come viene togliendoci dalla testa quest’illusioni; / ma chi rimane qua non ha bene.) (Lingua Paterna, Galatina, Panico, 2005, p.15).

Calvino, Bodini e Cangieri
Calvino, Bodini e Cangieri

Allora, la constatazione conclusiva, ma negativa,  può essere questa : a distanza di ben trentacinque anni, l’analisi di De Donno su questa provincia, sia pure volta con rude  pervicacia a demolire la poetica de La Luna dei Borboni” di Bodini, tramite il dialetto di A BBodini , è tuttora valida,  sul piano socio-storico, per via degli inaccettabile tassi esponenziali di criminalità, di bieco sfruttamento, di isolamento e scollegamento dal resto d’Italia, di regressione politica, economica, umana.

E tuttavia, se il Salento non è più soltanto terra di frontiera e di transiti, ma pure di gusto sensibile e di intensi dibattiti, gran parte del merito spetta ai due bardi nostrani. I quali restano tra le nostre voci più alte, due illustrazioni espressive di questa provincia, con la loro poesia che è sempre più fresca polla d’acqua dissetante nel piatto panorama culturale del Salento d’ oggi.

Sicuramente due grandi voci che si devono amare, tutelare, valorizzare.

 

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